sabato 2 aprile 2016

Pierpaolo Lavatelli - I pensieri del tuo mare

Penso spesso il tuo sorriso,
che sa sempre sovrastare:
si distende sul tuo viso,
ma non smetti di pensare.

Come raggio di luce
fende via la tristezza
e la tua soave voce
mi riempie di bellezza.

Ruoto avvolto su di te,
come una tromba marina,
mi sorprendi senza perché,
una barriera corallina;

io tocco i tuoi pensieri,
mi spingo giù, nel profondo;
tra i sentimenti più veri
che tu rinchiudi al mondo.

Per me, sei come armonia,
melodiosa e sognante,
che mi trasporta tuttavia;
profumata, inebriante…

custoditi nel tuo mare,
silenziosi come tonni,
dei tesori da svelare
come i pesci stan insonni.

I pensieri come sospesi,
son meduse fluttuanti
e attendono incompresi
con colori stravaganti;

sono lisci, sul mantello
coi tentacoli danzanti,
non c’è nulla di più bello:
favolosi e sognanti.

Pierpaolo Lavatelli - Onda tropicale

Distendo il mio pensiero
come lucido riflesso,
disegnando un sentiero
solo leggermente mosso;

quando sembra affondare
e si perde dentro l’onda,
mette l’ali e può volare,
come sasso dalla fionda.

Sopra i flutti rimbalzando,
accarezza le colline,
nei fondali luccicando,
inseguendo le sardine;

con un colpo della coda
schizza su in verticale,
forma tetti a pagoda
come onda tropicale.

Si abbatte sulla costa,
spezzato in mille gocce;
spuma marina biancastra
scivolante tra le rocce.

Quante volte l’ho salvato
perché resti un bel pensier;
tra le mani spiegazzato
infangato tra i sentier,

avvilito, mutilato
perseguito, annullato
spento in calce e sbiancato…
tradito, dimenticato.

Lui si alza, guarda fiero
in disparte dalla massa:
sa di essere sincero
non vuol stare nella fossa.

Lui è libero e vero,
è il mio miglior pensiero.

Pierpaolo Lavatelli - Konzentrationslager

Uomini senza dignità,
scarti dell’umanità.
Dietro al filo spinato,
il fisico umiliato…

sguardi muti, incavati,
con i sentimenti svuotati.
Come uccisi di dentro
orbitanti, senza centro.

Il popolo di Abramo,
che mai noi dimentichiamo,
violentato nel pensiero
che lo rende prigioniero;

massacrato come bestia,
decimato senza sosta,
per il mito di una razza
che annienta e ammazza:

come lucida follìa,
dei fratelli spazza via.

E’ spietato il pensiero,
come pece, buio e nero,
quando schiaccia la coscienza
per la sete di potenza.

Pierpaolo Lavatelli – Sono un fiocco di neve

Sono un fiocco di neve: un cristallo di ghiaccio che può volare.
Vengo da lassù, mi sono gettato giù tra altre migliaia, posso ruotare e svolazzare: andare a testa in giù e farmi trasportare dal vento! In mezzo alle nuvole un poco mi solidifico, mi appesantisco di piccole gocce d'acqua e così scendo rapidissimo: vedo tutti i fiocchi davanti e dietro di me.
Questa volta sto scendendo verso una città: ne intravedo la sagoma tra il grigio e il bianco
lasciato dagli altri fiocchi che son caduti prima di me.
Ci sono i tetti già ricoperti, i prati nei parchi a chiazze bianche e verdi, il fiume corre tra due strisce bianche che inseguono il suo corso a perdita di vista. Le auto con la neve sui tetti, sui cofani, impastata sui tergicristalli, appiccicata sui vetri, mentre i fari illuminano i fiocchi che cadono sulla strada e restano schiacciati dal via vai delle ruote. La neve cancella pian piano le strade, disegna altre vie su quelle esistenti ricoprendo i ricordi. Le statue, si ornano di strani cappelli, mantelli e sciarpe di neve; i campanili e le torri con la neve tra i merli, gli uccelli che lasciano le loro impronte saltellando incuriositi. I gatti che stentano ad affondare le zampette dentro di quella specie di bambagia gelata: estraggono le zampine e, scuotendosi, staccano la neve dal pelo. Mentre scendo verso terra, nella tempesta di fiocchi che mi ruotano intorno, vedo le strisce nere delle ruote delle biciclette nel bianco sul manto stradale. La neve è adagiata sui parasole, sui tendoni dei bar, appoggiata sulla sommità dei lampioni lungo le strade, sopra le aiuole e le serre degli orti. La neve in equilibrio precario sui pennoni delle bandiere e sui fili degli stendipanni… Un mondo ricoperto, rivestito di bianco immacolato.

Dove cadrò, questa volta, proprio non so; tra il via vai della gente con gli ombrelli o sul tram che passa e scintilla lungo i fili nel traffico rallentato. Le luci delle auto da qui sopra, sembrano a un serpente luminoso che, rallentato dal freddo e dal gelo, si muove lentamente. I fiocchi turbinano come un’elica, avvitandosi intorno al mondo, rallentano il tempo e lasciano passare solo i pensieri migliori e lo stupore. Sono in balìa del vento che, mentre sto per cadere a terra, mi spinge di nuovo in alto in perpendicolare. Salgo lungo le pareti di un palazzo, passo attraverso le ringhiere dei balconi e vedo le luci dietro alle finestre, gli occhi stupiti dei bambini con il naso all’insù. I fiocchi di neve sono i sogni che ritornano dal cielo, le gocce di felicità che abbiamo perduto o che qualcuno ci ha negato; gli ideali che non abbiamo raggiunto: sono pioggia gelida per coloro che ci hanno impedito di realizzare i nostri desideri. La cosa più divertente, per noi fiocchi di neve, è di certo infilarsi nel collo: sciogliersi correndo giù per la schiena per poi evaporare quasi istantaneamente. Non ci piacciono le persone che non hanno fantasia, che non sorridono mai e hanno cattivi pensieri: così le scegliamo attentamente mentre stiamo cadendo giù; ci infiliamo nei vestiti e procuriamo delle “docce fredde” facendoli rabbrividire e inzuppando i loro vestiti.
Più lo spessore della neve aumenta e più si placano i rumori, tutto diventa ovattato ed io stesso non so staccare lo sguardo da questa visione. Oggi invadiamo il mondo, lo seppelliamo con una coltre morbida e impalpabile: siamo in tanti e pezzo per pezzo possiamo costruire ghiacciai eterni, immense costruzioni imponenti, dove pochi uomini possono arrivare. Cadiamo e ci rialziamo: ci eleviamo fino al cielo per piombare giù di nuovo a capofitto.

Un brivido mi percorre, attraversa i miei cristalli di ghiaccio: anche stavolta mi dissolverò e sarò di nuovo acqua e poi vapore nelle nuvole in un ciclo senza fine in cui, ogni volta, non nasco e non muoio mai. Sono qui su questa terra da sempre: faccio parte del sistema vitale di questo pianeta. Ora la tempesta di neve mi spinge veloce e volo sopra i tetti dei palazzi: le antenne, le parabole e giù, nella via in basso, i cartelli stradali, hanno i contorni cosparsi di neve ghiacciata; i nomi cancellati: lo spessore della coltre ne modifica la forma.
Nei giardini, lungo le vie, le sculture e i monumenti diventano figure indefinite che piano piano ritornano alla sagoma del blocco dal quale, lo scultore, ha inciso le forme. Ecco, sento distintamente il suono sordo di tanti fiocchi accanto a me che, improvvisamente, si schiantano contro gli ostacoli in un susseguirsi di colpi rapidissimi… Io volo ancora, sono tornato ancora in alto; sulla strada del litorale la visibilità è pessima: un grigio accecante di bianco si è impadronito del cielo. Il vento ulula tra le rocce a picco sul mare: ci muoviamo in orizzontale nel turbine della tempesta, palleggiati qua e là senza una direzione precisa. Sugli scogli s’infrangono i flutti, le rocce sono imbiancate e gli spruzzi del mare disegnano dita lunghissime nella neve: come zampe di un animale scomparso da milioni di anni che abbia tentato di uscire dal mare; per poi essere rimasto preda delle onde… Io e gli altri fiocchi di neve, stiamo volando verso il porto: siamo così ghiacciati che formiamo delle lame durissime modellate dal vento quando incontriamo un ostacolo. Passo tra i pennoni e le corde, sfiorando gli alberi delle barche ormeggiate; se il vento mi lascia un attimo, finalmente potrò cadere giù.
Una sagoma nera si staglia di fronte a me: è un enorme fantasma di metallo con centinaia di finestre e dei camini altissimi; le corde sono tese all’inverosimile e stridono con un suono così sinistro che mi fa raggelare… Sono a poca distanza e, ora, attraverso quel ponte tra i fischi del vento, la nave da crociera ondeggia regolare mentre io piombo giù in verticale: dopo la fiancata, tutto è più tranquillo.
Tocco il pelo dell’acqua salata del mare, mi riscaldo e sciolgo il mio cristallo di ghiaccio.
Ora mi sento come a casa, sono di nuovo parte di un insieme che abbraccia tutta la terra: divento parte di un pensiero pulsante di forme viventi di ogni tipo. In questo mare, non so quanto tempo fa, la vita ha preso forma e, ancora adesso, posso guizzare veloce come un tonno o stare in cima a un’alta sequoia, sfidare le vette altissime, stare nelle nevi eterne o perdermi negli abissi più profondi. Per me, che sono acqua, è come se ci fossi sempre stato: non ho memoria di cosa ero e continuo a trasformarmi da sempre. Qui, tra le onde del mare, mi sento come un pensiero collettivo che, lentamente, si lascia trasportare attraverso le correnti, i flutti e le maree fino alla riva: fin sulla terra. Ogni onda che s’infrange è un pensiero liberato: lambisce la riva e smuove i sassi; sferza le rocce e si abbatte sul molo, si ritrae e poi, come lanciato dalla corda di un arco, scocca rapidissimo e si libera in milioni di gocce… Nelle giornate calde, restando in superficie, i raggi del sole mi fanno sublimare: così io, e altri fiocchi di neve, voliamo in alto leggeri come un pensiero impalpabile. Formiamo le nubi e quelli di noi, che si spingono altissimi in cielo, diventano ancora cristalli di ghiaccio. Ci sono pensieri che non si possono prendere: ti sfuggono dalle mani come l’acqua, puoi bagnarti e imbeverti con loro. Puoi fare in modo che stiano con te almeno per un poco, ma poi devi lasciarli andare. I pensieri si adattano alle forme delle cose, scavano le rocce lasciando segno del loro passaggio, si uniformano e corrono tutti insieme in una direzione… per poi disperdersi e scomparire chissà dove. Anche quando siamo chiusi nella curva prigione di una diga, ammassati e confusi, costretti a spezzarci contro le pale di una turbina, restiamo sempre unici e sempre noi stessi: limpidi come acqua.
Se vuoi proprio saperlo: “Non si può piegare il mare”.

Claudio Rampin - Parlez vous

Parlez vous pourquoi…
Porto la mia voce altrove,
porto le mie domande altrove,
porto pure le risposte altrove.
Presumevo o m’illudevo
di serrare un capitolo…
quasi m’imposi l’indifferenza
a questi avvenimenti crudi
per non infierire sull’anima.
La scienza, la ricerca, le idee
hanno portato all’evoluzione
della specie umana,
hanno permesso di curare
ed estirpare malattie complesse,
ma cos’è questo cancro,
questa vecchia e nuova bestia
che s’è impossessata di certi cervelli?
Dio ha trasmesso all’uomo
soltanto dieci regole e, l’uomo,
se n’è create a migliaia,
pure la licenza d’uccidere a suo nome.
Cosa ci fa una lacrima sul cuore…
Cosa faccio con questa penna
nella mano che trema?
Non è una regola santa
che m’impone di scrivere…
è il fiele, la rabbia d’impotenza
che si sfogano sul foglio neutro,
come un sintomo di vomito
che ti fa espellere l’indigeribile.
Mi sono forse raccomandato e venduto
a un Dio che m’impone di fare stragi?
Parlez vous, se continuassi
la mia opinione sarebbe una bomba
che esplode in mezzo a quel mondo
d’ignoranti fanatici e barbari
che credono di vedere l’eternità
attraverso una strage d’innocenti.
Aujourd’hui je suis Paris!
Aujourd’hui parlez vous!
Pour l’istant… je suis fatigué
de raconter cet monde.

Il 13 novembre 2015, Parigi è stata assediata da fanatici assassini coprendola di sangue d’innocenti, fra le vittime anche una nostra connazionale italiana Valeria Solesin di 28 anni.

venerdì 1 aprile 2016

Cipriano Arnone – Non solo incubi

L’impossibile diventa sogno.
L’aridità scaturisce minacciosa e plumbea,
come fiore selvatico e maleodorante,
figlia non desiderata di Terrore e Fascinazione.
La pietra dal sorriso ambiguo e malfidente
Ti sfida, ma spera di essere trafitta fino che, raggiunto il cuore,
tu possa strapparglielo, oppure
lasciarlo pulsare finalmente visto dal sole
come altro sole.
Il sogno cerca lo spazio e il tempo,
mentre il gioco offre anfratti già usati.
I due giocatori non si danno tregua:
la vittoria dell’uno è illusione nella coscienza dell’altro.
Eppure le stelle continuano a scrutare
gli orizzonti e gli abissi;
e gli abissi hanno un fondo che
solo tu non puoi vedere
e gli orizzonti nel loro accavallarsi
solo te confondono.
Le stelle sono signore benevole e crudeli
dell’angoscia e dell’estasi
che lo sguardo acuto fino alla cecità
dà in dote a quel gioco,
imponendo assoluta esclusione.
Il sogno allora sfuma in realtà
e mai come ora l’impossibile ha potuto.

Carlo Barbieri - Spigola all’acqua pazza

– A tavolaaa!
La domenica finalmente si pranzava tutti insieme e, come al solito, un po’ più tardi.
La velocità con cui Lucia chiuse la telefonata, Simone lasciò in asso i cartoni animati e papà Roberto abbandonò il computer voleva dire una sola cosa: l’appetito c’era e le lasagne di mamma Giulia avrebbero avuto un’accoglienza strepitosa.
– Calma, calma. Vi siete lavati le mani?
I bambini tentarono di barare mostrando le palme, il papà fece finta di non sentire e la mamma non insistette, aveva fame pure lei e le lasagne erano calde al punto giusto. Comincò a impiattare fra le proteste di Simone che la accusò come ogni volta di avergliene date poche e cercò subito di rimediare all’ingiustizia mettendo la forchetta nel piatto della sorella maggiore.
La tv era accesa come sempre, e Papà Roberto si impadronì del telecomando cambiando canale.
– Veramente stavo vedendo il giallo – notò mamma Giulia, più per la forma che per altro.
– Il telegiornale è sacro. Dobbiamo sapere quello che succede nel mondo.
– Mamma sono buonissime! – disse Lucia. – Più buone dell’ultima volta!
– ...vittime sarebbero forse novecentocinquanta, ma solo ventotto corpi sono stati ritrovati.
– Eccoci qua, ormai è un naufragio al giorno.
– Mamma me ne dai ancora?
– Finisci prima quello che hai nel piatto, Simone.
– ...Sembra che il disastro sia avvenuto quando un mercantile portoghese si è avvicinato per soccorrere il peschereccio...
– Vuoi vedere che lo ha urtato? Mmm... in questo pesce c’è un aroma particolare che non riesco a individuare, Giulia. Buonissimo. 
– ...Centinaia di migranti erano stati rinchiusi nella stiva e non sono riusciti...
– Papà che cosa è la stiva?
– Aspetta Simone. Allora Giù che ci hai messo di nuovo? Qual è il segreto?
– Nessun segreto. Solo un pò più di noce moscata.
– Papà che cosa è la stiva?
– È la parte di sotto della nave, quella dove si mettono le merci: banane, auto, queste cose qui. Dici che ci hai messo solo più noce moscata? Io ci sento un qualcosa che... ti ricordi il viaggio in Turchia? Quel piatto a base di carne al sugo che abbiamo mangato in quel posto, come si chiamava...
– Sì, ho capito, ma non mi sembra proprio.
– Mah. Lucia, passami il vino, senza fare guai però, che oggi la maaammaa...?
– Oooggi, la maaammaaa, ha meeessooo, la tovaaagliaaa, deeellaa, domenicaaa! – dissero in coro i bambini mentre il papà dava il tempo con la forchetta come un direttore d’orchestra.
– Ah,ah, ah, come siete spiritosi! – commentò puntualmente la mamma. La scenetta si ripeteva ogni domenica ed era diventata una tradizione a cui tenevano tutti e quattro.
– ...a poca distanza dalla costa dell’isola di Rodi. Il bilancio sarebbe di duecento vittime.
La tv mostrava una distesa di mare su cui galleggiavano rottami e corpi.
– Papà ma quelli sono morti? – chiese Lucia.
– Hai sentito cosa hanno detto? C’è stato un disastro, certo che sono morti, se no che ci farebbero con la testa sott’acqua?
Sullo schermo adesso c’era Papa Francesco.
– Il Papa, sssh, fatemi sentire – zittì tutti mamma Giulia.
– ...Il mondo non può più voltarsi dall’altra parte.
– Ha ragione. Questo Papa mi piace – approvò papà Roberto.
L’immagine cambiò e comparve Mario Draghi.
– ...ore di attesa per le reazioni dei mercati finanziari.
– Secondo me la Grecia non ce la fa – disse la mamma. Ancora lasagne?
Simone porse il piatto ancora mezzo pieno.
– Ti ho detto che prima devi finire quello che ti ho dato. Hai visto tutti quei poveretti morti? Cercano di venire da noi perché hanno fame rischiando la vita, e tu che sei un bambino fortunato non mangi il cibo che hai. Pensaci.
Simone commentò con un “Uffaaa” ma non insistette.
– E adesso cosa ci ha preparato la nostra grande cuoca?
– È domenica, stamattina ti sei lamentato per l’odore di pesce, ci vuole molto a indovinare?
– Pesce! Gridò Simone alzando la mano.
– Bravo. Una bella spigola di mare all’acqua pazza. Eccola qua.
Lucia guardò il pesce in un modo strano.
– Non ti preoccupare delle spine, a quelle ci penso io – la rassicurò papà Roberto – però voi bambini dovete fare attenzione lo stesso, eh?
– A me piace di più il branzino – brontolò Simone.
– Spigola e branzino sono la stessa cosa, scemo – lo prese giro il papà.
Mamma e papà cominciarono a spinare il pesce e dopo un po’ ognuno aveva davanti la sua porzione.
– Eccezionale! – disse papà Roberto.
– Yummy! – confermò Simone.
– Non lo voglio. – disse Lucia con gli occhi fissi sul piatto.
La mamma la guardò sorpresa. – Come non lo vuoi? Ma se è buonissimo!
Lucia continuava a fissare il pesce.
– Non lo voglio.
Papà Roberto le prese la mano. – Te lo ricontrolla papà, così sei sicura che non ci sono spine?
Lei alzò gli occhi lucidi.
– Questo pesce non lo voglio, papà. Non lo voglio.

 Nessuno capì.