lunedì 2 giugno 2014

Sara Agnetti – Ho perso il mio tempo

Non è così facile e immediato, ma quasi tutti prima o poi si arriva a capire che il miglior modo per comprendere a fondo l’importanza del tempo è perderne. Così decisi di mettermi in marcia, quasi senza meta, solo godendo degli incontri e di tutto ciò che mi aspettava sul cammino.
Ho perso tempo ammirando la geometria perfetta delle nocciole incastonate nella tavoletta di cioccolato, e godendo di come per una volta le fotografie sull’involucro colorato non ci ingannino. Ho capito a fondo la differenza tra le banane di Tenerife e quelle cresciute in tutto il resto del mondo. Ho scoperto che nel deserto dell’Arizona piove molto poco, e che in quelle rare occasioni nessuno esce di casa. Ho riflettuto sulla vita militare, su come tempri il carattere di chi la vive, passando il resto della propria vita a calcolare distanze, altitudini e medie orarie. Spesso non ci rendiamo conto del lavoro importante di chi passa anni della propria vita a cercare di far nascere bimbi sani da madri malate di HIV in Zambia. Cani schivi mi sono saltati addosso, facendomi la festa mentre mangiavo una banana in riva al fiume. Altri cani mi hanno portato via la buccia di quella stessa banana, perché affamati ed impauriti dallo straniero che si era seduto sulle pietre delle loro strade. C’erano anche campi coltivati a mappamondo, ogni cespuglio un confine di stato, ogni foglia una frontiera, non senza imperfezioni e omissioni. Gente che veniva dal sud mi ha insegnato come riconoscere le coltivazioni di asparagi e me ne ha illustrato l’importanza economica. Ho trovato paesi vuoti, senza bambini per le strade, paesi destinati ad una triste riurbanizzazione per villeggianti annoiati dalla città, pronti a costruire l’ennesimo inutile campo da golf. Ma in quegli stessi paesi c’erano anche giardinieri simpatici, con tanta voglia di parlare e pronti ad offrirti un passaggio fino al centro. Bevendo le acque senza garanzie sanitarie, ne abbiamo scoperto l’inutilità. Attraversando chilometri di niente, a volte sono usciti mostri strani dalla testa, mostri fatti di volti che avevo dimenticato, mostri in costume da bagno che leggono il Vangelo secondo Giovanni. Se ti trovi solo con i tuoi piedi, con il vento, con una strada senza inizio né fine, puoi ritrovarti a ringhiare come un animale ferito, ad arrabbiarti con la terra e con ogni sasso che calpesti, per poi piangere di rabbia per il male che hai fatto uscire e che non sapevi di avere dentro. Qualche birra più tardi, ringrazi la vita per i compagni di gioco che ti regala, per quello stesso silenzio che poco prima avevi maledetto, per questo tramonto che non ha fretta, per la lucertola che ti guarda senza rancore. E poi capita di incontrare qualcuno che vuole donarti amore, perché di più non si può fare, che ti insegna a volerti bene nonostante i fallimenti, che ti legge dentro senza conoscerti, che piange con te e si commuove per quanto belle sono le lezioni della vita, che arrivano quando meno te lo aspetti. Ascoltare il proprio corpo. Siamo così poco abituati a farlo, in un mondo che ci chiede di più, che non ci vuole mai statici e che ci spinge ad andare sempre più in là. Se ci rendessimo conto di quanto è bello a volte fermarci! Hai mai ascoltato il suono delle tue caviglie? Hai mai toccato la linfa fuoriuscita dal tuo corpo? O non ti sei mai nemmeno accorto che era uscita? Una volta un prato mi ha chiesto di essere calpestato. L’ho sentito che mi chiamava per nome, ogni filo d’erba si è inchinato ad onorare il mio arrivo, gli insetti si sono spostati per prepararmi un letto tra le foglie e la sabbia della clessidra si è fermata. Le nuvole danzavano per me, il vento è arrivato ad asciugare il mio sudore e il sole mi ha regalato luce e calore per illuminarmi il viso e scaldarmi la pancia. Tutti si sono fermati per non disturbare, non mi stupirei se venissi a sapere che anche il mondo ha smesso di girare. In quell’istante pensi alle persone care e a quelle che ancora non conosci e ti senti in pace con loro e con te stesso. Vivere un momento così è in parte fortuna, ma anche tu puoi farlo, anche tu con il doppiopetto blu che spingi per entrare in metropolitana e maledici il wi-fi per il cattivo segnale. Ci sono stati dormitori a tre pareti che ci hanno fatto dormire mentre comandava il freddo, e a volte ho invocato il dio delle tubature per portarmi un po’ d’acqua calda. I gatti si sono presi gioco di me, dispensando fusa e lasciandomi sola una volta che ho dato loro da mangiare. Eppure, quando mi sono girata, loro mi stavano salutando con un miagiolio lontano. Le panchine hanno sopportato il mio peso e il fruscio delle mie borse piene di frutta. Le campane mi hanno salutato a festa, a lutto e anche un po’ a caso. C’erano galline che mi anticipavano sulla via, senza scarpe ma con il cappello in testa. Vacche felici mi hanno guardata con aria di superiorità, come se loro avessero capito tutto della vita e io facessi loro un poco di pena per il mio essere piccola e povera. Ho letto la semplicità sul muro di una casa diroccata. Ho parlato con un manichino vestito a festa nel bel mezzo del nulla, mi ha raccontato di quella volta che un gitano gli ha offerto una fetta di anguria in cambio di una sonata di fisarmonica. I trattori mi sono passati vicino indifferenti al mio dolore, al mio desiderio di parlare con qualcuno, alla mia mancanza di lucidità. Ci sono stati asini che mi hanno insegnato cosa significa veramente partire, impacchettare la propria merda e andare via. Una bottiglia di vino mi ha permesso di conoscere la vita segreta dei tori dell’Andalucia. Il pesce nel piatto mi ha sempre guardato con terrore. Nei boschi di eucalipti ho spesso sentito il richiamo dei folletti. Cavalcavano grossi ramarri verdi dal corpo sproporzionato e scacciavano i lupi dal sentiero degli umani. Con un po’ di impegno, si possono ancora vedere le tracce sul terreno delle carovane dei secoli passati, con le vesti medievali e i cavalli stanchi. Attraversando mille fiumi, i pesci persici hanno ballato la danza della pioggia, ho lavato gli stivali e ho cantato con le rane, che quando vogliono sanno essere assordanti e beffarde. Ci sono state persone che hanno voluto abbracciarmi e baciarmi senza conoscermi, ed io, un po’ stupita e non certo abituata, mi sono lasciata attraversare dalle loro solitudini, dalle parole non dette e da quello che ho potuto solo percepire in fondo alle loro menti. Ci sono tante delusioni, tante vite da raccontare, storie straordinarie per la loro semplicità, ci sono tante persone con così tante cose in comune che a volte per condividerle basta uno sguardo. Le parole sono a volte sopravvalutate, quando qualcuno inizia una frase e tu sapresti già come terminarla. Ho pianto lacrime che giacevano da anni sepolte in piccoli laghi dietro i miei occhi, si erano accumulate e finalmente sono uscite. Le ho asciugate con i polsi e qualcun altro le ha asciugate per me, convincendo un gregge di pecore a pascolarmi intorno. Ci sono state attese reciproche, baci sognati, calzini bucati. C’è stata la pazzia di ballare il tango con uno sconosciuto che scrive con le venti dita e che ride con tutto il corpo, di un’allegria che ti inonda come un’improvvisa alta marea. Lanciando i dadi sono state mosse pedine e ci siamo mossi noi, in un gioco dell’oca disegnato sulla pietra. Ci sono stati messaggi nascosti sulle piastrelle davanti ad una fontana, cartelli non visti, poesie non lette e legate alle zampe di un piccione viaggiatore. Se per un attimo ho avuto paura, ho pensato a preparare il caffè. Se per un attimo ho avuto freddo, ho guardato le foglie tremare. Ho avuto anche paura di amare. Ho aspettato lui come si aspetta l’alba per conoscere i sogni del mattino, fino a quando un lombrico con gli stivali da pioggia e il dolcevita mi ha suggerito di andare a prendere ciò che mi spettava e che mi aspettava. Il vento soffia sempre da nord. Un gatto rasato mi ha rubato la seggiola e un signore di pietra che si teneva il cappello mi ha indicato la via. I vecchi mi hanno insegnato parole di una lingua lontana, terre lontane dove tuttavia sono riuscita a trovare una bottiglia di lambrusco. I cavalieri templari sono tornati dal passato per mostrarmi la mappa segreta della città di ferro, e ho potuto rivedere l’avanzata saracena e la partenza per le crociate.

Ho perso così il mio tempo, sognando tutto questo dal letto della mia stanza, con un pigiama a righe e il mal di stomaco.

Roberto Pallocca - Alla fine della strada

«Non ho capito».
«Carlo sono tre volte che te lo ripeto!».
Sotto ai portici della piazza principale, Giacomo dà le ultime direttive. Sono le tre di notte, il cielo è coperto, niente stelle, la luna sbuca da una nuvola per sbirciare cosa sta accadendo.
Ci sono trenta persone, tutti uomini, divisi in gruppi ai due lati della piazza. Aspettano il segnale.
«Quando accendo questa torcia a led rossi, ci buttiamo tutti in mezzo, ok?».
«Ma in mezzo in mezzo? Non è pericoloso?».
«Carlo, maledizione, ne parliamo da giorni. Ora non è il momento di discutere. È in fondo alla strada, lo senti?».
«Sì, lo sento».
Alla fine della strada, fermo ad un semaforo, un ragazzo con un casco nero sgasa strepitante sulla sua moto di alta cilindrata.
«Ecco. Stanotte non la passerà liscia ‘sto bastardo».
Così dicendo, Giacomo passa a controllare che tutti gli altri siano al corrente di quanto accadrà. Passeggia sotto il portico più vicino, dà pacche sulle spalle, buffetti in testa, stringe mani, abbraccia persone che fino a un mese fa conosceva appena. Sembra un generale che attraversa le sue truppe alla vigilia di una battaglia decisiva. E ritempra gli animi più sconsolati, quelli più impauriti, quelli che ancora si stanno chiedendo se è davvero questa la cosa giusta da fare.
«Per me stiamo facendo una cazzata, Già».
«Ne abbiamo parlato a lungo, alle riunioni. Abbiamo deciso insieme. Ora non possiamo tirarci indietro, non credi?».
Giacomo passa oltre, attraversa di corsa la strada e raggiunge il portico di fronte, speculare al primo, dove altrettanti sono in attesa del segnale.
«Allora aspettiamo te, Già. Gliela facciamo pagare a quel bastardo».
«Sì, stasera pagherà per tutte le notti che ci ha rovinato. Ci faremo giustizia da soli».
A Giacomo piace l’atmosfera che c’è. Un’atmosfera solidale, o forse solo simile a qualche tipo di amicizia. Vive in questo piccolo paesino di provincia da quando si è sposato, trent’anni fa. Ma poche volte ha alzato il braccio per salutare, sorriso a qualche sconosciuto, preso un caffè al bar centrale. Mai ha organizzato qualche cena, o preso parte a comitati di quartiere, consigli comunali, associazioni, proloco, gruppi di preghiera o di un qualsiasi tipo di sport o attività.
Ha vissuto la sua vita a una distanza esatta dalla vita, per scelta o per necessità o per qualche assurda dinamica interiore che gli è sempre sfuggita di senno. Ha passato gli ultimi anni della sua vita da solo, laggiù, alla fine della strada, al primo piano dell’ultima casa prima del semaforo. Sua moglie se n’è andata in tre mesi, per un cancro al seno. Sua figlia in tre giorni, dopo aver compiuto diciott’anni, alla ricerca di se stessa in giro per l’Europa con un gruppo di artisti di strada. Lui è rimasto coi suoi 50 anni, il suo cane, la sua chitarra e le camicie sempre più sgualcite. All’epoca, diceva spesso a sua moglie che mancava ancora tanto per essere felici. Oggi a se stesso dice le medesime cose. Però poi, si ricorda felice quando sua moglie gli passava una mano sul petto mentre vedevano la tv, o sua figlia gli chiedeva di ascoltare la lezione di storia. Come funziona allora? Se prima era felice e non se ne accorgeva, può essere che lo sia anche ora? E se lo è anche ora, perché si sente diverso da prima? Quanti lati ha la felicità?
Non lo sa. Ma sono stati molti di più i giorni di silenzio, che gli altri. Forse per questo adesso sorride. Adesso è al centro di questa notte. Ha organizzato tutto. E lo cercano, hanno bisogno di una sua parola, di stimolo, di motivazione. È il capetto di questo gruppo di esaltati, e combatte la titubanza dei più restii all’offensiva con discorsi degni di un comandante di frontiera.
«Volete ancora, amici, che le vostre famiglie passino notti insonni? Volete che vostro figlio si addormenti sul banco di scuola e vostra moglie si schianti addosso a qualche palo mentre va a lavoro?».
Gli occhi di tutti sono addosso a lui. Le orecchie tese.
«Volete essere costretti a chiudere le finestre anche d’estate? Volete che un bamboccio in motocicletta decida quando interrompere i vostri sogni più belli?».
Quest’ultima frase suscita molto entusiasmo. Qualcuno accenna un piccolo applauso. Sono tutti con lui.
«Quando vedrete questi led rossi, tutti in strada».
Osservare la dedizione con cui ognuno cerca di fare ciò che gli è preposto, farebbe ipotizzare un antico rapporto di cooperazione. Un’associazione. Vecchi intenti perseguiti insieme. Invece no. Sta tutto in piedi da un mese appena. È successo in breve tempo.
Un giorno, Giacomo passeggiava lungo il corso e ha incontrato un conoscente. Parlando delle solite sciocchezze, è uscito fuori di come fosse diventato difficile dormire per quei poveretti che avevano la finestra della camera da letto sulla strada principale. Insomma, quell’uomo aveva notato una ciclicità preoccupante. Ogni notte, intorno alle tre, un clacson di motocicletta deflagrava in un unico e fastidiosissimo suono lungo quanto la strada. Si trattava con ogni probabilità di qualche bastardo che si divertiva in quel modo sciocco e sgradevole. Giacomo si stupì di aver notato la stessa identica cosa, senza però dare a quella ciclicità di orario un significato simile. Così iniziò a farci caso. E si rese conto che la puntualità di quel disturbo era esatta. Quasi imbarazzante.
Contattò quel suo amico e una sera andarono a mangiare una pizza insieme. Vennero anche due vicini di casa. Parlarono di cosa fare. Fu una bella serata. Giacomo non ne ricordava una così. Bevvero birra e parlarono di lavoro, di donne e di come a volte la vita sappia deludere ma senza mai rimuovere le radici. Magari recide il fiore, il bocciolo, persino il gambo e le foglie, ma le radici le concede sempre.
E in qualche modo si rinasce.
Così decisero di vedersi ancora. Qualche giorno dopo, stessa pizzeria. Ognuno aveva l’incarico di reclutare altre persone infastidite da quel maledetto clacson che la notte teneva sveglie le famiglie della via principale. Alla seconda cena erano in sei. Alla terza dodici. Dalla quarta in poi decisero di vedersi nel retro di un bar di proprietà di uno di loro, in una sala dove solitamente si giocava a carte. Si poteva parlare con calma, in un ristorante c’era troppa confusione e le tavolate numerose non erano ideali per confrontarsi.
Giacomo ha vissuto tutto questo periodo in apnea. Senza porsi questioni, domande, problemi. Ha avvertito solo di far parte di qualcosa, una volta tanto. E questo lo ha rasserenato.
La notte il clacson suonava. E quello sembrava l’unico elemento a giustificare quella serenità. Un rumore di notte che teneva insieme un gruppo di persone diverse, fino a qualche tempo prima sconosciute, o ostili. Un rumore che aveva creato rapporti.
E si accorse di provare qualcosa di simile all’apprensione. Giacomo arrivò a mettersi la sveglia qualche minuto prima delle tre. Per essere sicuro che quel clacson suonasse ancora, di nuovo. Per essere sicuro di sentirlo, e non sognarlo.
Di lì a poco, decisero di andare dai carabinieri. Tutti insieme. Scrissero un foglio, raccolsero firme. I carabinieri ascoltarono le lamentele, ma precisarono che serviva flagranza. Loro potevano mettere su un posto di blocco, fermarlo, chiedere i documenti, ma nulla più se non lo coglievano con il clacson strombazzante. Giacomo disse loro di mettersi nei loro panni, le loro mogli non dormivano più, i loro bambini piangevano. La loro vita era diventata una sciagura. Disse così, una sciagura.
Ci provarono una notte di quelle. Gli agenti si misero con la macchina appena dietro la curva. A sirene spente. Fermarono un paio di automobili. E aspettarono fino alle quattro passate, ma non passò nessuno.
La questione era semplice: il ragazzo in motocicletta era furbo. Passava la prima volta, in silenziosa ricognizione, e se avvertiva qualche minaccia, o sospettava qualche interferenza, se ne guardava bene dal transitare nuovamente. Andò così anche quella sera. Partì dalla fine della strada e lentamente percorse la via principale. Arrivato a metà, vide il muso di una macchina parcheggiata di sbieco, laggiù, nella piazza. Così imboccò una via laterale e sparì.
Giacomo e gli altri conclusero di lasciar perdere con le forze dell’ordine. E in una delle loro serate, delle loro riunioni, decisero di farsi giustizia da soli. A volte è il modo migliore. A volte non ne esistono altri.
Stanotte, in piazza, un gruppo di gente aspetta il motociclista per gonfiarlo di botte. Farlo sanguinare. Lasciarlo a terra. Bucargli le ruote della moto. Smontargli il clacson. Tagliargli la pelle del sedile. Rompergli i fari. Ognuno ha in mente il suo modo per fargli male. Non appena lui supererà l’ultima via laterale di fuga, loro gli si piazzeranno davanti. E non potrà far altro che fermarsi. Lì partirà l’assalto. Qualcuno ha portato bastoni, qualcuno un fazzoletto da mettere davanti al viso, qualcuno un cellulare con la fotocamera buona per far vedere alla moglie che ha un marito con le palle.
«Ricordatevi una cosa, è furbo. È scaltro. Il classico figlio di puttana».
Con uno sguardo Giacomo abbraccia gli occhi di tutti quanti.
«Prendiamoci il silenzio che meritiamo».
Ora la motocicletta è laggiù, al semaforo. Sgasa rumorosamente. Il semaforo scatta verde. E lui scatta in avanti, la ruota sgomma, il tubo di scappamento abbandona una nuvoletta di fumo grigio. Non va velocissimo, sembra godersi la strada. Appoggia il dito sul clacson e distende la schiena. Quel suono lo rilassa. Sembra goderselo. Sembra fare ciò per cui è al mondo.
In piazza è tutto pronto. Sono tutti fissi sui led spenti che Giacomo ha in mano. Lui tiene salda la torcia. E quegli occhi addosso gli sembrano vita. Si sente un pezzettino di qualcosa di più grande. Così dev’essere far parte di qualcosa.
Adesso non sa cosa gli prende. Il ragazzo è a metà della strada, e il suo clacson risuona senza pause tra i palazzi addormentati. Sono le tre. Esatte. Supera la via di fuga laterale. È il momento. Ora.
Giacomo si guarda intorno ancora una volta.
Il ragazzo si avvicina.
Giacomo pensa a domani notte, alle serate dietro al bar che si diraderanno fino a scomparire, a quando ordina due pizze a domicilio per lui soltanto così non paga il trasporto. Pensa al silenzio. E pensa che forse il baratto vale la pena.
Il silenzio della notte per il silenzio della vita.
La motocicletta attraversa la piazza, con eleganza, e si allontana.
Tutti lo guardano, si guardano, sui visi nulla che non sia una domanda: perché?

«Non era il caso. C’era gente affacciata alle finestre. Ci riproviamo domani. Alle due ci vediamo tutti qui, ok?». 

Paolo Pergolari - Riflessi di luminosità naturale in continuo spostamento

Eh sì, ne ho vista di gente seduto qui, nella veranda lungo il fiume. Ne ho vista tanta… Fin da allora, fin da quando assieme ai miei vent’anni aspettavo Godot, un Godot qualsiasi, e così bevevo una birretta fresca e intanto guardavo l’acqua scendere a valle, sorniona. Respiravo l’aria umida e, attraverso il fiume, mi gustavo lo spettacolo sotto un cielo azzurro. Un cielo senza nubi sul quale scarabocchiavano le ali delle rondini… E poco dopo ecco che arrivava il vecchio avvocato con il bastone in mano e il Borsalino in testa, nobile, distinto, un gran signore che sempre a quell’ora andava al lavatoio. Discendeva gli scalini di pietra verso il fiume e guardava con soddisfazione la città e, soprattutto, si riempiva gli occhi delle lavandaie con i cesti di biancheria in testa, e si riempiva la vista di Agnese, la più bella, che alzava la gonna e mentre si inginocchiava la gonna le si impigliava sopra le ginocchia, tra le cosce, e al signor avvocato veniva un tuffo al cuore, e Agnese osservava nell’acqua calma il proprio viso e si dondolava e i suoi seni si ergevano come due pani di zucchero, e si aggiustava i capelli neri che continuavano a cadere, e intanto una seconda Agnese si sporgeva invece dal fiume verso il cielo come la donna delle carte piacentine. E poi Agnese prendeva dal cesto una federa o una camicia, si chinava e imbrattava il suo ritratto. E il signor avvocato camminava impettito sull’argine, lungo la riva, e un altro avvocato uguale identico camminava sul fiume con le gambe in su, e quando Agnese lo vedeva lo salutava e lui faceva un inchino e con un movimento si toglieva il Borsalino e nel riflesso del fiume sembrava che attingesse acqua nel fiume.
E intanto io aspettavo quel mio amico, quel mio Godot e un giorno arrivò Pietro, che aveva una faccia butterata come i calzini rammendati male. Ordinava un peroncino e portava la sua enorme pancia al mio tavolo. Pietro, che aveva visto Dio talmente da vicino che si era fatto frate, finché la Chiesa gli disse che il suo modo di amare il prossimo non era regolamentare e gli chiusero ogni comunicazione ufficiale con le gerarchie celesti, e pure il saio gli tolsero perché non stava bene girare con quel vestito in mezzo ai balordi, e nemmeno trascinare i sandali tra la spazzatura umana e poi toccare il culo alle suore e alle mondine… Pietro, che da giovanotto era andato a rubare il miele nel podere di Piccini, e quando stava gustando compiaciuto il bottino, allora non arrivò il fattore, arrivarono le api e Pietro aprì il temperino e tirò di scherma per difendersi, perché quelle api non gli bucassero la faccia, ma Pietro era giovane e inesperto e per difendersi tirò così male che si tagliuzzò la faccia dieci volte di diritto e quindici di rovescio, come se lo avesse torturato la santa Inquisizione.
Così. a mezzogiorno, Pietro arrivava alla veranda e apriva la Bibbia sul tavolo, tra la zuppa di cavoli e un quartino di rosso e borbottava in latino e faceva ridere, ma quando sembrava che potesse predire il futuro, la gente continuò sì a ridere di lui, ma da quel momento senza farsene accorgere.
Un mattino lesse nel futuro la sua morte e forse la mia, così diventammo amici. E mi presentò Irma che viveva con lui, secondo alcuni, mentre altri dicevano che Pietro alloggiava nella pensione sulla tangenziale dove la Berta andava a battere, ma nessuno aveva voglia di sapere, e nemmeno quando se ne andò, perché se ne andò esattamente nel giorno previsto, quando la gente aveva già da tempo smesso di ridere di lui, ed io piansi…
E Pietro mi lasciò Irma che era una gran persona quella puttana, che aveva pregato con tutte le sue forze affinché il cuore di Pietro non lo mollasse, s’era prostrata affinché continuasse a pompare come la pompa dell’aia dov’era nata, quella pompa che aveva tirato su acqua dal pozzo, con quell’acqua con la quale il padre la lavava e le toglieva la terra da ogni buco, perché Irma era pulita ma il padre voleva toglierle la terra lo stesso da ogni buco, da ogni buco dove Irma metteva la terra, perché pensava che dai buchi l’anima avrebbe potuto andarsene e Irma sarebbe rimasta sola, sarebbe morta senza la sua anima.
E, un giorno, uscii con Irma lungo il fiume, camminavo accanto a lei che reggeva la borsa di plastica con l’involto delle cotolette impanate e la bottiglia del vino, perché m’era scappato un… “Che fai domenica?...”
“Niente, boh!, niente di particolare…”
Sicché le avevo detto… “Andiamo lungo il fiume, eh?...”
Il fiume scorreva e s’increspava lungo il viale di eucaliptus che si riflettevano sull’acqua capovolti. Carrozzine colorate sospinte da giovani madri, calzoni e gonne e camicie variopinte formavano un altro fiume di abiti e volti umani e movimenti. Un pescatore, seduto, infilava nell’amo un pesciolino vivo, vivo e lucido come uno specchietto, e il pescatore lo infilava con estrema cura per non romperlo e poi, con un ampio arco, lo lanciava nell’acqua, e un altro pescatore stava seduto nell’acqua, di fronte a lui, come un re di spada…
E così passeggiavo con Irma al fianco, l’avevo presa delicatamente per il gomito e andavamo incontro alla varietà di colori finché arrivammo fino a dove il fiume si divideva in un ramo morto, là il fiumiciattolo scintillava come una perla e si acchetava, e decine di pescatori stavano fermi, con in mano le canne da pesca, vicino ai parapetti, sostavano tutte quelle persone attente solo ai galleggianti, e sull’altro lato del viale si apriva un prato pieno di bambini che giocavano, di panchine e tavoli di legno con madri e nonne, tutte sedevano al sole e offrivano i visi e le spalle, tutte immobili, così che quel prato era un museo all’aperto di figure umane, e poi da quel prato saliva in alto un viottolo a zigzag tra cespugli e chiome d’alberi sopra le quali svettavano pioppi imponenti, e da quella parte c’era più chiasso, c’era l’allegria del giorno di festa, sui lunghi tavoli i vecchi giocavano a carte, si sentiva lo schiocco dei carichi e le risate dei giocatori, e pure qualche bella parolina… Così la collina, da quella parte era in movimento, era cosparsa di persone che si muovevano, che scendevano o salivano su, busti di persone dimezzate dai cespugli o decapitate dai rami degli alberi, e lì finiva il museo ma non l’arte, perché era come in un enorme teatro, come in un film a colori.
E io camminavo con Irma al fianco ed ero felice, anche se qualcuno si girava disgustato dopo averla riconosciuta, ma ero felice perché per la prima volta mi guardavo veramente attorno, per la prima volta toccavo il mondo, e vedevo in che modo vivevano persone uguali a me, persone che forse erano nella mia stessa situazione, che per un momento avevano lasciato a casa guai e patemi, tristezze e passioni, e vivevano la domenica come se non gli fosse successo niente, come se si fossero tolti quei paraocchi di tutti i giorni e vedessero la domenica come un regalo, un bel regalino, e tutto davanti aveva la bellezza di essere come una sorpresa.
Mi meravigliai per come mi accadeva di vedere le cose, le persone, gli alberi così belli, alberi di cui non mi ero mai accorto, non che non ne avessi avuto il tempo, anzi, ma fino a quella domenica avevo camminato come un cieco, e nemmeno come un cieco, ma come uno che sta a guardare dalla finestra solo dentro se stesso, senza mai affacciarsi per il verso giusto, così io avevo visto sempre testardamente solo i miei guai, i miei mugugni, le mie tristezze, e non mi ero mai accorto di quanto sono belli gli alberi, di quanto sono gradevoli i cespugli e tutta la vita che gli sta intorno, l’anima che c’è nelle cose. Anzi, non mi ero mai accorto, se non in quel momento, di quanto fosse molto più bella la vita, e neppure quando ero ragazzo me n’ero accorto. E pensavo che solo una persona mi aveva dato quella possibilità, la persona che procedeva accanto a me, che non aveva bisogno di parole per spiegare, finché mi fermai, le presi una mano e ad Irma dissi… “Grazie.”
E intanto i miei anni crescevano e quel Godot qualsiasi era in ritardo, come sempre d’altronde. E quella volta confessai ad Irma… “Sai, io sono cresciuto qui, vicino all’acqua. Quando andavo a scuola, quando frequentavo le elementari attraversavo il ponte e poi dopo ripassavo sempre per la stessa strada, la scuola non mi piaceva, non vedevo l’ora di uscire, che arrivasse il pomeriggio, e la sera mi spaventava la mattina dopo, perché dovevo ritornare a scuola e intanto non mi accorgevo che la vita m’era iniziata a passare, passava come l’acqua del fiume, perché ogni volta mi fermavo sul ponte e la vedevo quell’acqua passare sotto, e fissavo un punto, una foglia caduta, un bastone e lo seguivo fin dove era possibile e ancora più in là, lo seguivo non con gli occhi ma con la fantasia fino al mare, e io sopravvivevo così… A me piace vedere l’acqua che corre, a me piace questa metafora della vita… E come cambia il tempo anche l’acqua cambia di colore, cambia la superficie a seconda del tempo, e forse anch’io cambio d’umore a seconda del tempo, quando piove sono malinconico e come il fiume ho imparato ad essere taciturno e pensieroso, e guardo il fiume come un innamorato, come una bella ragazza alla quale voglio bene…”
Sicché con Irma avevo preso l’abitudine di fare delle passeggiate lungo il fiume, non solo di domenica ma anche nei giorni feriali. Di pomeriggio l’andavo a prendere al parcheggio dello stadio o dietro la stazione, quando era stanca di quel suo mestiere per il quale, un giorno, m’ero permesso di chiederle perché lo facesse… “Non lo so, non me lo ricordo… Forse per campare, per abitudine adesso… E forse, prima, per i bei vestiti, per farti guardare dalle persone mentre cammini, per leggere nei loro occhi l’invidia, la condanna, la curiosità, lo schifo, a volta anche l’ammirazione… Fai un patto, dici a te stessa che sarà per poco tempo, per qualche mese, un anno al massimo, giusto il tempo di risollevarti un po’ da terra, ma invece a terra ci vai ancora più giù e fai finta di non accorgetene, e così ti adatti, perché le persone si adattano a tutto.”
Ecco, questo mi rispose Irma e un giorno anch’io me ne sono ritornato qua, sul fiume, dove veramente sembra che il tempo si sia fermato. Forse perché anch’io, come diceva Irma, mi sono adattato… Mi sono adattato ad aspettare quel mio Godot qualsiasi, e intanto penso che quando muore una persona giusta, o comunque una persona che deve avere dei giusti meriti in cielo, be’, secondo me la sua anima si trasforma in una colomba, perché sotto forma di colomba è venuta l’annunciazione a Maria con l’arcangelo, e sotto forma di colomba è arrivato agli apostoli il messaggio dello Spirito santo, così come la colomba era nel triangolo di Dio sul libretto del catechismo. Così quando vedo volare le colombe sopra il fiume dico sempre che una di quelle è Irma, che è stata sì una puttana, ma una puttana santa per tutto quello che ha sofferto in agonia.
E negli ultimi giorni della sua vita mi ha guardato in tutto due o tre volte e io non l’avevo mai vista così bella e così piena di luce. E una di quelle volte Irma m’ha detto a fatica, a bassa voce, ma meravigliosamente… “Ti ringrazio…”
E m’ha ringraziato come quella mattina, come mesi prima l’avevo fatto io passeggiando con lei lungo il fiume, e dopo tre giorni Irma è volata via, è volata oltra la sua casa e oltre il fiume, là dove le colombe si liberano del peso della vita, perché ad Irma si era spezzato quel filo che la teneva legata a se stessa.
Eh sì, ne ho vista di gente seduto qui, nella veranda lungo il fiume. Ne ho vista tanta… Fin da allora, fin da quando assieme ai miei vent’anni aspettavo Godot, un Godot qualsiasi, e così bevo una birretta fresca e intanto guardo l’acqua scendere a valle, sorniona. Respiro l’aria umida e, attraverso il fiume, mi gusto lo spettacolo sotto un cielo azzurro. Un cielo senza nubi sul quale scarabocchiano le ali delle rondini. E intanto aspetto quel mio amico, quel mio Godot che non so nemmeno da dove e quando sbucherà fuori.


Maria Chiara Donati - Il tram

Se ne stava ritto in piedi, vicino alla palina con le fermate, cercando di mantenere quel portamento dignitoso che gli avevano insegnato a militare. Il sole lo illuminava facendo risaltare i riflessi argentei dei capelli, appena scompigliati dal vento, ed i guizzanti occhi color ghiaccio. Nonostante le rughe, non avevano perso il loro acume; erano vispi e profondi, pieni di quella consapevolezza che solo chi ha vissuto a lungo può avere, ricchi del riflesso di un sogno già vissuto.
Non ce n’erano tante, di giornate così, a Milano. Ma quando il sole ed il blu del cielo si scatenavano non temevano paragoni, incorniciati com’erano dalle montagne, che d’un tratto apparivano incredibilmente vicine.
Ricordava ancora la prima volta che ne aveva notato l’imponente bellezza, da ragazzo. Quel ricordo lo fece sorridere con malinconia.
Ecco arrivare il tram.
“Ancora non mi capacito del fatto che l’abbiano dipinto di arancione. Quand’era verde era molto più bello. Mah…” pensò, come ogni volta.
Salì a fatica, trascinando con sé le pesanti buste della spesa.
Da quando prendeva il tram per tornare dal mercato? Se la sua Caterina l’avesse visto avrebbe riso di lui. Avrebbero riso insieme, probabilmente.
Un giovanotto educato gli cedette il proprio posto, così poté sedersi sulle scomode panchette di legno, sistemando la spesa come poteva e aspettando la sua fermata.  Si guardò intorno: era circondato da chiassosi adolescenti, senz’altro appena usciti da scuola, professionisti dall’aria indaffarata ed insieme distratti e assenti, e qualche anziana signora un po’ male in arnese, che come lui tornava a casa dopo aver fatto la spesa.
“Santo cielo, non sarò mica diventato vecchio come loro!”
Il tram rallentò, scampanellando allegramente. Poi si fermò lasciando salire i nuovi viaggiatori.
Eccola.
La sua ampia gonna si muoveva leggera al vento, scoprendo appena le ginocchia, le scarpe nere, con un tacco appena accennato, sottolineavano un’andatura sicura, elegante e sinuosa. Un impalpabile guanto corto avvolgeva la sua mano.
Un soffio di vento caldo ed è Caterina, splendida, di fronte a lui. È il 4 aprile del 1952, se lo ricorda molto bene.
Le sue gambe sono scattanti, non incerte e fragili come oggi. Il suo braccio tornito e forte, come quello di un diciassettenne che si affaccia curioso alla vita.
Lei sta guardando fuori dal finestrino sorridendo al mondo, così lui balza in piedi, ammaliato, deciso ad avvicinarla.
Si ferma a qualche metro. Il suo cuore si ferma.
Guarda i suoi capelli rossi mossi dal vento, incorniciati in un piccolo cappellino colorato, i suoi occhi accesi di entusiasmo e il suo sorriso.
Poi ecco qualche secondo di coraggio e il suo mondo finalmente comincia.
-          Perché sorridi?
-          Perché c’è il sole! Non è un motivo sufficiente?
-          Sì, credo di sì.
Sei felice?
-          Come tutti! Siamo in pace, è una bella giornata, siamo qui. Sì, sono felice. Tu non sei felice?
-          Ora sono felice.
Come ti chiami?
-          Che importanza ha?
Chiedimi chi sono.
-          Chi sei?
Lei rise soddisfatta.
-          Ti porto con me.
Scesero dal tram e passeggiarono insieme, senza dirsi una parola, fino al centro. Non riusciva a smettere di guardarla mentre lei lo precedeva appena, solo di un passo, girandosi di tanto in tanto ad osservarlo divertita.
Il Duomo era meraviglioso quel giorno e riluceva nel sole, a guardia della sua gente.
-          Io ti seguo, ma tu dove mi porti?
-          In cima.
-          A cosa?
-          A tutto!
Indicò con la mano il tetto del Duomo.
-          Ci sei mai stato?
-          No.
-          È un luogo magico. Sali con me.
Si mise a correre e raggiunse in breve l’ingresso laterale, da cui partivano le strette scale per il tetto.
Lui continuò a seguirla: mistero e spensieratezza si univano ad una bellezza rara. Non l’avrebbe mai lasciata andar via, di questo era sicuro.
Arrivarono in alto col fiatone, ridendo delle reciproche fatiche. Poi uscirono fra le guglie e lui capì.

La Madonnina, finalmente tornata a brillare, dopo la guerra, si ergeva felice e luminosa sulla cima della guglia più alta, mentre i marmi bianchi emanavano una luce rosea meravigliosa.
Lei corse ad affacciarsi verso la città, indicando felice le montagne in lontananza. Il vento le portò via il cappellino, facendole volare sul viso i morbidi capelli. Parevano un’aura infuocata, posta a circondare il viso delicato dell’innocenza. Sembrò non accorgersene, e continuò a mostrargli ad uno ad uno i palazzi e le chiese che riconosceva, così come le cime ancora innevate.
-          Ti ho seguito – le disse in un momento di silenzio – ora devi dirmi chi sei!
-          Non l’hai capito?
Hai una vita per scoprirlo.
Si perse ancora una volta nei suoi occhi, finché uno scossone lo riportò prepotentemente indietro.
Il tram frenò bruscamente. La giovane che aveva attirato i suoi ricordi cadde proprio di fronte a lui. L’aiutò immediatamente ad alzarsi, offrendole le sue mani ancora forti.
“Che strana questa moda di vestirsi anni Cinquanta”.
Ripresosi dall’urto si guardò intorno. Non era ancora la sua fermata ma decise di scendere ugualmente. Aveva bisogno d’aria.
Scrisse un biglietto rapidamente e, scendendo, lo fece scivolare nella mano della ragazza.
“Lei era il mio sogno. Lo è ancora. Oggi per me sei stata come il sonno, che lascia che io possa raggiungerla. Grazie.”
Poi sparì.

Non aveva mai perso sua moglie del tutto.

Marco Maresca - Samsung Galaxy

"Cosa stai leggendo?", le chiede, mentre si sdraia sul suo lato del letto. In realtà lo sa benissimo: è scritto a chiare lettere sulla copertina.
"Oriana Fallaci", gli risponde lei, scandendo bene le lettere che compongono il nome dell'autrice, con aria di sfida. "Lettera a un bambino mai nato".
"Certo che vi ha proprio fatto il lavaggio del cervello quella stronza".
"Ma cosa ne sai?", replica lei, a voce più alta del normale. "E' interessante quello che dice".
"Senti, Chiara. Ti racconto una storia. Però non interrompermi, ti prego".
L'aveva già sentita una decina di volte quella storia, ma per non peggiorare la situazione non l'avrebbe interrotto.
"Hai presente Lorenzo Cherubini?".
Lorenzo Cherubini. Non Jovanotti. Altrimenti il solenne discorso avrebbe perso di credibilità.
"Nel 2002 Lorenzo Cherubini ha fatto un album, Il quinto mondo, che inizia con una canzone intitolata Salvami. Un brano contro la giornalista scrittrice che ama la guerra / perché le ricorda quand'era giovane e bella. Capisci? Parla di quella stronza lì che stai leggendo tu. Un gran disco, ma a differenza degli album precedenti non se l'è cagato nessuno. Son bastati due versi per rischiare di compromettere una carriera".
"Beh, meno male! Questi cantanti che fanno la predica dal pulpito hanno rotto le scatole", risponde lei. Un dubbio le passa per la testa: l'ha interrotto mentre parlava? Forse no. Forse le è andata bene: Mauro aveva finito il suo discorso.
Gli rimaneva da fare soltanto una piccola puntualizzazione: "Ah, però quella troia che leggi tu, i sermoni li può fare. Può decidere anche chi ha diritto di vita e di morte".
Chiara inspira rumorosamente quel tanto di aria che basta per emettere poi uno sbuffo. "Buonanotte!", esclama, con l'idea di tagliare corto.
"Se vuoi ti suggerisco io qualcosa da leggere: c'è il racconto di Daniele, il mio amico. E' la terza volta che partecipa ad un concorso letterario. Ha deciso che scriverà racconti che parlano sempre dello stesso argomento, finché qualcuno non lo farà vincere. E, fidati, scrive cose molto più interessanti di quell'ipocrita lì. Buonanotte, comunque", risponde Mauro, come se nulla fosse. Chiude gli occhi e si addormenta.
Chiara lo guarda incredula. Va avanti a leggere ancora un po', poi posa il libro sul comodino, dal quale afferra il suo iPhone. Dà un'occhiata alla pagina Facebook di Andrea, il suo ex. Lo sguardo le cade su un paio di foto da lui pubblicate proprio oggi. Le ha scattate dalla sua casa al mare. Si vede una distesa di scogli, al di sopra della quale un gabbiano è ritratto durante le varie fasi del volo.

Chiara sa esattamente cosa passava per la testa di Andrea mentre pubblicava quegli scatti. Le risulta impossibile da capire, invece, quali siano i pensieri di Mauro. La maggior parte delle volte è sfuggevole. Su alcuni argomenti, invece, ha idee rigide, inflessibili. Una dote raramente riscontrata negli uomini da lei conosciuti. E Chiara si pente, quasi, di aver troncato la conversazione augurandogli la buonanotte. Gli ha dato modo di sottrarsi al confronto. Ma, d'altronde, a lui per sfuggire alle discussioni è sufficiente girare la schiena dall'altra parte e addormentarsi. Fosse facile, per Chiara, addormentarsi... Per adesso può soltanto posare l'iPhone, spegnere la luce e prepararsi ad una notte insonne. L'ennesima.

"Dai, Chiara, svegliati! Sono le otto. C'è quel cazzo di corso prematrimoniale con Don Antonio. Dai, che se tutto va bene è l'ultima puntata".
La voce di Mauro, quando è così secca, non è il miglior modo per iniziare la giornata. Chiara aveva preso sonno da circa un'ora, dopo una notte passata a guardare il soffitto. Nonostante ciò fa finta di niente. E' abituata, ormai. Si alza, fa colazione, si prepara per uscire.
Mauro è già pronto. Ci ha messo dieci minuti in tutto.

"Come sapete vi ho convocati in questo bel posto per l'ultima tappa del nostro percorso insieme. In questa giornata vi chiedo solo di riflettere su tutte le cose che ci siamo detti. Per fortuna il convento che ci ospita ha degli spazi molto estesi e ben suddivisi: le signorine potranno decidere dove andare; i maschietti, invece, prenderanno uno degli spazi rimanenti. Stasera le coppie si riuniranno e capiranno se sono pronte per il passo successivo. Potrete passare la giornata come vorrete. Il mio consiglio, però, è di riservarvi almeno un momento per riflettere su ciò che state per fare. E' importante".

Finita la predica di Don Antonio, dal bagagliaio della macchina di Mario fuoriesce un pallone da calcio, come accade ogni volta che Mauro si trova in una situazione nella quale non ha voglia di immergersi totalmente. Nei pomeriggi che seguono i pranzi con i futuri suoceri, ad esempio. In quelle occasioni, Mauro si diverte a palleggiare con Osvaldo, il pastore tedesco tanto caro al padre di Chiara. A Mauro piace giocare con Osvaldo perché il loro rapporto si basa sugli sguardi e per giocare con lui non è necessario parlare. Se gli esseri umani potessero basare tutta la propria comunicazione semplicemente sugli sguardi, Mauro sarebbe l'uomo più felice del mondo. Il pallone è d'obbligo anche quando porta al parco il suo nipotino Simone, di sei anni, che tutte le volte si mette a fargli domande sui perché della vita: perché la mamma parla sempre male del papà con le sue amiche mentre lui non c'è, perché lo zio non butta via quella Punto mezza scassata e si compra una bella Golf, e soprattutto l'interrogativo che da qualche settimana non gli dà pace: perché il papà gli ha comprato la Playstation ma poi non lo fa giocare a Call of Duty.

Evidentemente, Mauro non ha tanta voglia di immergersi nemmeno nel corso prematrimoniale. A maggior ragione nell'ultima puntata, come la chiama lui. Ma grazie alla trovata del pallone, il gruppo dei maschi sa come impegnare la giornata. Le donne, invece, si sentono sperdute. In teoria dovevano essere loro a decidere quale spazio occupare. Ma forse è meglio così. Una tacita intesa le porta a prendere possesso del bel chiostro situato all'interno delle mura del convento. Mentre Mauro si autoelegge capitano della propria squadra e la sua voce risuona per tutto il piazzale esterno nel comporre le formazioni, tra le future spose regna il gelo. Il silenzio più totale. Un silenzio al quale forse soltanto Chiara è abituata, perché è lo stesso delle sue notti insonni.

Alcune esponenti del gruppo delle donne rompono il ghiaccio ed iniziano a chiacchierare l'una con l'altra. Nel giro di poco tempo, si formano dei gruppetti di tre o quattro ragazze. Chiara rimane sola. E' seduta all'ombra della grossa magnolia situata al centro del chiostro. E, per volontà di Don Antonio, non ha con sé nemmeno il suo iPhone a farle compagnia. Guarda fissa il vuoto, sperando che prima o poi sopraggiunga il sonno che quella notte le è mancato.

Il tocco di una mano le sfiora il braccio sinistro.
"Ti manca da morire, o sbaglio?", le chiede la sconosciuta, che nel frattempo si è seduta di fianco a lei.
"E tu da dove salti fuori?", chiede Chiara, seccata.
Non era una delle future spose.
"Anch'io vengo qui ogni tanto, ma per motivi diversi dai tuoi", le risponde la sconosciuta, sorridendo.
"E cosa sei? La donna di servizio delle suore?".
"No. Sono una Sorella anch'io. Suor Maria Speranza. E tu chi sei?".
"Mi chiamo Chiara. Come mai non sei vestita come loro?", chiede la ragazza, non più indispettita ma semplicemente curiosa.
Quel loro provoca una sonora risata di Suor Maria Speranza. "Sono quella che chiameresti una suora laica. Faccio quasi tutto quello che fanno loro, e non faccio ciò che loro non possono fare. Però esercito la mia missione in quello che è il nostro mondo. Quello di tutti i giorni, che è anche il tuo".
"Beh, non sei veramente nel nostro mondo. Ti perdi la componente più piacevole del nostro mondo". In realtà non lo pensa veramente, anche se lo afferma con tono di pesante superiorità. E non perché pensi che ci sia qualcosa di meglio del sesso, ma perché semplicemente per Chiara da tanto tempo, o forse da sempre, l'atto sessuale non è un piacere.
"E tu invece non hai la fortuna che ho io, nel mio mondo".
"Quale sarebbe?", chiede Chiara, stavolta con autentica curiosità.
"Io ho scelto di diventare suora perché sono innamorata di un uomo di duemila anni fa, che ormai non è più nemmeno un uomo, ma è solo un'idea. E' immensamente gratificante amare un'idea: non ti delude mai. E' sempre esattamente come vorresti che fosse. Tu non hai avuto questa fortuna, e ti tocca amare un uomo in carne ed ossa. Che non reggerà mai il confronto con l'ideale, e ti deluderà ogni giorno. Ma chi te lo fa fare di sposarti? Sei consapevole di ciò a cui vai incontro?".
"Vorrei soltanto che fosse diverso. Almeno un po'...".
"Forse anche tu, senza accorgertene, lo stai confrontando con un'idea. Chi è che ti manca da morire? Chi è che per te è ormai diventato un'idea? Come si chiama?".
Chiara non si aspettava un simile interrogatorio. Prova ad accennare una risposta, anche se le costa fatica. "Si chiama Andrea. Ma, credimi, una storia con lui sarebbe stata impossibile. Ora sto con Mauro".
"E vuoi sposarlo? Sei sicura?".
Chiara chiude gli occhi. Sospira. Li riapre immediatamente, e sono umidi. Qualche lacrima le scorre sul viso.

"Vedi, Chiara, il tempo non c'entra niente con la qualità del sentimento. Forse il tempo non...".

"Sì. Voglio sposare Mauro", afferma Chiara a voce alta, con tono deciso, interrompendo ciò che Suor Maria aveva ancora da dire. Probabilmente qualche disquisizione filosofica sul fatto che il tempo percepito dall'uomo sia un concetto di scarsa importanza per l'ottica religiosa.
Chiara è convinta. Vuole Mauro accanto a sé come marito. E lo ribadisce, con la stessa fermezza di voce, la stessa sera, davanti a don Antonio. Anche Mauro afferma di voler sposare Chiara. Ma non sta pensando per davvero al significato della sua affermazione. E' ancora concentrato su un inaspettato gol in rovesciata che ha segnato nel pomeriggio.

Il matrimonio di Chiara e Mauro è uno dei pochi in cui la sposa arriva prima dello sposo. Nessuno è preparato alla circostanza. Nell'attesa, Chiara mantiene fisso lo sguardo verso il vuoto, proprio come aveva fatto quel giorno all'ombra della magnolia.

Con qualche minuto di ritardo, giunge sul sagrato della chiesa un grosso SUV bianco. A guidarlo è Massimo, il fratello di Mauro, il padre di Simone: il bimbo che si chiede i perché della vita. Fermandosi, Massimo abbassa il finestrino e mostra a tutti i presenti un sorriso smagliante. Il fratello dello sposo è molto elegante nel suo smoking nero. In molti pensano che i ruoli siano invertiti, e che sia lui lo sposo. Sembra che si stia presentando al proprio matrimonio per la seconda volta.

Mauro scende dal veicolo mantenendo lo sguardo rivolto verso il basso. Indossa un completo grigio da consulente assicurativo, per niente adatto all'occasione.

Chiara rivolge lo sguardo verso l'entrata della chiesa, e suo padre le porge la mano. Il padre è  emozionato: entro breve la porterà all'altare. Negli ultimi tempi aveva quasi dubitato di farcela: all'età di Chiara era già sposato da più di dieci anni. Ma per fortuna era arrivato Mauro: uno con le idee ben chiare, uno che non si fa tante domande, uno che non si lascia contagiare dai dubbi e dai tentennamenti della donna con cui sta.

Don Antonio è già in chiesa e cammina avanti e indietro. E' nervoso. Teme che nemmeno venti lezioni del corso prematrimoniale siano sufficienti a far entrare nella testa degli sposi l'importanza del sacramento del matrimonio.

Mauro, senza stabilire contatto visivo con i presenti, si gira per un istante verso l'automobile e con mano tremante estrae il suo Samsung Galaxy dalla tasca della giacca. Sblocca il display sbagliando un paio di volte la combinazione. Apre Facebook. Va sulla pagina di Marzia. L'ha conosciuta qualche mese prima della fatidica scelta di frequentare Chiara.

Informazioni.

Situazione sentimentale.

Come ogni giorno negli ultimi cinque anni, anche oggi ottiene la sua risposta rassicurante.


Single.

Luca Buonaguidi - Le previsioni del tempo

“Che cos’è dunque il tempo?
Se nessuno me lo chiede, lo so;
se voglio spiegarlo a chi me lo chiede, non lo so più”
Sant’Agostino


Buongiorno e ben ritrovati con le previsioni del tempo odierne, che come ben sapete riguardano il tempo vero e proprio, convenzionalmente rappresentato in ore-minuti-secondi, che tanti umani amano legare con un cinturino al polso dentro a un quadrante con delle lancette e altri verificare alzando la testa mentre camminano o chiedendolo sempre agli altri per attaccare bottone, non il meteo che ci dice se piove o c’è il sole, che del primo è solo una condizione secondaria, se non un vero e proprio postulato in temini analogici, talvolta persino un dettaglio trascurabile, per esempio quando si è innamorati. Ricordandovi la piccola premessa quotidiano alla base di questo servizio, ossia che è arduo e prolisso parlare del tempo senza descriverlo nei termini di ricorrenti esempi aleatori, la giornata inizierà come sempre con il sole che si leva oltre l’orizzonte, benchè gli orologi la facciano iniziare alle 00:00, quando ancora è buio e dormono profondamente pure i galli. L’alba è prevista alle ore 06:58 a Roma, così come il canto dei pochi grilli ivi rimasti forse nei termini di poche decine di esemplari nelle sole aree periferiche, così come a Parigi, Toronto, Montevideo, Melbourne, Gibuti, Hong Kong e così via, ma solo per una convenzione socialmente accettata, e questa nostra previsione si basa su precisi calcoli fisici e su una sostanziale fiducia fideistica nel mondo così come ci appare da millenni e che per alcune religioni è invece semplice maya, velo che nasconde una realtà che trascende il tempo che noi ci sforziamo di controllare con la massima precisione. Perchè ad essere onesti si può dire poco altro oltre che a Firenze quando il sole sorge io sono andato a letto da poche ore, mentre forse a Giacarta una ragazza ha appena incontrato casualmente l’uomo di cui sarà innamorata per il resto della sua vita, in Darfur un essere umano può morire da un momento all’altro, come una mosca, e a New York la maggior parte delle persone sta sbadigliando davanti a un televisore. Come ogni giorno, dopo le 6.58 saranno le 6.59, poi le 7 in punto, le 8 e così via, fino a 24:00 dove tutto si ferma e suona un gong artificiale nella mente dei viventi e in cui una volta all’anno ci si bacia e si brinda, ma questo è un altro discorso sul tempo che per il momento – sabato 9 novembre 2013 ore 9:32 – non ci interessa, così come altrove lanceremo un deciso j’accuse contro la machiavellica introduzione dei bioritmi fissi. Dopo le 24 dunque si riparte da zero, cioè da 1, perchè le 24 corrispondono allo 0, ma tutte queste cose non le posso spiegare adesso, cercate di fidarvi di me e andiamo oltre con un esempio. Ierisera ho scritto una lettera di proteste a una rivista che aveva demolito un disco che mi ha cambiato la vita e siccome la faccenda me la sono presa molto a cuore anche se oggi è un altro giorno perchè da 24 si passa a 1 ogni tanto ancora ci penso. In compenso non penso più che devo fare la lavatrice perchè l’ho già fatto ieri, in questo caso la divisione dell’oggi dal domani è funzionale a colpo d’occhio quando guardi lo stendino stracolmo di cose che oggi profumano e ieri puzzavano da fare schifo. Comunque le previsioni del tempo dicono un sacco di cose perchè siamo quasi 7 miliardi sul pianeta Terra, senza contare la presunta infinità dell’Universo, le moderne teorie fisiche sulla possibile esistenza di realtà parallele e l’affollamento che ci deve essere a quest’ora in inferno se Dante Alighieri ricevette una visione esatta dell’aldilà. Suggerisco dunque di non preoccuparsi troppo delle circostanze individuali. Tuttavia per la giornata di oggi è previsto per esempio che a Rishikesh un baba passerà il suo tempo a pregare, fare la questua e fumare chillum ad orari circolari, altrove, forse a Ciudad Juarez, qualcuno muorirà sotto i colpi di una mitragliatrice a un orario difficilmente prevedibile senza intrattenere rapporti con i mandanti occulti e gli esecutori materiali, mentre a Oslo dalle 7 di mattina alle 7 di sera è previsto che quasi nessuno rivolgerà un saluto a una persona che non conosce prima senza l’interposizione di una terza persona che conosce entrambi, specialmente se su un mezzo pubblico. Dunque i suggerimenti per come usare il vostro tempo, così come le previsioni che ne sono alla base, sono diversi per ogni luogo, perchè le 12 a San Pietroburgo sono diverse dalle 12 a Medellin, non solo perchè farà più freddo o più caldo e da una parte sarà giorno e dall’altra notte. Tornando agli esempi precedenti per non fare troppa confusione, le previsioni vi suggeriscono di fermarvi a parlare con un baba qualsiasi per qualche minuto se vi trovate in India e non vi torna che lì l’idea del tempo sia circolare, se non direttamente ciclica, di fare attenzione nelle zone del Messico sotto l’influenza dei narcos e di trovare un modo per rendere gli scandinavi più propensi alle relazioni sociali. Le previsioni del tempo vi suggeriscono di usarlo bene, il vostro tempo, di lavorare il meno possibile, uscire con una amica, giocare con un pallone con un qualsiasi arto del vostro corpo, ballare, dare un bacio a qualcuno che vi piace, aiutare chi ne ha bisogno in un piccolo gesto quotidiano. Le previsioni del tempo vi suggeriscono inoltre di controllare anche le previsioni del meteo, perchè, sempre per esempio, se a Pisa nevica (e di solito non nevica) il vostro aereo per le Canarie partirà probabilmente in ritardo, perchè il tempo non si può fermare a proprio piacimento a quanto ne sappia io, anche se si accettano consigli per migliorare il servizio. Per analisi e check-up individuali vi consigliamo invece di rivolgervi ad un dottore, una cartomante o al caso, ma è altamente probabile che se fate qualcosa che vi entusiasma sarete più felici di prima, viceversa se non lo farete sarete più infelici. Buona giornata ovunque voi siate, ricordandovi che potrete leggere una replica del bollettino odierno ripartendo dall’inizio, anche domani, dopodomani e tra un mese, persino tra un anno, dieci e cento per l’andamento generale senza dare peso alle particolari circostanze qui usate come esempio, fino all’estinzione del genere umano o a un altro qualsiasi cambiamento globale radicale dell’esperienza umana della vita sulla terra, che al momento appare quanto di meno probabile possa accadere oggi, ora, adesso, precisamente in questo istante.