domenica 31 maggio 2015

Barbara Guidi - Abbraccio d'Amore

Fatti cullare dalle mie braccia,
braccia di donna,
di madre,
di figlia.

Fatti cullare dalle mie braccia
braccia di donna,
d'amante,
d'amica.

Abbandonati in questo mio abbraccio,
abbraccio che cura,
abbraccio che lava via la paura.


Abbandonati in questo mio abbraccio,
abbraccio di cuore,
abbraccio d'Amore.

venerdì 29 maggio 2015

Mirela Stillitano - Siamo lingua che batte nel palato del cielo

Fiori di cotone timidi
dispersi nei portici
di bocche spalancate

lo spasmo incredulo
di vite allucinate
dall'orgasmo della parola

un bambino che chiede
perché non ridi più
un ritratto sul viso e non sei tu.

La felicità è averti
e non dire
toccarti e guardarti.

Consunto il ricordo
in un ultimo replay
noi due sconosciuti

nella dialettica di baci fluidi
siamo lingua che batte
nel palato del cielo

e non s'ode nulla
che un remoto balbettare
d’amore.

Mirela Stillitano - Mi sei apparso in sogno

Mi sei apparso in sogno
mentre guidavo
incapace di gestire l'emozione,
spingendo in gola la vita
esausta da continua frizione
con l'immaginazione
e il grido rauco del vero
spalmato sul falso
con troppi strati d'asfalto.
Trovami una meta!
Borbottava.

Ho colto la sfida e il gelo
di un capo mozzato sulla collina
al fianco destro,
un fiume di metallo dove farsi ingoiare
al fianco sinistro.
Un precipizio davanti agli occhi.
Alle spalle niente, niente, niente!

Oltre, oltre, oltre
una marea incapricciata
di una scogliera!
E ancora niente
non un ronzio di calabrone
non un filo d'erba
risentito del rombo del vento.

Solo da scegliere come interpretare,
con quale verso descrivere
il senso della nostra morte
nella seduzione del bene morale,
lo sgomento di una rima baciata
da un lutto felice.
Lo ammetto, ho perso la testa,
dopo le esequie delle ultime parole
ho tenuto in cuore una festa
con santi, diavoli e battiti in ozio
stordendomi di odio e amore.

E ti ho regalato il silenzio.

Mirela Stillitano - L’amore e la vita

Ah, vita, viaggio in dipartita
potessi tradurti in braille
cederti le mie impronte
usurarmi di te!

Svelarmi sola come ti contorci
su quella fortezza di sensi univoci,
da cosa trai origine
da chi prendi le voci.

Il senso non rivela di te
che il suono di ciò che taci

l'iride dove ardono le braci
le gambe degli anni che affondano
ora qui ora là, tra la certezza

e la folle esuberanza
di trovare solide orme
nella foschia di Shangri-La.

Ma ho un nodo da qualche parte
attorcigliato sul fazzoletto
di batista bianca sciupata
dal difetto di un ricamo

- non so se ti amo -

che mi ricorda quanto illudi
ed elargisci sgomento dalle fauci
come se la mia ansia di viverti
ti succhiasse dalle narici.

E non mi sazia di te
il pianto di una iena
la bellezza diurna di una falena.

Ti canto, nutrendomi di nuvole
con gli occhi chiusi.

Lorenzo Bianco – Amor che non risponde mai al suo nome

Amor che non risponde mai al suo nome
eppure senza tregua lo invoco inutilmente

ogni notte tesso
un’intricata tela
di passi fino a te
poi di giorno
la districo e la svesto
come un tempo perso
a non abbandonarti

Il ritorno.
Quel che tu non puoi.

Accettare il dono condiviso
di donarsi a te e
la gioia poi
di vedere
in te la gioia
finalmente.

Vanni
il cardo pungente
mio cardine
scardasso uncinato
a rigarmi la pelle
coi denti.

Scorda la Penelope
congiunta al telaio
ora ho appreso le delizie
dell’amar di lontano

Prego ogni notte prego
che tu non torni mai
e ti chiamo in tutti i nomi
che non conoscerai

Amore, lontano
Languore, lontano
Amore, lontano

Rimpianto, estinguiti
Mancanza, spegniti
Assenza, esprimiti

Luce dei miei occhi, brilla lontano
Voglia che mi tocchi, brucia lontano
Gioia del pianto, brilla lontano
Più dolce inganno, brilla lontano
Fiore di fuoco, brucia lontano
Avido gioco, brucia lontano
Croce e delizia, brilla lontano
Bacio che vizia, brilla lontano
Seduzione, brucia lontano
Tentazione, brucia lontano
Frenesia, brilla lontano
Empia malia, brilla lontano

Freccia d'amore scoccata accidentalmente, termina lontano da me
Freccia d'amore scoccata intenzionalmente, termina lontano da me
Freccia d'amore diretta a un errato bersaglio, estingui lontano il tuo abbaglio accecante

Lode sempre sia, a questa rabbiosa atarassia.


Così. Mia.

Lorenzo Bianco – Saluti da Honeymoon

Forse fu la nebbia. Un manto e spesso e umido si aggirava come uno spirito sul fiume. Oppure fu soltanto la noia: dieci giorni chiusa in casa con la bronchite mi avevano lasciato in bocca uno strano sapore di sciroppo fluidificante. Fu così che mi misi a sfogliare una di quelle riviste giovanili tanto di moda negli anni novanta, cercando qualche notizia sulle mie band preferite. Ascoltavo i Nirvana, i Guns, i R.E.M., come tutti, credo. Era il numero di novembre, anche se eravamo a gennaio e non c’era nulla che già non sapessi. Verso il fondo del giornale l’angolo degli amici di penna. Tra hobby e descrizioni poco interessanti mi colpirono due nomi: Tom S. – 230 West Broadway, Long Beach, New York -  e Huck F. – 1638 Ocean Ave, Santa Monica,  California.  Huck dice di avere la passione per viaggi, zattere e isole deserte, Tom per gangster, pirati e tesori nascosti. Pensai di avere a che fare con dei ragazzini, ma anch’io avevo solo quindici anni e il mio nome – quasi per uno scherzo del destino - è  Becky T. – 713 Bridge Street, Honeymoon, Missouri.

A scuola la maestra indicava il Missouri sulla cartina e diceva: “Questo è il cuore dell’America”. Poi con la bacchetta seguiva il corso azzurro del fiume e si fermava nel punto dove approssimativamente si trova Honeymoon. “Noi siamo qui!” e picchiettava la bacchetta più volte sulla carta.  Se il Missouri è il cuore dell’America, e l’America è il cuore del mondo, allora io vivo nel cuore del cuore del mondo. Qui il Mississippi è alla metà del suo corso e segna come una ferita aperta il confine tra i sogni avventurosi, la via dell’oro, l’ovest e la nostalgia delle proprie radici, il passato, l’est. Huck e Tom vivono sulle coste agli estremi opposti d’America e io sono a metà di quella distanza che li divide. La bizzarria dei nomi e delle circostanze mi convinsero a scrivere.

Non avendo carta da lettere  chiesi a mia madre di comprarmene, ma lei ritornò con un paio di cartoline identiche. Raffiguravano un battello a vapore sul fiume con sopra una scritta: “Saluti da Honeymoon”. Non potevo intuire che quella sarebbe diventata un’abitudine e le cartoline il mio modo di comunicare, per molti anni. Scrissi a Tom e a Huck lo stesso messaggio:

“Anche se Honeymoon ha un nome magnifico e il Mississippi è meraviglioso, qui non è una favola e Moonriver è solo il titolo di una famosa canzone. Sogno di viaggiare, incontrare pirati e cantare in una band. Ti prego rispondimi presto. Your huckleberry friend, Becky”.

Pensavo che i miei messaggi sarebbero stati cestinati, invece le risposte non tardarono ad arrivare. Il primo fu Huck: mi scrisse su un foglio recuperato chissà dove, con una gigantesca macchia d’olio al centro. Poteva essere la carta con cui era avvolta la focaccia che aveva appena finito di mangiare. Trovai la cosa divertente: mi dava l’idea dell’urgenza che aveva avuto nel rispondermi, come se fosse una necessità impellente. Mi disse che se volevo viaggiare avrei potuto accompagnarlo a spasso per l’America, perché lui era sempre in giro, un giorno qui e l’altro chissà dove. L’indirizzo che potevo continuare a usare era quello della nonna che viveva in una strana casa vicino alle spiagge più belle della California. Non sapevo se credergli, ma in fondo mi andava bene così.

Tom mandò una lettera scritta su carta pregiata, con un bell’inchiostro blu. Probabilmente aveva usato una penna stilografica. In allegato c’era una sua foto con una benda da pirata. L’immagine da scapestrato che ci teneva a dare di sé in qualche modo strideva con quella scrittura così ordinata, la mancanza di errori di ortografia, la cura con cui aveva compilato l’indirizzo sulla busta e la scelta del francobollo che raffigurava un battello a vapore del tutto simile a quello della mia cartolina. Non doveva essere stato facile trovarlo per uno che non vive dalle mie parti, forse era un filatelista, o forse, semplicemente, a New York si può trovare davvero di tutto. Devo dire che era bello e, nonostante un occhio fosse coperto, lo sguardo era quello penetrante di uno navigato, che ne ha viste e vissute tante. Sembrava scrutarmi come per cogliere dentro di me quello che lui aveva già visto, affrontato e archiviato. Mi piacque subito proprio per quell’aria di genio e regolatezza: quello che ogni ragazza in fondo, cerca in un uomo.

Con la bella stagione presi l’abitudine di scrivere giù al fiume. C’è una strada sterrata che affianca l’argine e raggiunge un promontorio dove è posizionato il faro di Honeymoon. Restavo lì a scrivere fino all’imbrunire; il fascio di luce del faro fendeva intermittente il buio fino a raggiungere la riva dell’Illinois e contemporaneamente si spingeva verso ovest. Mi pareva un lungo braccio luminoso che si allungava nella notte per raggiungere i miei amici ai due capi opposti del continente. Usavo le cartoline come carta da lettere, mettevo dei numeri per distinguere le pagine, poi le imbustavo tutte insieme, tanto che sembravano piccoli mattoni di carta che spedivo dalla buca delle lettere vicino all’imbarcadero.

Imparai a conoscerli meglio: Huck non pareva granché interessato alle ragazze, non so se perché la smania di conoscere il mondo lo avesse posseduto fino a cancellargli ogni altro desiderio, o se semplicemente perché preferiva la compagnia dei ragazzi. Con lui mi abbandonavo a quelle confessioni che in genere si fanno soltanto alle amiche più intime. Tom invece si comportava da spaccone, flirtava, mi raccontava quello che avrebbe voluto fare con me  se solo fossimo stati vicini. Ogni tanto lasciava trasparire un tono dolce e malinconico e lì mi sembrava di capirlo davvero, di raggiungerlo, di comprenderlo. Leggevo le sue lettere seduta sotto un pioppo gigante che emanava un profumo umido e legnoso che pareva la fragranza di quella malinconia segreta, una nota ombrosa e selvaggia su un ragazzo altrimenti piuttosto inquadrato.

Parlai molto all’uno dell’altro, tanto che si sentirono incoraggiati a conoscersi e incominciarono a scriversi. Mi piaceva pensare che parlassero segretamente di me, sentirmi al centro di questa stramba compagnia di amici. Facemmo un giuramento: anche se il nostro sogno era viaggiare per il mondo e vivere le avventure più pericolose non ci saremmo mai dovuti incontrare. Ero stata io a proporre questo patto: avevo paura che la realtà avrebbe rovinato tutto.

Poi un giorno non scrissero più. Il silenzio fu assordante. Prima che la mia stanza si riempisse completamente di rose di carta, fatte con i fazzoletti imbevuti di lacrime, mi ritrovai con un biglietto aereo in mano, destinazione California.
Sapevo che stavo tradendo la nostra promessa, ma anche loro non avevano tenuto fede alla nostra amicizia smettendo di scrivere.

Arrivata a Los Angeles rimasi abbagliata da quella città al tempo stesso infantile e pericolosa. Se dovessi paragonarla a un oggetto, direi che è come una pistola giocattolo, ma che alla fine spara davvero. Il cielo aveva colori chimici, ma comunque magici. Diedi l’indirizzo di Huck al tassista e poi sprofondai sul sedile posteriore in preda a un senso di nausea dovuta all’angoscia e a inspiegabili sensi di colpa. Palme lunghissime e sottili sfrecciavano dal finestrino, con le foglie altissime, come piume, simili a grandi uccelli preistorici. L’auto si fermò lentamente davanti a una villetta bizzarra con il tetto di pongo e la facciata in tinta pastello, esattamente come l’aveva descritta Huck. Suonai il campanello e comparve una vecchina con un sorriso disarmante e l’acconciatura più strana che avessi mai visto. I capelli bianchissimi erano avvolti a più giri sul capo come zucchero filato. Appena cercai di presentarmi mi riconobbe “Tu sei Becky!”e mi disse che era la nonna di Huck. Mi preparò il tè dopo avermi fatto fare un giro per la casa. Vivevano con lei un cane, un gatto e un canarino che andavano d’accordo come le creature del giardino dell’Eden. C’erano libri ovunque e strane statuine in porcellana, legno e terracotta che raffiguravano Marylin, Jim Morrison, la Madonna, James Dean e la foto di Huck con una tavola da surf. Tutto questo non bastò a prepararmi alla triste notizia: Huck era scomparso da due anni. La polizia e l’F.B.I. avevano smesso di cercarlo, ma lei non aveva ancora perso le speranze che un giorno sarebbe tornato, si sarebbe seduto come faceva sempre sulla poltrona dove ora ero seduta io e si sarebbe  messo a leggere tutte le  mie lettere. Piangemmo insieme, poi la salutai giurando che le avrei scritto e saremmo rimaste in contatto per comunicarci ogni notizia, anche minima, riguardante Huck.. Quando salii sul taxi che mi riportava all’aeroporto la guardai scomparire dal parabrezza posteriore: sembrava la versione americana della dea della Terra, la madre di tutti noi.

Non era ancora ora di tornare a casa, la prossima tappa era New York. Mi sarebbe piaciuto attraversare l’America guidando una decappottabile o saltare da un treno merci all’altro come il protagonista di un romanzo di Kerouac. Forse Huck stava vivendo così, girovago e selvaggio. Invece dall’aereo potevo misurare i kilometri di cielo che ci dividevano abbracciando un continente. Le nuvole sembravano i nostri pensieri, castelli in aria in uno spazio troppo grande per tre ragazzi che non avevano, però, smesso di amarsi.

Mi sono addormentata e ho fatto un sogno: mi trovavo al bancone di un bar con un Martini, aspettavo qualcuno. D’un tratto lui arriva ed è Tom, ma non è davvero Tom, non riconosco i lineamenti del viso. Penso di essere una sciocca, perché non l’ho mai visto e potrebbe essere un po’ diverso dalle foto che nel tempo mi ha mandato. Ma la sua faccia cambia continuamente. Per gioco mi volto, chiudo gli occhi e lo guardo: ho davanti un’altra persona, e così via all’infinito. Lui continua a parlare di cose che non mi interessano e intanto mi corteggia in modo sfacciato. Non mi riconosce. D’un tratto mi chiede come mi chiamo. Ci penso un attimo e decido di mentire “Il mio nome è Lana”.

Mi sveglio turbata da quella bugia, guardo il mio riflesso nel finestrino – ma chi è quella ragazza? – mi sento come se avessi smarrito le coordinate di me stessa.
Prendo sul sedile una cartolina con il logo della compagnia aerea e comincio a scrivere:

Caro Tom,

stavo per infrangere il nostro giuramento, volevo vederti, parlarti, chiederti perché non scrivi più. Poi ho capito che non aveva senso: abbiamo condiviso parti di noi che non mostriamo mai a nessuno. Se ci incontrassimo non ci riconosceremmo, avremmo sul viso la maschera che ci siamo scelti per stare al mondo, non le sembianze evanescenti del sogno. Se questo incanto si è spezzato voglio almeno conservarne il ricordo. Non potrei sopportare di guardarti senza davvero vederti. Sappi che ti ho sempre voluto bene e non smetterò di farlo.

Addio, Becky.

Il taxi si fermò davanti a un palazzone grigio e fatiscente. Un bambino giocava da solo per strada di fronte al portone principale. Gli chiesi se abitava lì il signor Tom S., lui rispose di sì e mi indicò col dito una delle decine di finestre in alto che non riuscii a localizzare. Suonai il citofono a un nome qualsiasi, dissi che dovevo fare una consegna, se mi potevano aprire. Trovai la casella con il nome e cognome di Tom. Prima di imbucare la cartolina scrissi sulla busta: “Sono stata qui”.

E me ne andai.

Giulia Gaveglio – La capretta di Chagall

Era il profumo dell’erba che aveva segnato la sua nascita, trascinandola al mondo come trasportata dal suono di un magico richiamo. Se avesse potuto avrebbe cercato di descriverlo, scegliendo con cura parole riecheggianti libertà, vento e sole: ma non era in grado di usare le parole degli umani. Pensava che forse, un giorno lontano, avrebbe trovato un modo per comunicare con loro. Avrebbe tentato di spiegare che quel mondo, che avevano la pretesa di abitare, non sarebbe mai stato loro proprietà. Avrebbero dovuto constatarne la superiore intelligenza ed infine l’avrebbero eletta “sindaco”, o comunque si dicesse nel loro linguaggio. Una statua sarebbe stata eretta in suo onore e avrebbe potuto governare su di loro con giudizio: tuttavia mai e poi mai si sarebbe abbassata a mangiarli. Si riscosse da tali pensieri scuotendo la testa, mentre le altre caprette brucavano silenziose, lanciandole di tanto in tanto rapide occhiate di muto sospetto. Si scostò leggermente, giungendo al limitare del campo, e volse il muso al sole, pervasa da un senso di solitudine. Odiava pensare a una vita trascorsa interamente nel lasciarsi portare, fidandosi ciecamente degli uomini come le altre piccole, candide conformiste. Gli umani non le piacevano affatto: erano meschini ed egoisti, e non avevano rispetto né per loro stessi né per il mondo. Simili pensieri la rendevano a volte tanto triste che le sembrava di diventare sempre più pesante, sprofondando con gli zoccoli nel terreno fino a non riuscire più a muoversi. Ma poi, guardando il cielo, un senso di leggerezza s’insinuava dolcemente in lei, dalla punta del muso fino in fondo alla coda. Il cielo era libertà e gli uccelli liberi di volare, come anche lei avrebbe voluto fare. Ma era impossibile, lo sapeva bene: lo dicevano le leggi dell’aerodinamica. Non poteva tuttavia impedirsi di immaginare quanto si sarebbe sentita leggera nel fluttuare su paesaggi stranieri, come tappeti variopinti ai suoi piedi.
Fu riscossa d’un tratto dal suono di un passo umano sul sentiero che conduceva al pascolo. Probabilmente il pastore di ritorno. Non si diede la pena di raggiungere le compagne, che correvano festanti a radunarsi in un angolo: rifiutarsi di ritornare verso la stalla era il suo piccolo atto di ribellione quotidiana, e non se ne voleva privare. Voltò il muso verso il sentiero, assumendo come una maschera la consueta aria testarda di sfida. Rimase sorpresa nel constatare di essersi sbagliata: l’uomo che arrancava su per il sentiero non somigliava affatto al pastore. La prima cosa che notò di lui furono le mani affusolate, con dita lunghe e sottili, dall’aria forte e al contempo delicata. Sembravano nate per creare qualcosa di bello. Aveva occhi tristi e leggermente inclinati verso il basso,  capelli folti e scuri, arricciati in volute mosse dolcemente dal vento. Portava con sé una curiosa struttura di legno, grandi pezzi di cartone bianco ed infine una misteriosa valigetta di pelle, sdrucita dall’uso, su cui si potevano leggere incise due iniziali: MC. L’uomo si fermò a metà del sentiero, guardandosi attorno. Ripreso fiato, raggiunse il margine del boschetto, dove la capretta lo osservava ammutolita. Qualcosa in lui la rapiva profondamente e la atterriva al tempo stesso. Lo strano individuo posò a terra la valigetta e sistemò sulla struttura uno dei grandi pezzi di cartone. Trasse dei piccoli tubetti e, preso un pezzo di legno tondo e sottile, cominciò a spremerveli sopra, facendone fuoriuscire colori variopinti che si mescolavano lungo le venature. Con lo sguardo annebbiato, cominciò ad intingervi un piccolo pennello, con cui accarezzava delicatamente il cartone: un mistero  tanto affascinante da esercitare un influsso quasi magnetico su di lei, che poco a poco si avvicinò per poter vedere meglio. Come per una magia arcana, il tempo parve fermarsi mentre macchie variopinte prendevano vita, scivolando sulla tela. D’un tratto l’uomo si voltò e si accorse di leiche atterrita, con il cuore che batteva forte, corse alloraveloce giù per il pendio. L’aria del tramonto era fredda, di un freddo curiosamente piacevole. Mentre camminava si sentiva più leggera e non sapeva spiegarsene il motivo. Per la prima volta, si era spontaneamente avvicinata ad un essere umano senza averne paura e in lei era nata una sensazione di dolcezza nuova: avrebbe voluto rimanere per tutta la notte a guardare il lavoro febbrile di quelle mani, quel volto concentrato e un po’distratto. Aveva ad un tratto realizzato, con la certezza assoluta con cui si realizzano soltanto le cose vere, che di lui si poteva fidare. Giunta all’ovile si era sistemata sulla paglia, stremata da confusi e dubbi pensieri. Tuttavia non riuscì a soffocare del tutto l’idea che quell’uomo avesse fatto nascere in lei germogli di bellezza. Il giorno dopo si sorprese ad attendere con nervosismo l’ora del tramonto. Nulla le assicurava che MC sarebbe venuto di nuovo, ma lei non aveva dubbi. Non la stupì affatto dunque vedere il suo passo incerto, caracollante sotto il peso dell’attrezzatura, farsi nuovamente strada per il prato. Questa volta l’uomo si accorse subito della piccola presenza che lo osservava con attenzione. Sistemò il cavalletto proprio di fianco a lei. Non proferì parola, ma la guardò negli occhi, salutandola con il linguaggio muto che è proprio delle anime sensibili, che sole lo sanno parlare. La capretta si avvicinò ulteriormente e pian piano sentì la paura iniziale scemare. Si sdraiò sull’erba, rispondendo con lo stesso linguaggio silenzioso. Lo osservò lavorare finché le prime stelle non iniziarono ad apparire sbiadite. La notte, gli occhi spalancati nel buio, seppe che la sua vita era stata cambiata. Se ne avesse conosciuto il significato, forse avrebbe usato la parola amore per descrivere questo cambiamento. Ma le parole sono spesso troppo umane per descrivere le cose veramente belle e pure della vita. Per alcuni giorni, il loro contatto si svolse allo stesso modo, una danza delicata di cui solo loro due conoscevano le regole. Il pittore arrivava, salutava la capretta con i suoi occhi tristi e sistemava il lavoro, inclinandolo leggermente affinché lei potesse vedere. Di giorno in giorno il disegno prendeva vita, come una favola sfuggita alle pagine del racconto: i colori erano sempre più vivi ed intensi. Tuttavia, curiosamente, essi non sembravano descrivere la realtà che dormiva quieta intorno a loro. Era un luogo altro, un luogo felice: come in uno specchio, le sembrava che il quadro sapesse leggere in lei quanto non era in grado di dire. Lui osservava affascinato quella piccola creatura spontanea, che nell’adorazione con cui fissava il cielo riusciva a condensare in disarmante semplicità intere poesie, trattati di filosofia e matematica, come una parola a lungo cercata e dimenticata. Così il tempo passò insieme a loro, ed i due impararono a conoscersi, bevendo dai reciproci desideri, senza mai interrompere questo muto contatto. Finché un giorno, lui le rivolse la parola. Era l’ora appena precedente il tramonto, quella che entrambi preferivano: i colori del cielo sembravano prendere fuoco, e la realtà avvicinarsi un po’ di più al loro mondo fatato. La voce le giunse come da lontano, a rompere il silenzio rituale a cui era abituata; eppure non la turbò come si sarebbe aspettata. Era morbida ma profonda e sembrava far parte del tessuto di quel silenzio, come un disegno che correva lungo la trama. «Il quadro è quasi terminato» le disse. Lei non capì. O forse sì, e posò il muso sulla sua mano.
Il giorno dopo, il pittore non ritornò. Né lo fece quello dopo ancora. Il tempo divenne d’un tratto di nuovo lento, i giorni come perle di una collana infinita, identici nella loro monotonia. La capretta crebbe e divenne adulta: si rassegnò alla vita che le spettava, che avevano scelto per lei forze più grandi, vivendo nella noia dolce e malinconica di chi porta in sé le cicatrici di una rinuncia. Ma al crepuscolo il ricordo delle sere di attesa felici la rendeva un po’ meno triste e sola. Si sedeva sul limitare del prato, là dove la prima volta si erano incontrati, e attendeva l’ora del tramonto per vedere il sole morente trasformare la realtà grigia nel mondo colorato in cui l’amore l’aveva trasportata. A volte ricordare era doloroso: eppure, non aveva rimpianti. Il tempo avrebbe potuto offuscare i contorni di quell’uomo, ma non il muto dialogo dei suoi occhi, non il senso di fiducia che le aveva donato. Passarono gli anni e giunse l’inverno. La capretta cominciò ad invecchiare: il pelo divenne più rado e chiaro, gli occhi offuscati e le gambe persero lentamente la forza e l’agilità della giovinezza, costringendola a riposare nella stalla. Con grande naturalezza, cominciò ad avvertire che il suo cammino era giunto verso il termine e si stupì di non trovare in sé alcuna rabbia per questo, consapevole del fatto che la morte va accettata godendo di ogni piccola gioia nella consapevolezza del rischio di perderla. In quei momenti si chiedeva se anche il pittore fosse invecchiato. Si domandava dove fosse. A volte fantasticava su meravigliose creazioni a cui lui aveva dato vita: violini che suonavano, gatti dai volti umani, città dai colori cangianti, amanti abbracciati, i volti bagnati di pioggia lucente. E allora era di nuovo felice: sognava di lui come se davvero lo potesse vedere, tanto vicino da poterne avvertire l’odore acre di pittura, perché spesso i sogni non sono altro che vie differenti che vorremmo avesse assunto la realtà. Infine, cadde in una bruma lenta e spessa e decise di abbandonarsi alla tristezza, accogliendola nel punto più profondo del cuore. Il momento giunse senza annunciarsi, e lei lo riconobbe come un amico troppo puntuale, a cui si vorrebbe domandare più tempo: si sistemò allora su un mucchietto di paglia, decisa a morire sola, perché sempre nella vita aveva fatto da sola le cose importanti. Sdraiatasi s’assopì, avvertendo nel dormiveglia strani rumori, voci sconosciute e al contempo familiari invadere l’aria, un luogo ormai lontano. Il tocco della mano sulla sua schiena giunse improvviso. Un nodo si sciolse in lei, e all’istante lo riconobbe. Lui, d’altro canto, non avrebbe saputo spiegarle come l’aveva ritrovata. Finito in paesi lontani, aveva sentito di dover rivedere quella piccola creatura che aveva sempre ispirato i suoi giorni con un ricordo leggero e delicato. L’aveva allora cercata in tutte le stalle della piccola valle, chiedendo ai pastori, cercando l’eco di una sensazione familiare. Ed era giunto lì, dove ora, con la mano sottile sul suo pelo, sedeva accovacciato a terra, affinché fossero  alla stessa altezza. Lei aprì gli occhi con fatica e lo guardò. Si chiese dove fosse stato, cosa l’avesse portato tanto lontano. Gli domandò con lo sguardo tutto ciò, e non ci fu bisogno di parole. Avrebbe voluto rimproverarlo, ma era invecchiato anche lui: i capelli erano grigi, e le mani che lei tanto amava avevano le vene segnate e le dita stanche. Stettero per un po’ così, in silenzio, e le loro anime si fecero più leggere. Alla fine lui trasse dal pavimento un involto grande e piatto e cominciò a scartarlo con le sue belle dita, raccontandole dei luoghi che aveva visitato, delle persone che avevano incrociato il suo cammino rendendolo felice. Quando ebbe terminato, lo poggiò nuovamente a terra. Solo allora capì che era una tela. ”Non era ancora finito”, le disse. La prese da terra, ed ecco: la sua realtà colorata si stagliava dinnanzi a lei delicata e potente, così come la ricordava. I monti rilucevano dell’amore che li aveva colorati, figure lontane popolavano lo spazio. Ma al centro, a realizzare il sogno nascosto di una vita, una nuova figura, finalmente leggera e libera, volava nell’aria, ignara delle leggi dell’aerodinamica, ignara dei divieti della società, che vogliono decidere al posto nostro il modo giusto di amare. Seppe di non essere mai stata dimenticata. Serena, chiuse allora gli occhi. Sentiva l’odore della primavera.

(Liberamente ispirato al quadro “Dans mon pays” di Marc Chagall)