giovedì 6 giugno 2019

Paolo Davide Manina - Così vicini

Era un tardo pomeriggio della calda estate portoghese.
Agnese e Federico si trovavano l'una di fronte all'altro nella piccola cucina dell'appartamento che condividevano in affitto.
Disinvolta romagnola lei, pragmatico piemontese lui; entrambi pensionati poco più che sessantenni e divorziati da lunga data, erano emigrati da poco in Portogallo e lì si erano conosciuti casualmente, grazie all'opportunità di condividere il canone di affitto di quel decoroso alloggetto con due stanze, cucina, servizio e terrazzino con vista mare in un antico borgo di pescatori dell'Algarve riconvertito al turismo.
Lui, in accappatoio e infradito, era seduto accanto al tavolo in attesa che il suo tè si raffreddasse un po'.
Lei, in elegante abito corto nero da sera, stava in piedi su un paio di decolleté tacco dodici, appoggiata all'angolo cottura attendendo che si sciogliesse un po' il ghiaccio nel bicchiere di mojito che teneva in mano.
-È davvero molto elegante, Agnese!
-Grazie, Federico; è molto gentile.
-Serata mondana?
-Sì; cena a base di pesce e poi balera.
-In compagnia del suo amico spagnolo?
-No, con lui ho chiuso; non c'era feeling. Stasera porto fuori un'amica un po' in crisi.
-Giovane?
-Ha qualche in meno di noi, ma non le consiglio di chiedermi di fargliela conoscere: rischierebbe di farsi travolgere dallo tsunami dei suoi problemi esistenziali.
-No, mi scusi! La mia è stata soltanto una domanda istintiva. Non sento assolutamente l'urgenza di fare nuove conoscenze, per ora.
-Lei esce stasera?
-No, Agnese, sono stanco. Oggi ho nuotato molto.
-Lo so. Prendevo il sole in spiaggia e l'ho vista gareggiare in acqua con quella ragazzina dai lunghi capelli neri.
-Sì! E ne sono stato molto soddisfatto.
-Ma Federico, potrebbe essere sua nipote!
-Ma cosa va a pensare? Intendevo dire che ero molto soddisfatto di aver messo alla prova la mia forma fisica, constatando che si mantiene ancora decisamente buona. Null'altro, mi creda!
-Ah, okay. Mi scusi; avevo frainteso.
-Non fa niente. Rientrerà tardi stanotte?
-Dipende da come è messa con la testa la mia amica Bianca.
-Ah, la testa! Nel bene e nel male è lei che comanda tutto.
-Già. Anche alla nostra non più tenera età.
-Soprattutto alla nostra età, cara Agnese! Quando avevo vent'anni il mio cervello era soltanto proiettato in avanti. Ora, invece, rivedo il mio passato, guardo il mio presente e cerco di capire se ci sia ancora la possibilità di costruire un mio futuro tutto nuovo: praticamente nella mia testa ho un turbinio che gira vorticosamente a 360 gradi.
Il silenzio che seguì fu rotto soltanto dal secco ticchettio del ghiaccio nel bicchiere di mojito che Agnese stava terminando di bere e dallo scroscio sommesso del tè che Federico versò nella tazza dalla teiera.
Quella sera Federico si rese conto di patire con un'insolita intensità quella solitudine alla quale peraltro era abituato ormai da parecchio tempo; sul terrazzino dell'appartamento neppure la compagnia di un buon libro e dell'armonico sciabordio dell'Atlantico riusciva a neutralizzare quella sensazione di snervante disagio.
Agnese invece non era sola quella sera; tutt'altro: il ristorante e il dancing in cui lei e la sua amica Bianca avevano deciso di trascorrere la serata pullulavano di gente allegra e spensierata. Ciò nonostante non riusciva affatto a svagarsi: al contrario, piombò in una situazione di inquietudine ancora più molesta di quella che contemporaneamente stava vivendo il suo coinquilino, dovuta al fatto che, paradossalmente, lei si stava sentendo sola in mezzo a una moltitudine di persone.
A un certo punto della serata Agnese fu piantata in asso da Bianca, la quale, senza farsi il minimo scrupolo, si allontanò dal locale in compagnia di uno sconosciuto, con il quale prima aveva soltanto ballato qualche latino-americano e bevuto un paio di drink.
Dopo un iniziale sentimento di profondo scoramento Agnese pensò che la solitudine della sua camera non avrebbe potuto essere più opprimente del senso di oblio che l'aveva attanagliata durante quella serata tutta da dimenticare.
Onde evitare che il suo morale finisse sotto un tacco dodici si avviò verso casa scalza, tenendo in mano quelle sue belle scarpe che sentiva del tutto inadeguate. Inadeguate per quella pessima serata; ma inadeguate anche per la breve relazione recentemente avuta con uno spagnolo quarantenne in cerca di sole avventure. E inadeguate ancor di più per una coabitazione che avrebbe avuto senso soltanto ai tempi dell'Università: ma quei tempi erano lontanissimi e ora Agnese si ritrovava a condividere cucina, bagno e terrazzo con un uomo a cui dava del lei, un uomo che non si faceva scrupolo nel gareggiare nelle acque dell'oceano con un'adolescente di quasi cinquant'anni più giovane.
Entrando in cucina per bere un bicchiere d'acqua, ancora ben immersa in quei suoi tediosi pensieri, scorse una luce flebile e tremolante sul terrazzino.
-Federico, ma è ancora sveglio a quest'ora?
-Si sta bene qui. C'è una bella brezza e l'oceano mi tiene compagnia.
-È uscito?
-No. Sono rimasto qui tutta la sera.
-Ma era in compagnia di qualcuno?
-No, ero solo. Perché me lo domanda?
-Perché non l'ho mai vista stare in casa in camicia bianca, foulard di seta e gessato grigio; e con una candela accesa al centro del tavolino. – Il tono di voce Agnese si era alquanto inacidito.
-Agnese, lei conosce la differenza tra il fato e il destino?
-Sì. Il fato è predestinazione, mentre ognuno è artefice del proprio destino. Ma che c'entra con tutto ciò?
-C'entra, eccome! Stasera mi sono sentito terribilmente solo, come mai mi era capitato prima d'ora.
-Mi dispiace. Se la può consolare anche la mia non è stata una gran bella serata. Ma, mi scusi, l'ho interrotta: mi stava parlando di fato, destino e solitudine.
-Già, la solitudine: questa sera si era trasformata in un odioso tarlo che mi rodeva dentro. A un certo punto, di colpo, ho avvertito in me un forte impulso.
-Cioè?
-Attendere il mio destino con un'atmosfera e un abbigliamento adeguati.
-Federico, ma che diavolo sta dicendo? Così mi fa preoccupare! - Il tono di voce della donna si era improvvisamente caricato di sincera apprensione.
-Ma no, Agnese, non c'è proprio nulla di cui preoccuparsi. Semplicemente, stasera speravo che il mio destino si presentasse a me con un abitino nero corto al di sopra di un bel paio di gambe perfettamente a loro agio su eleganti decolleté tacco dodici e decidesse di condividere con me questa splendida notte stellata. E quindi sono rimasto qui in paziente attesa.
-Federico...
-Sì?
-Sono qui...
Agnese calzò nuovamente quel paio di scarpe che, come per incanto, tornò a sentire perfettamente adeguate.
-...sono qui per te... per noi.
Il resto lo raccontò l'Oceano Atlantico: raccontò la storia di Agnese e Federico, che fino ad allora si erano sentiti lontani, non accorgendosi invece di essere così vicini.

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