giovedì 5 maggio 2016

Gabriele Andreani – Quando sbarcai a Lopadusa

La stiva gloglottava.

Un marinaio m’indicò
una trattoria ancora aperta
alle undici di sera.

‹Brodetto e pesciolini fritti
le vanno bene?›
domanda aggrondata
la padrona bianca.

Annuisco con il capo,
la voce morde
il profumo della cucina.

Dormii solo
quella prima notte,
traboccante
d’alghe incipriate.

Da mattina a sera,
da sera a mattina
vegliavo su
disperati
fiocchi di schiuma
tra tempeste
di pidocchi.

Arrivavano
vivi e morti,
risorti e sfatti
con le cotenne vuote
all’isola dei famosi,
in contrada Imbricola
e alla stazione Loran,
più neri della notte.

Li contavo,
e amavo l’eco
di quei suoni,
simili a ronzii
di mosche
precarie.

Altro non potevo.


All’isola dei Conigli
ho visto le tartarughe
affondare come gamberi
e dal faro del Grecale
chino su brandelli freddi
il falco pellegrino.

Quando ripartii da Lopadusa
la stiva gloglottava.

‹Brodetto e pesciolini fritti
le vanno bene?›
domanda aggrondata
la padrona nera
prima dell’imbarco.

La guardo
e scuoto il capo,
contemplando
in solitudine
l’immensa
luna
clandestina.

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