venerdì 31 maggio 2019

Silva Bettuzzi - Ombre del tempo

Ti guardo dall’alto, ombra:
noi che stiamo aggrappati alla terra
lo sappiamo che non finisce adesso
sulla linea del verde, il tuo tepore.
Lo spegnimento di ogni voce
non elude l’ascolto
del tuo passo, che m’insegue
sul confine del tempo.
La parete immobile ti accoglie
densa di me. Così vicini
restiamo accanto al tremito del glicine
sulle pendici estreme della luce.
Si allungano i contorni
tenui della tua quiete, ora che
lentamente si affaccia la mia sera.

mercoledì 15 maggio 2019

Pierpaolo Lavatelli - Legami

(sonetto caudato)



Sono forze che tengono uniti,
un'attrazione elettrostatica
che lega gli atomi in chimica,
creando intrecci tra i più arditi.


Come trama di fili infiniti,
astuta funzione matematica
di una sempre più complessa logica;
così perfetta da restar stupiti.


Vicini per equilibrar l'insieme,
sostenendosi ben stretti a vicenda:
forme liquide, solide, gassose.


Combinate sicchè tutto risplenda,
diventan più forti stando assieme,
così come le storie amorose.


Nate da attrazioni affettuose,
fatte di attenzioni premurose.

Pierpaolo Lavatelli - Crome e biscrome

Sulla linea armonica
siamo sopra e sotto;
strette strette in otto
nella scala melodica.


Insiem a formar la tonica,
esplodendo di botto
o regolari al trotto:
siam musica sinfonica.


Larghe, a braccia tese,
sulla linea dei bassi
un avvolgente tappeto.


Sì vicine come sassi,
rotolanti in discese,
o tanti aghi nel pineto.


Final serio o faceto?

Con lo stridòr d’archetti sui violini,
melodia della Norma di Bellini.

Pierpaolo Lavatelli - Agfa Isolette Vario

La nostra foto è datata "May 1964"; è stata scattata con una macchina a soffietto, per la precisione un’Agfa Isolette 6 x 6.
Siamo nel mio giardino, i tulipani in fiore e tu ed io per mano: inseparabili compagni di gioco.
Sì, tu Nicoletta ed io Paolo; con quei tuoi capelli a ricci neri e i miei biondi, ancora mi ricordo che correvo da te sulla strada polverosa a zig zag tra le pozzanghere.
Spesso ti trovavo già in strada e, insieme a una nuvola di ragazzi, iniziavano le nostre giornate di gioco.
Un intero mondo in quattro strade, con dei confini che sembravano invalicabili; il nuovo che avanza rubando terra alla campagna: anche noi due come nella canzone " Il ragazzo della via Gluck".

Non passava un’auto, la strada era solo la nostra; per terra ancora i segni dell’ultimo "brucio" disegnato il giorno prima, le linee di divisione: di qua le guardie e di là i ladri.
I cantieri delle case in costruzione erano accessibili; la nostra pista per le biglie di vetro tra i mucchi di sabbia: <Speriamo che domani non vengano a lavorare se no ci tocca rifare tutto>.
Oh sì certo, avevamo anche la montagnola segreta, dove si poteva sparire in mezzo all'erba e ai cespugli, dove stavamo noi due vicini vicini... tremando che potessero scoprire il nostro nascondiglio.
Così aspettavamo il momento giusto per liberarci e andare a toccare la tana: sempre insieme, inseparabili, un respiro solo, non so chi fosse il braccio e chi la mente.
Pochi giocattoli, anche i tubi in cemento della futura fognatura, posati sulla strada, andavano benissimo per nascondersi.
Ogni cosa su quelle strade era nostra: un’opportunità di gioco e una risorsa da tenere sempre in considerazione.

Ricordo bene che ti cercavo, tu sul balcone al terzo piano ed io dalla strada, noi ragazzi allora, non usavamo campanelli, tantomeno il telefono: <Nicoletta, vieni giù a giocare?>.
Niente guai per la testa, non sapevamo cosa succedesse nel mondo: le nostre mani unite, strette per darci coraggio reciproco; così da dividere la timidezza in due, darsi la forza di affrontare le avventure.
Superare il confine là, in fondo alla strada, il limite concesso dai nostri genitori: la frontiera che separava la strada dei giochi, dalla campagna.
Solo in pochi si avventuravano: la mamma poteva essere sul balcone e dare un’occhiata in strada, per non parlare del classico "spione" che, non avendo il coraggio di venire con noi, lo andava a spifferare ai nostri genitori.
Invece tu ed io non ci saremmo traditi mai; mi ricordo di quando andavamo a saltare i covoni del fieno nel prato e correvamo a perdifiato fino al fosso: <Lo saltiamo Nicoletta?> e tu <Dammi la mano che ho paura... >.
Oh, sì che più di volta ci siamo sbucciati le ginocchia, grattati sui gomiti e punti con le spine: a casa poi, disinfettando la ferita con l'alcool, bruciava da piangere con i lacrimoni!
Il giorno dopo, si giocava di nuovo, con bel cerotto o la garza tenuta dal nastro e le ferite cosparse di Streptosil in polvere.

Ho sempre pensato che la fiducia è una cosa naturale, che ti arriva da qualcosa che è come un valore a parte, tu ed io ci fidavamo di noi.
Per non farci sorprendere a ritornare dalla strada dove abitavamo, facevamo il giro di tutto l'isolato; ci sembrava davvero come un giro intorno al mondo. Avevamo la distanza e i condomini in costruzione che ci facevano da schermo per gli sguardi e, di certo, eravamo convinti di scamparla come sempre.
In un altro fosso dei ragazzi facevano volare per aria le latte della marmellata usando il carburo: si sentiva un gran botto e la latta volava nel cielo. Forse, nella fantasia dei ragazzi di allora, sembrava di poter volare come una navicella della missione Gemini della Nasa.
Tu ed io, sempre; giocavamo anche con le bambole, loro erano le nostre figlie ed io il papà che ritornava dal lavoro.
Un finto fornello da cucina di plastica bianca, le padelle e le pentole; tu facevi le catenelle all'uncinetto per interi pomeriggi perché giocavamo, a "Facciamo il marito e la moglie."

Il nostro isolato, chiuso da quattro strade, era attraversato da una roggia che lo tagliava trasversalmente; le nostre mamme andavano a lavare e sciacquare i panni e qualche volta ci chiedevano aiuto per portare il secchiello con le lenzuola.
Per noi ragazzi, per te e me, quella roggia sembrava a un fiume inesplorato che s’inabissava in misteriose gallerie sotterranee per poi sbucare fuori all'improvviso: da dove arrivasse, non lo sapevamo; le sorgenti erano nascoste in una giungla impenetrabile di piante e arbusti. Non avevamo di certo il coraggio di spingerci fino a là...

La roggia era il nostro acquario: lì andavamo a vedere i pesci e stavamo ad ammirare le idrometre che scivolavano sulla superficie; cercavamo di prendere le farfalle e restavamo incantati dal turbinio azzurro delle libellule di roggia.
Quando ci sentivamo coraggiosi e nessuno ci poteva vedere, a piedi nudi camminavamo lungo il corso della roggia.
L'acqua spesso era gelida e tremavamo come foglie: ricordo che tu avevi una paura matta delle sanguisughe, non so chi ti avesse raccontato cose che non erano vere, ci credevo pure io, ma la curiosità di esplorare quel mondo vinceva sulle paure.
Qualcuna si attaccava ai tuoi piedi e tu, come impietrita dal terrore, mi chiamavi per fartela staccare.
Le lunghe alghe si distendevano lungo il senso della corrente come tentacoli di una piovra, le potevi sentire sfiorarti i piedi mentre camminavi nell'acqua... E tu, lanciavi qualche gridolino: mentre, i pesci sul fondo, fuggivano altrove in una nuvola di fango.
Tu eri brava a costruire le barchette di carta; le appoggiavi sulla superficie e poi, con un piccolo colpo del dito, le mandavi giù con la corrente.
Tu ed io, le guardavamo sparire sotto il ponte che attraversava la strada: che cosa non avremmo dato per scoprire il corso di quella roggia!  L'accesso era chiuso tra le case e chissà se la barchetta sarebbe arrivata fino in paese?

< Sai Nicoletta, laggiù dove ci sono le sorgenti, c'è un mulino, l'ha detto la mia mamma, qualche volta andiamo a vedere?>.
Era più che proibito! Già eravamo lontani troppo da casa quando andavamo ai lavatoi della roggia!
Sono passati tanti anni così; per strada giocavamo con tutti, ma tu ed io avevamo un’attrazione naturale come due poli di segno opposto.
L’estate andavo al mare con i miei genitori e fu proprio in quell'occasione che mi comprarono un piccolo canotto per "solcare le onde".
Tornato a casa dal mare, un giorno d'estate, mi venne l'idea di esplorare il corso della roggia con il canotto, beh certo che era impossibile potersi infilare sotto il ponte stradale: lo spazio non era sufficiente per passare. Così la scelta cadde sul primo tratto del percorso che arrivava dal mulino e scendeva fino ai lavatoi che erano in fondo alla tua strada.

La corrente della roggia era lenta e per iniziare la prima discesa ci spostammo di qualche metro su dall’ultimo lavatoio: era necessario entrare in acqua e mentre tu salivi io, tenevo fermo il canotto per non farlo ribaltare.
Ricordo che fu così che, piano piano, allungavamo sempre di più il tragitto, fino a inoltrarci dove la stradina lungo la roggia diventava una singola striscia di terra tra l’erba del sentiero, e non senza un certo batticuore arrivammo proprio là, dove non eravamo mai stati.
Con nostra grande sorpresa non c’era una sorgente, ma la roggia arrivava da un fosso che si perdeva nel verde, molto più lontano.

Così, una volta saliti sul canotto io a prua e tu a poppa, con i piedi a contatto, in mezzo alle piante e all’edera che scendeva giù fino a toccare l’acqua, tra i fiori e il ronzio dei tafani, i riflessi e le acque trasparenti, sognammo di essere su un fiume e di vivere un’avventura unica.
Oh sì che, nei vari tentativi di salire a bordo, ci bagnammo da capo a piedi!
Ricordo che ci siamo tolti i vestiti e li abbiamo messi sull’erba alta stesi al sole ad asciugare… non ho mai notato che tu fossi diversa da me… eri la mia amica specialissima, tu eri uguale a me nei miei pensieri e nella realtà delle cose: che beata innocenza!

Tuo padre, successivamente, fu trasferito per motivi di lavoro, cambiasti casa e non ti vidi più.
Un giorno, andando per il paese in mezzo a tante persone, ti rividi all’improvviso… eravamo già adulti, ma è stato automatico per noi riprenderci per mano e guardarci come allora.
Con la voce un po’spezzata dall’emozione e la certezza di un ricordo indelebile, ti raccontai di quella nostra fotografia, in mezzo ai papaveri, del Maggio del 1964: tutti e due avremmo voluto tornare indietro e fermarci in quello scatto così bello e sereno, per sempre.

Ciao Nicoletta dal tuo caro amico Paolo.

venerdì 3 maggio 2019

Francesco Grano - Ritrovarsi

     Due giovani medici, Alessandro di 28 anni e Martina di 26, si incontrano in un ospedale piemontese, che li ha assunti per un corso di formazione specialistica nella divisione di cardiologia.
     Sono fratelli ma non si riconoscono. Sono stati divisi venti anni prima ed affidati per l’adozione a famiglie distanti centinaia di chilometri l’una dall’altra, a seguito della decisione del tribunale dei minori. Non hanno più i genitori naturali, morti in un incidente stradale tanti anni fa. Purtroppo all’epoca non furono individuati parenti prossimi capaci di badare ai due ragazzi, per cui, dopo un periodo di affidamento temporaneo a due famiglie interessate, verificato che l’inserimento era riuscito bene, il tribunale decise di consentirne l’adozione definitiva. Oggi Alessandro vive nel cuneese in una famiglia benestante composta da papà funzionario di banca, la madre insegnante di scuola media, una sorella più grande di due anni.
     Martina invece è stata adottata da una famiglia di Mantova composta da papà dirigente d’azienda, la madre funzionaria Asl ed un fratello maggiore di due anni.
Entrambi hanno assunto il nuovo cognome delle rispettive famiglie adottanti, per cui quando si presentano in pubblico o ad amici ripetono il cognome acquisito, pur ricordando bene il vero cognome originario.
     Una mattina di marzo inizia per sei giovani laureati in medicina, tra cui Alessandro e Martina, un percorso di specializzazione. Si ritrovano insieme, quattro donne e due uomini, negli uffici dell’ospedale che li ha convocati. Emozionati come studenti al primo esame, si guardano attorno per studiare l’ambiente, si presentano a vicenda scambiandosi le prime solite battute ovvie, sapendo di trovarsi di fronte a concorrenti diretti, in gara per l’assegnazione di un posto definitivo in organico, una volta terminato il ciclo di formazione.
     Dopo un po’ vengono tutti fatti entrare nello studio del primario della divisione, il quale recita il discorsetto di rito per il benvenuto, poi i sei stagisti vengono presi in carico da un assistente che guida tutti in reparto per prendere possesso degli spogliatoi e successivo inserimento a fianco dei medici titolari.
     Martina ed Alessandro quando si presentano non si riconoscono, ma nella loro gestualità e nello sguardo vi è qualcosa di già visto.
     I sei stagisti trascorrono la prima giornata di formazione in modo convulso. Sempre a correre dietro al tutor, a sentire quello che lui dice, ad ascoltare le risposte del personale sanitario e non. Alla fine del primo giorno i sei vengono informati sui turni della settimana. Martina ed Alessandro sono assegnati a sezioni diverse. I loro incontri, casuali, avvengono all’entrata, all’inizio del turno, oppure occasionalmente in una delle pause durante le ore di lavoro, davanti alla macchinetta del caffè. 
     Un pomeriggio, sul tardi, si ritrovano all’uscita dell’ospedale, a fine turno. Sono assieme ad altri colleghi. Alessandro si rivolge a Martina e le offre di sedersi al bar lì vicino per prendere qualcosa. Il bar ha tavolini all’esterno in una zona alberata dove è piacevole sostare, visto anche il bel sole che va a tramontare. Martina accetta e i due si accomodano all’ombra di un grande platano. Ordinano due tisane. Alessandro chiede che vengano dolcificate esclusivamente con miele, possibilmente di castagno. La cosa fa sorridere Martina ma nei vortici della sua memoria affiora qualche vago ricordo.
     Anche in casa sua, quella originaria, c’era l’abitudine di far uso di miele di castagno.                   Lo ricorda bene perché spesso c’erano discussioni a causa del fratello che esagerava nell’usarlo. Alessandro, guardando bene Martina, nota che ha tre piccoli nei tra naso e labbra sulla parte destra del viso. Questo particolare non gli è nuovo ed anche per lui la memoria comincia ad andare indietro a riaprire cassettini chiusi da tempo alla ricerca della verità. I loro aspetti sono notevolmente cambiati rispetto a quelli di venti anni fa. I due chiacchierano, si informano sulle rispettive provenienze e scoprono di non essere originari di Cuneo o di Mantova, bensì sono nativi entrambi di Casale Monferrato.
     Questo particolare apre uno squarcio nella memoria di ognuno.
     Procedono nell’indagine, curiosi di sapere quali altri particolari condividono.   Nessuno dei due per il momento ha voglia di parlare della propria situazione familiare, ritenendolo un argomento strettamente riservato. Si guardano negli occhi, si studiano, intimamente vogliono sapere qualcosa di più. Poi riprendono a parlare dei giochi e dei luoghi che da bambini frequentavano. In particolare entrambi ricordano che la domenica andavano in gita nel parco del Po. Spesso salivano sulle barche, percorrevano piccoli 
tratti e poi sostavano su isolotti pieni di canne. Lì facevano a gara a chi vedeva più aironi, giocavano a nascondino, a tirare sassi nell’acqua del fiume. O semplicemente a starsene seduti e zitti ad ascoltare il lento movimento del fiume. Non c’era bisogno di parlare. Bastava guardarsi negli occhi per capire i pensieri dell’altro. Senza pensieri. I genitori provvedevano a tutto. Poi stendevano le tovaglie sull’erba e facevano merenda.  A questo punto i due ragazzi, si rendono conto di avere molti punti in comune, di conoscersi molto bene. Martina rompe gli indugi e rivela il suo vero cognome, come un fiume in piena parla della sua tragedia familiare e dell’adozione di cui ha usufruito per merito della famiglia mantovana. 
     Alessandro, intontito dallo shock, conferma di avere lo stesso cognome originario di Martina e spiega anche la sua storia di adozione. I due sono fratelli. Si alzano e si abbracciano con grande affetto, mentre la gente seduta al bar ai tavolini accanto ed i viandanti li guardano stupiti, curiosi di sapere cosa sta succedendo. Le guance dei due ragazzi si bagnano di lacrime abbondanti. Dopo tanto tempo si sono ritrovati a dispetto della burocrazia, che tante volte aveva impedito la loro frequentazione con cavilli astrusi.  
     La vita, crudele nell’adolescenza, ha ora deciso di ridare l’opportunità ai due fratelli di godere della confidenza e dell’amicizia che solo un rapporto così stretto di parentela, in genere, può dare. Naturalmente Alessandro e Martina quel pomeriggio e buona parte della sera li trascorrono insieme parlando di tutto. Alla fine si ritirano nei rispettivi appartamenti che condividono con altri studenti.
     Da quel momento la loro vita cambia. Le rispettive famiglie adottive informate dai ragazzi del loro incontro, decidono di vedersi e conoscersi.  Il lavoro e lo studio in ospedale diventano più lievi, si sentono più empatici verso gli ammalati. Hanno voglia di raccontare a tutti la bellissima storia che è loro capitata, del ritrovamento di un fratello e una sorella.
     Trascorrono i mesi. Alessandro e Martina procedono molto bene nel loro percorso professionale, si sentono uniti e forti tanto da tentare la via della specializzazione all’estero. Alessandro vince una borsa di studio per andare negli Usa a Houston nel Texas. Martina ha ottime possibilità invece di essere confermata medico titolare 
nell’ospedale dove sta lavorando. Sono ottime prospettive per tutti e due, ma se accettassero andrebbero incontro ad una nuova separazione, anche se temporanea, almeno per due o tre anni. Martina comprende le ragioni del fratello ma non fa nulla per 
farlo desistere dal proposito di andare così lontano. Le decisioni importanti della vita vengono prese sempre in solitudine, così Alessandro, tormentato dalla scelta che deve affrontare, riflette sul complesso di vantaggi e svantaggi. È tentato di rinunciare alla prospettiva favolosa di frequentare una delle migliori accademie mondiali nel campo della cardiologia. Perché abbandonare tutto? Una buona soluzione la può trovare anche in Italia e non dovrebbe separarsi dalla famiglia ed ora anche da sua sorella. Ma ecco che Martina gli va incontro e gli offre una soluzione. Indubbiamente la ragazza ha un carattere ben determinato, capace di affrontare e risolvere problemi. La soluzione che lei propone è quella di accompagnarlo negli USA, anche senza borsa di studio, proponendosi di trovare impiego in una struttura medica del luogo per mantenersi autonomamente. È disposta quindi a rinunciare alla vita comoda in Italia per agevolare il fratello nella nuova avventura americana, senza contare che anche lei potrebbe usufruire di effetti positivi dati da un’esperienza estera, che un domani tornerebbe sempre utile anche in caso di ritorno in Italia.
     Martina e Alessandro senza parlarsi hanno trovato una soluzione perfetta. Ancora una volta, come accadeva da ragazzi, non hanno avuto bisogno di dire nulla, si sono capiti al volo ed i loro cuori sono andati al di là della ragione.

mercoledì 17 aprile 2019

Annamaria Balossini - Una favola infinita

Nidiata di parole sui rami della betulla
cullate dal vento che a baci li dondola,
lìtigano, scarabòcchiano, tìrano in alto
il filo d’una storia su una virgola blu.

Tu ed io, due bambini, nel tempo incantato
delle favole prime, l’oro d’un sogno stregato
di rosso, sillaba d’oro su un blu ingiallito.

Tu ed io, due fratelli, che solo il cuore
ha conservato sul triciclo abbandonato
in un angolo del cortile.

Ed ora che te ne sei andato
per quella strada non voluta, per quello
strappo ineluttabile che la vita, ahimè,
ci impone, adesso che nell’assenza

il richiamo è più vicino, io con te
ancora vivo quella favola senza tempo,
senza giorni e senza ore, sulla sella
di un triciclo dove ancora pulsa il cuore.

giovedì 4 aprile 2019

Elisa Marchinetti - Quel sorriso che non ti aspetti

Tutto di lui era la spia di un malessere, quando lo conobbi.
Gli occhi, soprattutto.  Due fessure acquose di tristezza, perennemente rivolte a terra,  a marcare la distanza tra sé e il mondo, a sottolineare il disagio del momento. E quel  suo sguardo, perso e languido, di chi  è sopraffatto dagli eventi, vittima  suo malgrado  delle incomprensioni degli altri, degli adulti, di coloro che anziché preservarlo dal dolore, il  dolore glielo avevano  arrecato. I suoi genitori, per l’appunto.
L’incarnato, di un pallore  quasi niveo, il riflesso di una condizione esistenziale che si trascinava lenta e stanca, spiccava  su un viso magro ed asciutto, dai lineamenti delicatamente definiti. La bocca, un tratto di matita  che raramente sbavava in un sorriso, dava  voce, in  tonalità monocorde, ad  un bisbiglio sussurrato che si coglieva nei rari monosillabi che di tanto in tanto venivano pronunciati.
“ Pietro, hai capito?” gli  domandavo  spesso al termine di qualche spiegazione, per distoglierlo da  quell’alone di  vacuità  in cui volentieri annegava i suoi pensieri. Un sì grugnito a denti stretti,  mentre fissava il mondo fuori dalla finestra , era  la barriera che erigeva a sua difesa e che fungeva da  freno a  qualsiasi mio desiderio di indagare.  Quello spazio oltre, oltre  le mura della scuola, oltre il “qui ed ora“, nel vuoto  di certezze e valori,  quel buio liquido di sensazioni ed emozioni il rifugio ai suoi tormenti interiori.
Ma era il suo incedere che dava la misura del suo straniamento. Camminava, o meglio, scivolava lungo i corridoi e fra i banchi con passo leggero e a spalle basse e ricurve, il cappuccio della felpa calato  sul capo chino e leggermente reclinato a destra e le mani sprofondate nelle tasche. Con  quell’atteggiamento tipicamente adolescenziale  a metà fra il  fastidio e il  disinteresse  verso  un tutto indifferenziato, persone e cose, in egual misura. E con  il senso del disincanto  cucito addosso e la precarietà marchiata a  fuoco sulla pelle.
“Si sta come  d’autunno sugli alberi le foglie ” pensavo, parafrasando la sua condizione. Sulla carta il primo incontro con lui:  un tu per tu con le descrizioni degli assistenti sociali e degli educatori e  coi  freddi rapporti  compilati dagli psicologi di turno, da coloro che in un qualche modo erano entrati nella sua vita e ne avevano preso le redini. 
Estranei che si erano intromessi nel suo mondo di relazioni parentali violandone l’intimità  e che avevano scompigliato le carte della sua  partita con la vita da poco iniziata. Pagine di dossiers  a decretare  la sua condizione di disadattato sociale, vittima innocente  di tensioni familiari sfociate in  sentenze e appelli, carte bollate e ricorsi. Pagine e pagine  di sterili  tecnicismi e aride conclusioni. Sui sentimenti, i suoi in quel frangente e le emozioni, le sue, da ascoltare, niente di più che qualche riga.
 Aveva 15 anni quando iniziò la prima superiore, un anno in più dei suoi compagni,  ma la stessa  fragilità e apatia  di molti di loro. Il pit stop in seconda media. All’epoca viveva con la madre, di cui portava il cognome,  e tre fratellastri  insieme ad un’orda di cani  in un piccolo appartamento  non lontano dal centro.  La cura di quest‘ultimi  un must in quella famiglia, al primo posto dopo gli umani. 
 Il padre, che non l’aveva riconosciuto alla nascita,  si era qualche anno prima  riscoperto in quel ruolo e  ne richiedeva la custodia, vista la situazione di degrado in cui il figlio vegetava.  Nella giungla delle accuse  tra i grandi, il ragazzo lasciato  allo sbando, vivacchiava e  consumava  i giorni  seduto sul divano di casa  trastullandosi coi videogiochi, tra  pigrizia e indolenza,  tra uno sbadiglio e l’altro, tra una carezza ai cani  e un film alla tv.  Ma soprattutto  sordo al richiamo del dovere scolastico, un po’ per indole, un po’ perché  in parte indotto.  Già perché il controllargli i compiti richiedeva fatica e presenza  tanto quanto il controllargli lo zaino che vuoto rimaneva per giorni e giorni. La leggerezza della cartella, di libri, di quaderni e di merende,  la misura del vuoto  attorno a lui; l’assenza  di  cura e amore  la cifra del suo disagio.
 Così  Pietro  era cresciuto,  insensibile ai suoi doveri verso la scuola per colpa  di chi aveva l’obbligo di seguirlo nella sua crescita  e  che preferiva tacitare la sveglia  ogni mattina piuttosto che  assecondarne il richiamo, lasciando il figlio al caldo delle coperte. Perché essere madri richiede impegno e sacrificio e una buona dose di responsabilità. Delle proprie azioni, così come del proprio ruolo. Non fu difficile capire che  una resa scolastica inadeguata, un impegno insufficiente unitamente ad una  marea di assenze  furono le motivazioni  che decretarono la sua  bocciatura. 
Doveva ancora compiere 15 anni  quando lo portarono via. Una tiepida giornata   di fine Estate, accarezzata da un malizioso venticello,  accompagnò il suo ingresso in una comunità  per ragazzi  sulle colline, a parecchi kilometri di distanza da casa. L’allontanamento dal suo nucleo  si consumò in fretta e senza spargimento di lacrime da parte di nessuno;  a testa china e con i nervi tesi, Pietro racchiuse  i  suoi indumenti in pochi borsoni  sportivi,  salutò con gli occhi la madre e i fratelli  e senza proferire parola seguì  gli assistenti sociali verso il suo nuovo domicilio.  Verso l’ignoto, di  persone e luoghi, che accettò con tacita  rassegnazione.  Nel silenzio del proprio dolore, però, non un cenno di stizza,  né di odio  fu mai pronunciato.  Nel silenzio sulla propria condizione, invece,  tanti gli  interrogativi che  presero a macerare.
 L’allontanamento dalla madre, decretato dal Tribunale, e l’inserimento in una comunità  il primo passo verso la sua rieducazione ed il recupero della sua personalità.  Con lei solo  un colloquio telefonico alla settimana,  in modalità protetta, con gli educatori ad ascoltare  aride telefonate inframmezzate da lunghe, lunghissime pause. Puri soliloqui a mezze voci.
“Ciao. Come stai? gli chiedeva freddamente e puntualmente.
“Bene”, le mentiva spudoratamente, a tacitare  il suo apparente interesse. Poi  il gelo del silenzio a rimarcare le distanze. Sulla  nuova scuola, sui docenti, i nuovi compagni  in  classe   e in  comunità,  sul nuovo mondo che roteava attorno al figlio,  non una domanda le uscì  mai dalla bocca, tantomeno dal cuore. 
Nel contempo, lentamente Pietro andava recuperando  il rapporto col padre che, assuntosi finalmente le sue colpe e responsabilità, aveva intrapreso un percorso impegnativo di riavvicinamento al figlio, imparando  a gestire quel ruolo ex novo con tutta l’insicurezza e l’improvvisazione dei novizi, ma con l’energia e la determinazione dei  vincenti. E soprattutto  con amore. Con l’obiettivo  della  piena tutela del ragazzo e la conquista della sua fiducia.
 Il tempo per entrambi  e la perseveranza di ambedue le chiavi per la riuscita in  un percorso lungo ed impervio, fatto di  regole, orari e doveri  da rispettare e  incontri settimanali con gli assistenti sociali. Una strada in salita, dove tutto era nuovo, o quasi, ed aveva il sapore del sacrificio, soprattutto per il ragazzo. A partire  dalla mattina quando  si alzava prestissimo, cambiava due pullman per andare  a scuola, assisteva alle lezioni  e  ritornava in comunità  verso le tre del pomeriggio. Poi la vita di gruppo e la condivisione delle attività. Spazio per la libertà individuale quasi nullo. 
 L’aveva scelta lui la scuola, attratto dall’informatica  in cui riusciva senza problemi. Nelle altre discipline, invece, aveva lacune come i buchi della groviera. E poca simpatia per le lingue straniere, l’Inglese in special modo. 
 “Sei nato l’11 Settembre  nell’anno dell’attacco alle Torri Gemelle”, buttai lì  uno dei primi giorni  per stimolare la conversazione. 
“Prof, l’anno prima”, mi corresse con  voce flebile ed un impercettibile sorriso , senza indirizzare  il suo  sguardo verso il mio. Poi lasciò che l’orizzonte al di là dei vetri catturasse i suoi umori. Capii che  sarebbe stato un percorso di luci ed ombre e che le sfumature  ci avrebbero dato il senso degli ostacoli  in parte superati.  A lui in primis, poi a me. Ritroso com’era  schivava le discussioni come le pozzanghere e per non caderci dentro si trincerava dietro un aspetto del suo carattere.
“Sono timido, prof, lo sa!”, mi ripeteva  con un certo imbarazzo quando lo spronavo ad esprimersi.
“ Come on!”,  replicavo, aspettando il suo intervento. Imparai a dare tempo al suo tempo, a  metter da parte rigorosi  schemi di valutazione  e ad apprezzare i  minimi risultati da parte sua, quei  piccoli passi verso le tappe intermedie.
Ci mise qualche  mese a sfoderare  una fila di denti bianchissimi e ben allineati  e a liberare un cenno di  sorriso nel rispondermi. E  un  guizzo  compiacente negli occhi. Mi bastavano quei segnali per dare sostanza al mio lavoro e  giustificare gli sforzi fatti e quelli, ancora tanti, dietro l’angolo a venire.
Gli diedi spazio e tanto quell’anno, e fiducia da riporre  nelle sue capacità. Sorvolai sui contenuti, scarsi, che apprese, sulla  sua pronuncia  non  certo di Oxford, ma molto maccheronica, sulla sua proverbiale lentezza e puntai sulle sue conoscenze dei fatti  del mondo derivate dalle  frequentazioni sul web  e sulla sua capacità di cogliere il nesso nelle relazioni. Intuizione e logica non gli mancavano, mentre  pigrizia e apatia abbondavano. 
Continuò a raccontare di sé e delle sue relazioni interpersonali  agli assistenti sociali e agli educatori, obbedendo ai dettati del giudice. Continuò a frequentare la scuola sino alla fine, senza mai assentarsi un giorno, ma sbuffando quotidianamente. Quando entrava e quando usciva.
Superò il primo anno non senza qualche difficoltà, con alcune  insufficienze che colmò agli esami di fine Agosto.
Aveva 16 anni quando, finalmente, fu assegnato al padre. L’inizio della seconda superiore coincise  anche con una nuova vita a due e  un rapporto da ricostruire nel segno della continuità e della condivisione di un progetto di vita. Con una certa serenità nell’animo Pietro proseguì gli studi,  sempre in bilico, però, tra apatia e apparente disinteresse e sempre in altalena col profitto.
Lo persi due anni dopo, all’inizio della quarta,  quando fui assegnata ad altre classi. Ci incontrammo nel corridoio della scuola  a metà Settembre, nel caos dell’intervallo. Ebbi la netta sensazione  che mi stesse aspettando, appoggiato allo stipite della porta, con il capo, libero dal cappuccio,  reclinato sulla spalla  e  le mani sempre nascoste nelle tasche. 
Gli occhi, sgranati in una malinconica  espressione,  parlarono prima di lui.
“Prof, perché ci ha abbandonato?, liberò con un tono lamentoso quando ci trovammo uno di fronte all’altro. 
“Ci manca”, continuò  sostenendo  per la prima volta  il suo sguardo nel mio, regalandomi, poi,  un sorriso di riconoscenza.  Nel gelo che seguì  a quella rivelazione inaspettata  ebbi il tempo di osservare  meglio quel mio studente:  avevo di fronte non più un ragazzino imberbe ed impacciato, ma un giovane uomo, distinto nei  modi  e ben curato, dall’incarnato un po’ più roseo e dalla capigliatura  definita con cura. Un giovane cresciuto in fretta  che con la vita aveva già fatto a pugni diverse volte e che messo alle sbarre aveva sfoderato  colpi prodigiosi. E vincenti.
Balbettai, trattenendo a stento  l’emozione, una  risposta  che non lo convinse più di tanto. E  quella volta fui io a tenere gli occhi rivolti a terra.
“Impegnati e comportati bene anche quest’anno ”, riuscii  a  dirgli nel congedarmi da lui. Ma prima che mi dileguassi con il cuore gonfio e le gambe deboli, lo sentii urlare:
 “Prof, aspetti. Facciamoci un selfie!”
Mi girai e mi avvicinai a passo deciso verso di  lui  che tra le mani già  racchiudeva il telefonino. Le varie  foto che scattò  ritraevano  due volti ravvicinati e sorridenti , due identità accomunate da un lungo e delicato percorso, due anime finalmente appagate.

“Fai attenzione alle piccole cose, perché un giorno ti volterai e capirai che erano grandi” ( Jim Morrison)