lunedì 2 giugno 2014

Lorenzo Bianco - La scatola rossa

Al terzo rifiuto dovette accettare, la signora del trucco non avrebbe esitato a stuccarle la faccia con quella malta color carne. Dice che in televisione per sembrare naturali bisogna mascherarsi, fingere un po’. Ora capiva perché era stata tanto ferma nel declinare ogni invito per qualsivoglia genere di trasmissione televisiva. Ormai era inutile cercare di tirarsi indietro. Si guardò allo specchio e le mancava il delta delle rughe ai lati degli occhi come fiumi in secca, le strane M che dalla fronte scendevano rincorrendosi fino all’attaccatura del naso, ma più di tutto i segni del sorriso ai lati delle labbra. Nonostante la sua fama di austerità era una donna che aveva riso molto e non si era mai presa troppo sul serio. Un tipo incravattato con l’auricolare le fa segno con la mano “2 minuti!”, allora abbandona il camerino e sbircia lo studio da dietro le quinte. Un viavai di telecamere, alcune automatiche che salgono e scendono da un traliccio inclinato, un pubblico obbediente che applaude al comando di due giovani scalmanati con un berretto ridicolo, schermi giganti, e quella luce irreale da mezzogiorno di fuoco.
Ora il conduttore sta descrivendo a tratti sommari la sua biografia (ma perché, si chiese, perché ti stai facendo questo?) e la presenta:

“…la più letta scrittrice di gialli italiana, alla sua prima apparizione televisiva. Siamo davvero onorati di avere qui con noi… Nora De Amicis!”

Applausi.

Mentre percorre lo studio con passo incerto si chiede se è abbastanza elegante: gonna lunga plissettata blu oltremare, abbinata a un golf bianco ricamato e l’immancabile girocollo di perle. Le manca la mollettina nera che usa di solito per sostenere la frangia, ma la parrucchiera dello studio disse che sarebbe stato un oltraggio rovinare quello splendido caschetto biondo platino. Dato che non è stupida intuisce di essere ridicola e ride di se stessa prima di prendere posto.

Benvenuta.

Buonasera a tutti.

Nora De Amicis!

Mi chiami pure Nora. Si fa prima. (Sorride sistemandosi la gonna)

Nora. Siamo riusciti a vincere la sua leggendaria avversione alle interviste. Per non sbagliare, cosa non vuole assolutamente che le chieda.

(Ride). Può chiedermi quello che vuole, al limite non le rispondo. Le signore della mia età non hanno più segreti interessanti da raccontare. Però, se posso permettermi, lasci perdere il mio cognome perché non sono parente di nessun famoso letterato. E (finge un momento di imbarazzo) non mi chieda delle mie scarpe.

Perché? Cos’hanno le sue scarpe?

Esatto, non hanno nulla. Tacco basso e tozzo, plantare largo. Da ragazza mi sembravano una civetteria garbata, perché ero – insomma -  abbastanza carina. Mi piaceva quel tocco severo. Ora le trovo semplicemente comode per i miei piedi gonfi.

Cosa l’ha convinta ad accettare questa intervista?

Ma… forse l’età. Era un’esperienza che mi mancava. Temevo di sembrare obsoleta continuando a negarmi, mentre sono solo vintage. (ride). Diciamo che mi ha spinto una strana forma di affetto per Alice.

Alice è la protagonista del suo ultimo romanzo…

Sì, certo. E forse sembrerò un po’ stucchevole in quello che sto per dirle, ma è effettivamente così: Alice mi è molto cara, le sono legata come a una vecchia amica, fa parte di me.

Tra l’altro il suo ultimo romanzo è il primo a non essere un giallo. Cosa l’ha spinta a uscire dal genere?

Non sono del tutto d’accordo con lei. Credo che ai lettori non interessino tanto gli assassini quanto gli intrighi e in questo Alice è molto simile alle altre mie eroine. Anche lei si dedica alle investigazioni, ma a quelle della mente.

Allora potremmo definirlo un romanzo rosa esistenzialista…

(Ride). Non direi. Alice alle rose preferisce le spine, le fitte punture dello stelo al profumo del fiore. In questo è anche decisamente autoironica. Non prende troppo sul serio i suoi tormenti. Deve andare avanti. E’ l’imperativo che ha dentro.

Comincia ad annoiarsi. Le domande sono fin troppo prevedibili. Sposta allora lo sguardo fra il pubblico: un ragazzo pare più interessato a chattare sul suo telefonino, molti altri invece la seguono dallo schermo dei cellulari. Da lontano sembrano tante mascherine per dormire, o binocoli. Non resiste e le scappa una battuta.

(dice) Mi sembra di tornare all’eclissi totale del 61.

Come scusi?

Lei non può ricordarselo, sarà stato un bambino all’epoca, o probabilmente non era neanche nato. Per poter guardare quell’incredibile spettacolo della natura bisognava mettersi davanti agli occhi delle lenti affumicate. Anche in questi anni sembra che non si possano più misurare gli eventi semplicemente con il proprio sguardo, ma servano per forza dei supporti. Non ci si fida più della memoria per ricordare, sono necessarie immagini, filmati. Sembra che il nostro cervello non riesca più a fissare il tempo, o perlomeno non abbiamo più fiducia in lui. Naturalmente consiglio a tutti gli spettatori di continuare a guardarmi dallo schermo del telefonino, magari riescono nel miracolo di rendermi accettabile. (sorride).

Lei non ama molto le nuove tecnologie?

Non è che non ami le tecnologie. Le trovo utili e cerco anche di mantenermi moderatamente aggiornata. Non apprezzo come vengono usate.

Cosa ne pensa dei social network?

Li odio.

(Qualcuno fra il pubblico accenna un applauso).

Non usa mezzi termini.

E perché dovrei? Sono una terribile illusione di vicinanza, anche affettiva. Ma ciò che trovo più fastidioso è la spettacolarizzazione del proprio privato in bacheche che sembrano confessionali. Ogni messaggio deve essere pirotecnico per strappare un “mi piace”, quasi fosse una medaglia al valore. Si scrive il romanzo della propria vita senza viverla davvero. E’ solo finzione.

La finzione che entra nel quotidiano non dovrebbe affascinarla?

La finzione (ma in questo caso forse sarebbe meglio parlare di immaginazione) entra continuamente nel quotidiano in modo molto più naturale. L’amore è la massima finzione, crea la stessa euforia di Woodstock, o quella che ha provato il mondo di fronte all’allunaggio nell’estate del ’69. Il sogno sbarca nella meccanicità dei giorni e lascia la propria impronta in quell’abisso che è il nostro inconscio. Non siamo più gli stessi, siamo nuovi. E anche se ci diranno che quell’atterraggio non è realmente avvenuto, che è stato un inganno, che non è possibile l’intervento dello straordinario nell’ordinario, noi sapremo che non è vero, perché avremo dentro di noi quell’impronta indelebile, il passo di un uomo sul nostro terreno lunare. Quella su internet è solo una commedia per disadattati.

Come vive l’amore la protagonista del suo libro?

Intensamente. Come ogni donna. E gli uomini non se la prendano troppo, molti di loro sono sempre più vicini al femminile e alla sua sensibilità, ma sono ancora una minoranza. Alice deve però affrontare il dolore di una perdita. Il suo non è un amore felice. E’ messa di fronte a una scelta e decide di andarsene, ma non voglio rivelare di più sulla trama.

Ci parli della scatola rossa che dà anche il titolo al romanzo?

Potrei prima chiederle qualcosa da bere? In altri salotti televisivi viene offerta la birra agli ospiti. Non chiedo tanto. Mi basta un bicchiere d’acqua.

La birra possiamo offrirgliela anche noi, prego.


(Fra il pubblico c’è un leggero brusio, qualche risata. Il ragazzo con l’auricolare viene per un attimo inquadrato dalle telecamere mentre porge un boccale di birra all’autrice. Nora De Amicis beve un lungo sorso. Il pubblico applaude).

(Sorride dopo essersi passata un fazzoletto sulle labbra).

Ci voleva proprio! Dove eravamo rimasti?

La scatola rossa.

Lei lo sa che le scatole nere degli aeromobili in realtà non sono nere, ma di un arancione molto marcato, quasi rosse?

No, non lo sapevo…

Le scatole nere (per chi è come me poco tecnologico e non lo sapesse) sono dispositivi elettronici che registrano i parametri di volo, le traiettorie, i suoni nella cabina di pilotaggio, in modo tale da facilitare le indagini sulle cause di incidente. Gli investigatori avranno la possibilità di capire cosa è veramente accaduto controllando le registrazioni di questi apparecchi.

Mi spieghi meglio. Non capisco il collegamento.

Anche Alice si trova nella situazione di capire cosa è accaduto nella sua vita dopo il suo “incidente” sentimentale. Vuole capire le ragioni del distacco, cosa l’abbia portata ad allontanarsi e soprattutto prendersi del tempo per gestire il dolore. Così le viene in mente di usare la scatola rossa.


Una scatola di latta utilizzata per conservare i biscotti.

Sì, proprio quella. Mia madre ne aveva una deliziosa, di un verde azzurro chiaro come il cielo all’alba. Perdoni la digressione cromatica. Di fronte ai ricordi si diventa un po’ tutti poetici, o patetici, persino noi zitelle. Ma di biscotti legati a rimembranze qualcuno ha già parlato approfonditamente e molto meglio di me.

La scatola rossa, continui.

Alice si chiede cosa le rimanga di quell’esperienza che l’ha segnata così profondamente. Immagini certo, istantanee della memoria, ma più di tutto parole, quelle che avrebbe voluto dire e che non ha detto, le offese durante le liti prima di lasciarsi, le promesse, i nomi dell’amore (quei nomignoli che si usano per chiamarsi quando ci si vuole davvero bene e non sono esclusività della passione, ma anche delle amicizie sincere). Di fronte al vuoto di un lutto sente che le rimangono solo parole. D’altronde sarebbe forse impossibile ricordare senza una costruzione verbale, le parole collegano i pensieri, elidono, sottolineano, troncano. Il ricordare sembra essere una prerogativa umana, perlomeno il rievocare intenzionale, quel richiamare alla memoria per far rivivere situazioni, persone, sentimenti. Questo perché anche il ricordo ha una sua grammatica, una sua forma, delle regole. Alice scrive per nove mesi. Come il tempo di una gestazione.

Una prerogativa tutta femminile.

No. Non sono d’accordo. Il mettere al mondo non è un privilegio delle donne. Dà alla luce chiunque voglia essere creativo. E’ una missione di chi decide di impegnare del tempo in un progetto ambizioso. Pensi alla parola “parto”.

Nascita, origine, inizio…

Sì ma anche partenza, prima persona singolare del verbo partire. Si ricorda anche per metabolizzare e staccarsi da qualcosa che è cresciuto enormemente dentro di sé e a cui bisogna dare vita. E’ così anche il voler bene, non può restare un’esperienza solitaria e taciuta dentro di sé. Deve esprimersi e diventare altro, un’amicizia, una relazione. Ha bisogno di fregare il tempo.

Fregare il tempo?

Sì, l’essere umano ha bisogno di scommettere, di avere un progetto. La mancanza di progettualità uccide ogni relazione. Se vivo un eterno presente, ma non ho un passato e non penso a un futuro sono inumano. Il tempo diventa un alleato quando non è un inesorabile e indefinito trascorrere, ma quando segna le stagioni, le variazioni dell’esistere, il raggiungimento di una meta, i percorsi.

E qual è il progetto di Alice?

La maturazione di una lontananza. Un’assenza che forse c’era già prima e non se ne era resa conto. Una sedia che era rimasta vuota. E lo fa scrivendo su foglietti di carta i suoi pensieri, dolorosi, incerti, sovrumani a volte, banali anche. Poi li piega e li mette in questa scatola rossa. Lì li sente protetti e al tempo stesso sono rinchiusi. Scriverli e depositarli le consente di affrontare il quotidiano senza rimanere sopraffatta dal dolore.

Una specie di diario.

Forse. Ma il diario è più narrativo. Alice scrive questi biglietti per nove mesi e li custodisce nella scatola di latta rossa. Poi sente che la fonte si è esaurita, ha detto tutto, si è anche ripetuta, qualcosa si è dissolto. Allora apre la scatola e dispiega tutti i biglietti. Li legge e li appende alla parete. Uno di fianco all’altro creano una forma, la sagoma di quell’ “incidente” dentro alla sua anima.

In fin dei conti sembra una specie di bacheca, come quella di facebook, volendo tornare a un discorso precedente.

Lei è particolarmente insistente su questo tema, forse perché vuol farmi apparire irrimediabilmente desueta (sorride).

(Il pubblico che era rimasto a lungo zitto e immobile, o perché interessato al discorso, o perché da tempo assopito, improvvisamente scioglie il silenzio con una breve risata).

(continua) La differenza sostanziale tra la bacheca di Alice e una qualsiasi pagina di facebook è che lo scopo di Alice non è creare una specie di manifesto pubblicitario di se stessa, ogni biglietto perde di importanza se letto singolarmente, non è scritto per suscitare l’interesse o la compiacenza di qualcuno. L’essenziale è nella pienezza della struttura. Una scrittura per stratificazione che frega il tempo facendolo diventare suo alleato.

Scrittura per stratificazione?

Sì, una pennellata dopo l’altra, non avendo ben chiara l’immagine finale, ma con una precisa intuizione, una volontà ben definita. Una determinazione.

E così si “frega” il tempo?

Sì, credo di sì. Io e il tempo ormai abbiamo imparato a sopportarci. Se non puoi sconfiggerlo fattelo amico, come si usa dire. Il tempo che abbiamo è l’unica cosa che è veramente ignota a tutti. Spesso chi pensa di averne molto viene truffato. Il tempo sa essere un gran turlupinatore. Avere un’idea, una vocazione obbliga il tempo a una progettualità che gli è propria, ma spesso non gli è riconosciuta. E ci si allea a lui, senza il terrore di un’opera postuma.

Un’angoscia decisamente letteraria, o artistica.

Si sbaglia di grosso. Dovrebbe essere la preoccupazione di ogni uomo. Rimane ultimo solo chi resta incompleto, non fa il salto verso l’ignoto, verso se stesso e l’altro. Spesso ci si conosce senza comprendersi, ma accade anche il suo contrario.

Grazie Nora, questa più che un’intervista è stata quasi una lezione di vita.

(Ride) E’ finalmente riuscito nell’impresa di farmi sentire in imbarazzo. E’ una sensazione che non provavo da tempo. (Ride fra gli applausi del pubblico). Spero di non aver annoiato nessuno. D’altronde non si faccia l’idea che ciò che le ho detto sia ciò che penso. Non ho grandi certezze sulla vita. Quelli erano i pensieri di Alice, io li ho solo presi in prestito per un po’.

Ci lasci allora con un pensiero tutto suo, personale.

C’è ancora tempo. Per tutto. Per cambiare, per crescere o per tornare indietro. Per incontrarsi, capirsi, scusarsi, comprendersi. Ogni possibilità è ancora aperta, ogni ferita potrà rimarginarsi e essere dimenticata. Lo dico soprattutto a me stessa in maniera scaramantica. (Ride ).

C’è tempo allora.

C’è tempo.

Nora De Amicis!

(Applausi). Grazie a tutti.

Esce lentamente dallo studio e scompare dalla scena.
Il pubblico sta già applaudendo il nuovo ospite.


Claudio Mellone – Lucy Jane Butler

“Lucy Jane Butler – Scomparsa” era scritto su un volantino attaccato a una trave orizzontale posta sopra le scale che, dall’esterno, conducevano ai binari della stazione metro Osnaghi. Al centro del foglio c’era la foto di una ragazza e, più in basso, l’appello. “Lucy non dà più notizie di sé da sabato 28 maggio. È stata avvistata per l’ultima volta verso le 23:30 alla stazione Osnaghi, sola e in stato confusionale, senza soldi né cellulare. Portava una lunga gonna color lilla e un top nero senza spalle. Lucy parla solo inglese e conosce poco la città; ha 37 anni, è alta 162 cm e ha in testa lunghi dreadlocks rossi. Ha una rosa tatuata sulla schiena, sotto al collo. Chiunque abbia notizie di lei chiami Betty”. Seguiva un numero telefonico.
Lo spazzino della mattina, dopo aver ramazzato i gradini e aver dato un primo sguardo distratto all’annuncio, risalì la scala e si mise a leggerlo con attenzione.
“Quante ne ho viste, io” pensò “di queste tipe in stato confusionale! Eccone un’altra. Ma poi l’età: 37 anni, come me! Io che mi alzo prima dell’alba per portare a casa la pagnotta, e loro che escono a quell’ora dalle discoteche. Vai a capire dove si sarà cacciata, questa qua. Comunque, tipi così non è un male che spariscano: non lavorano, non hanno voglia di fare un cazzo. Nessuno ne sentirà la mancanza”.
Lo spazzino riprese a salire le scale; poi si voltò indietro e guardò di nuovo il foglio.
“Ma come avranno fatto a metterlo lassù? Di sicuro qualcuno è salito sulle spalle di qualcun altro”.
Erano le quattro di mattina. I cancelli della metro si aprirono e sulle scale passarono i primi pendolari. I loro occhi vaghi si soffermavano sull’avviso.
Fuori, la piazza si stava riempiendo delle bancarelle del mercato. Una signora mattiniera, che all’alba aveva già fatto la sua spesuccia, scese le scale una alla volta, tenendosi al corrimano. Notò l’annuncio e lo lesse.
“Povera ragazza” pensò “oggi questi giovani non sanno più dove andare; sono persi, persi; noi, ai nostri tempi, avevamo le idee più chiare: anche perché mica c’era tanta scelta! Povera ragazza. Speriamo stia bene, che la ritrovino in fretta, che non le sia successo niente di brutto. Chissà dov’è finita, povera ragazza”.
Col trascorrere della mattina la scala si affollava sempre più, la gente saliva, scendeva e si sfiorava frettolosa. La stazione Osnaghi era uno snodo fondamentale della città, vi si incrociavano le linee più importanti dei trasporti pubblici: era una stazione di scambio, un fulcro per il quale transitavano tutti. Non c’era da stupirsi che Lucy Jane Butler fosse stata vista per l’ultima volta proprio là.
Le ore passarono, gli uffici si svuotarono. Un giovanotto al primo giorno di lavoro in banca, vestito di tutto punto e con al collo una cravatta bella ma male annodata, scendeva le scale della stazione con la sua ventiquattrore vuota in mano. Notò il foglio attaccato alla trave: lo lesse attentamente e poi passò oltre, ma non fece in tempo ad arrivare al binario che la sua testa si inondò di pensieri.
“Lucy Jane Butler. Lucy Jane. Lucy. Il nome non mi dice niente, ma quel viso mi pare di averlo già visto. Quegli occhi azzurri… non si dimenticano mica facilmente! E quei capelli rossi! Dicono che le rosse stiano scomparendo. È un peccato, io adoro le rosse. E chi dice che puzzano è un miserabile, uno che non è mai stato con una rossa o uno che ha la merda nel naso. Che belle le rosse! Lucy. Deve essere una del giro dello Stax. Ci sarò stato un milione di volte, allo Stax: magari l’ho vista lì. Ma chi si ricorda… Con tutta la roba che mi sono ingollato! Erano belle le nottate allo Stax. Parlavo un po’ con tutti, si facevano amicizie facili. E se c’era una rossa in giro, mi buttavo subito a ballare dietro di lei. Che tempi! Lucy? Ho mai conosciuto una Lucy? Boh, forse. Allo Stax c’era gente di mezzo mondo. Comunque, che strana sensazione. Mi pare proprio di riconoscerla. Ma no, mi sbaglio”.
Il giovanotto aspettava sul binario e intanto, come ultimamente aveva preso a fare quando era immerso nei suoi pensieri, si passava una mano sopra la testa rasata di fresco, dolcemente, avanti e indietro. Si beava di quella sensazione, di quei peletti folti e cortissimi: un piacere inedito per lui che aveva sempre portato i capelli lunghi e si era rassegnato a raparsi solo un’ora prima del suo colloquio di lavoro con la banca.
Il giorno finì, venne la sera e la notte. Alcuni ragazzi e ragazze, usciti di casa per andare a ballare, si affrettavano scanzonati per prendere l’ultimo treno che li avrebbe portati verso il loro club. Sarebbero tornati a mattina inoltrata, saltando a piè pari le poche ore di chiusura della metro. Si fermarono a leggere l’avviso e si zittirono tutti: Lucy Jane Butler, una ragazza che sembrava una di loro, era scomparsa. Confabularono un po’, poi qualcuno disse che dovevano sbrigarsi e ripresero a scendere le scale, di corsa, ma stavolta in silenzio, con i tratti del viso di colpo incupiti, oscurati da un fantasma di tristezza e di irrequietezza, sormontati dai tanti dubbi che via via si riproponevano loro in testa come un rigurgito fastidioso ma ineludibile. La stazione Osnaghi chiuse per la notte.
La mattina successiva, lo spazzino passò sui suoi soliti gradini. Dette uno sguardo veloce all’annuncio ma non si soffermò, come il giorno precedente, sul destino e sulle colpe di Lucy Jane Butler e di quelli come lei. Pensava al fine settimana ormai prossimo, alla partita della sua squadra di calcio, al regalo da fare alla bambina che avrebbe compiuto quattro anni di lì a poco.
I cancelli riaprirono, la gente riprese a fluire. Tutti vedevano la foto della rossa che parlava solo inglese e qualcuno, rallentando il passo, aguzzava la vista per leggere l’avviso. A sera, il giovane bancario ripassò con la sua ventiquattrore vuota e la bella cravatta, annodata un pochino meglio rispetto al giorno prima.
La metro chiuse per la notte, poi riaprì. La vecchietta mattiniera scese ancora le scale con le sue sportine, tenendosi al corrimano. Senza fermarsi alzò gli occhi verso la foto di Lucy Jane Butler e poi proseguì per la sua strada, con una nenia muta che le animava le labbra.
Passarono i giorni. Le persone andavano e venivano e Lucy Jane Butler era sempre là. Ormai erano in pochi a non aver visto quella foto e letto quell’annuncio. Ma qualcuno ancora c’era. Un pomeriggio, due ragazze salirono la scala.
« Dov’è, dov’è? » chiese la prima.
« Ecco, guarda » rispose la seconda « eccola lassù. Allora, che ne pensi? ».
« Impressionante. Stessi capelli, stessi occhi… ».
« E stessa espressione del viso. Guarda, avete anche lo stesso sorriso ».
« Mi sento male ».
« Perché? Non sei mica tu: quella è Lucy Jane Butler ».
« Scusa, tu non ti sentiresti male al posto mio? Siamo due gocce d’acqua! ».
« Beh, che significa? Sai che al mondo ognuno di noi… ».
« …ha sette gemelli, lo so. Ma si dà il caso che nessuno li abbia mai visti, questi gemelli. Mentre io… Guarda là… ».
« Pensa se tu la incontrassi davvero, questa Lucy! ».
« Stai zitta, non me lo dire neanche. Dai, andiamocene, questa cosa mi angoscia ».
« Possibile che nessuno ti abbia mai fermato in strada scambiandoti per lei? ».
« No, mai successo ».
« Per ora ».
« E comunque non ho tatuaggi, non ho 37 anni ma ben dieci di meno, conosco al massimo venti parole d’inglese, non conosco nessuna Betty e soprattutto non sono scomparsa! ».
« Dai, non ti alterare. Su, andiamo: i ragazzi ci aspettano ».
Passarono giorni, poi settimane. Il foglio con la foto di Lucy Jane Butler sembrava non invecchiare, o quantomeno lo faceva più lentamente rispetto a quei pezzi di carta lasciati in giro per la città, volantini pubblicitari o fogli slabbrati con offerte di lavoro, malamente appiccicati ai semafori, sui pali della luce, nelle cabine telefoniche e abbandonati al sole, al vento, agli schizzi della pioggia. Quel foglio, così difficile da raggiungere e strappare, rimase per mesi attaccato sulla sua trave.
Un giorno alla stazione metro Osnaghi comparve una donna matura. Aveva i capelli rossi, gli occhi azzurri e le mani curate. Era sempre vestita di nero, parlava solo inglese e chiedeva ai passanti, nella sua lingua: « Avete visto mia figlia? Dov’è mia figlia? » mostrando a quegli sguardi affrettati e disattenti la foto di Lucy Jane Butler. Trascorreva le giornate seduta sulle panche presso i binari: si metteva lì, cambiando ogni tanto la linea di metro. Osservava con attenzione le persone che passavano e ogni volta che arrivava un treno e si aprivano le porte, lei scattava in piedi, si mescolava alla folla e guardava, uno per uno, tutti i volti delle ragazze nelle quali riusciva a imbattersi.
Una mattina il giovane bancario fu fermato dalla signora: lei lo prese per un braccio, lo guardò fisso in faccia e gli chiese: « Hai visto mia figlia? ». Poneva questa domanda sempre più a casaccio, ora a questo ora a quello, e non mostrava più la foto. Il giovanotto, che aveva studiato inglese e aveva riconosciuto all’istante quegli occhi, quel colore che la natura aveva trasfuso pari pari dalla madre alla figlia, capì subito a chi si riferisse la donna.
« Intende Lucy? » le chiese.
« Sì sì sì » rispose lei con il viso inondato di gioia « l’hai vista? Sai dov’è? ».
« No, signora, mi dispiace » disse lui costernato « è solo per quel foglio sulle scale, lo leggo tutti i giorni. Ma di Lucy non so niente, purtroppo ». La donna riacquistò il suo volto cupo, quasi selvaggio, mollò il braccio del giovanotto e guardò altrove.
« Va bene » disse, come ringhiando « vorrà dire che l’aspetterò ancora. Deve per forza passare di qua. Tutta la città passa di qua, prima o poi ».
Il giovanotto continuò a incontrare la donna per molto tempo. All’inizio lei lo salutava da lontano, poi il suo sguardo lo eluse. Aveva le unghie delle mani luride e alcuni strappi nel vestito. Stava seduta sulle panche ma, quando arrivavano i treni, non sollevava più lo sguardo dal punto del pavimento a cui l’aveva ancorato, in mezzo alle gomme da masticare spiaccicate e annerite. Un giorno lui non la vide più. Invece di prendere subito il suo treno, girò in lungo e in largo per la stazione: era scomparsa.
Passarono gli anni. Lui fece un salto di carriera, lo spazzino cominciò a incanutire, la vecchietta della spesa non si vide più. Sebbene protetta dalle intemperie, anche la foto di Lucy Jane Butler iniziò a sbiadire; l’annuncio era diventato un foglio scialbo che nessuno si era mai preso la briga di staccare. Troppo alto, troppo scomodo.

Un giorno la società dei trasporti decise di fare dei lavori di ammodernamento nell’obsoleta stazione Osnaghi. La scala fu chiusa, la trave fu scalzata dal muro e poggiata all’esterno. La foto di Lucy Jane Butler era ancora là, sbiadita ma persistente. Le varie travi vennero raccolte, caricate su un camion e avviate al recupero, un’acciaie­ria che rifondeva metallo vecchio appena fuori città.

Bruno Bianco – Storia di passato

Quando arrivai sul piazzale del castello erano cinque anni che non tornavo in quella località del Monferrato astigiano. Me ne ero andato il primo anno di università e da allora ero rimasto nel mio appartamento di piazza Castello, gentilmente compratomi dal mio paparino, senza più vedere né i miei genitori né il mio paese d’origine. In altri tempi si sarebbe detto che ero uno scappato di casa, ma ritengo che nel mio caso questa definizione sarebbe vera soltanto a metà; per scappato di casa credo si intenda uno che si arrabatta per sopravvivere, senza la certezza di mettere insieme il pranzo con la cena, utilizzando dimore di fortuna presso anime pie che forniscono ospitalità. In realtà l’appartamento dove vivevo era lussuoso, in pieno centro di Torino e potevo scegliere liberamente se mangiare in buoni ristoranti o organizzare spaghettate con gli amici; mio padre pensava a tutto, attingendo dai miliardi che gonfiavano i suoi conti bancari, conti alimentati continuamente dai flussi di cassa della sua attività imprenditoriale. Incompatibilità caratteriale. Io detestavo il suo atteggiamento di uomo nato con le pezze al sedere e arricchito da duro e onesto (?) lavoro; lui non sopportava che io non gli portassi rispetto e che non fossi sufficientemente dedito al lavoro e al sacrificio. Più che una fuga da casa fu un accordo tra gentiluomini; io sarei andato a prendermi una laurea e lui avrebbe pagato tutte le spese. Devo ammettere che mi trovavo veramente bene in quella condizione a tal punto che non tornavo più a casa, nemmeno in estate o nelle feste comandate, con nascosto dispiacere di mia madre che per espresso divieto di mio padre non poteva venirmi a trovare. "Se vuole vederci deve venire lui!" E allora peggio per loro. Non provavo nemmeno vergogna per il mio stato di mantenuto che si scagliava contro la vita borghese; diciamo pure che avevo il cuore a sinistra e il portafoglio a destra.
"Arresto cardiaco" era riportato sul referto del medico condotto; sì, insomma, un infarto. Dopo il funerale avevo subito detto al geometra amico di mio padre di pensare lui a tutte le pratiche, all’amministrazione del patrimonio immobiliare ammassato da mio padre e anche alla cessione dell’azienda di famiglia; né io né mia madre saremmo stati in grado di gestirla e a me interessava solamente utilizzare le varie rendite disponibili. Volevo però dare un’occhiata all’ultimo acquisto fatto dalla buonanima; non più di tre mesi fa, aveva comprato nientepopodimeno che il castello del paese, antico maniero dotato di sole tre torri perché la quarta era stata distrutta, si dice, dal Barbarossa.
A quei tempi frequentavo senza grosso successo la facoltà di scienze politiche. Mi dilettavo però nello scrivere racconti e poesie, ritenendo di essere un autore dotato di talento e bistrattato da editori incapaci di riconoscere il futuro premio nobel per la letteratura; la curiosità, unita alla convinzione che avrei potuto ricavare una qualche ispirazione dalla visita al castello, mi avevano convinto a non tornare a Torino subito dopo il funerale.
-Sei incuriosito da quella macchia, vero?-
In effetti appena arrivato, prima ancora di entrare, avevo notato quella macchia color vinaccia su una delle torri degli angoli, subito vicino alla finestra, sopra quei vecchi mattoni ancora originali; e mi stavo proprio chiedendo che cosa fosse quando Don Giusto, appena uscito dalla casa canonica proprio a metà tra la chiesa parrocchiale e il castello, aveva interrotto le mie meditazioni.
-E' la famosa macchia di sangue che non scompare più; se provi a cancellarla, lei ritorna sempre.-
Era un bel personaggio don Giusto, con la tonaca da parroco di campagna e gli occhialini sul naso da intellettuale di città; gli avevo anche fatto da chierichetto negli anni tra la prima comunione e la cresima, prima di riuscire a trovare la scusa di evitare le messe domenicali inventandomi un ateismo militante.
-L’origine risale a quando il signore del castello, nel 1412, da quella finestra fece tagliare il capo del suo figlio primogenito, colpevole di voler abbandonare il castello; da allora la macchia del sangue è sempre stata là. Se provi a eliminarla, lei sparisce, ma il giorno dopo sarà ancora lì, identica a prima, a ricordare l’efferato delitto.-
Aveva parlato senza smettere di guardare verso l’alto, con tono di voce serio e professionale, da vero studioso del fenomeno.
-Naturalmente è soltanto una leggenda; noi uomini di fede e di ragione abbiamo la reale spiegazione del fenomeno. Il padre assassino volle che nessuno pulisse la macchia a memoria della colpa del figlio e nei secoli nessuno osò farlo; ormai i mattoni sono impregnati in tutto il loro spessore e se si prova a pulirli, a sabbiarli, anche a grattarli, subito l’alone sembra sparire, ma in poco tempo riaffiora lo strato inferiore con il color vinaccia ormai famoso. Però è bene che la forza della leggenda rimanga; è un modo per far parlare di sé il paese, per avere qualche tradizione storica, per poter ricordare il passato.-
Adesso mi guardava con un sorriso sornione, come divertito di avermi convinto per un attimo che lui credesse a simili fandonie. Però come leggenda era ben costruita e mi incuriosiva vedere il fenomeno del riapparire della macchia; e poi letterariamente parlando poteva anche uscirci una storia intrigante, da giustificare il tempo perso trascorrendo una notte in quel paesino del Monferrato astigiano.
Il mattino dopo alle otto ero già sveglio, un vero record per chi come me viveva come se il sole non sorgesse fino al proprio risveglio; la curiosità era però stata più forte della pigrizia e mentre strofinavo la macchia e la vedevo gradualmente sbiadire, mi stavo convincendo che quella volta non sarebbe più riapparsa.
-Ci avrei giurato che avresti fatto una prova; il popolo dei Tommaso è sempre numeroso.-
Da sotto la torre don Giusto mi guardava benevolo, mentre io affacciato alla finestra restavo a fissare quella zona linda, dove il color vinaccia aveva ceduto il posto a un meno macabro rosso mattone antico.
-Buongiorno don Giusto. Non è che non mi fidassi, ma mi piaceva vedere…-
Caspita, stava riaffiorando! Anzi, era completamente ritornata. Scomparso il rosso mattone antico, tornato il color vinaccia con i suoi bordi irregolari.
-Don Giusto, non saprebbe mica indicarmi un libro che parla dell’assassinio e della macchia? Devo ammettere che è una storia più che interessante; noi uomini di cultura siamo sempre affascinati dai fatti del passato.-
No, libri non ne conosceva. Ma c’era Carlino, un libro vivente, una vera memoria storica, con il suo archivio di fotografie, di articoli di giornale, di riviste e di tutto ciò che parlasse anche solo marginalmente dell’amato paesello. Ci andai il pomeriggio stesso. Carlino aveva un’ottantina d’anni discretamente portati; il suo passo un po' impacciato tradiva un’operazione alla prostata brillantemente sostenuta un paio di mesi prima.
-Tu vuoi sapere della maledizione della macchia?-
Veramente io volevo sapere della leggenda; cos’era questa storia della maledizione?
-Il signore dei Roeri uccise il proprio figlio, colpevole di voler abbandonare il castello; lui che era il figlio primogenito, destinato ad ereditare tutto, patrimonio e titolo nobiliare. Un affronto del genere a quei tempi nemmeno un padre poteva tollerarlo; lo fece decapitare alla finestra perché tutti potessero sapere e vedere. Poi gli piacque l’effetto di quella macchia di sangue e rese manifesta la sua volontà: la macchia sarebbe rimasta lì in eterno. Chi mai avesse osato provare a cancellarla sarebbe stato colpito da tremenda maledizione.-
La storia si faceva interessante; adesso volevo sapere quale fosse la maledizione.
-Mi spiace di non poter esserti di aiuto, ma nessuno ha mai saputo in cosa consistesse.-
No, adesso non potevo rimanere nell’ignoranza; come destinato alla maledizione avevo il diritto di sapere. Carlino mi lasciò una raccolta di fotografie e appunti personali che ricostruivano tutti i proprietari che si erano avvicendati al castello. Così la sera non ritornai a Torino; l’esame di quelle carte volevo farlo in loco perché sapevo che avrei potuto avere bisogno di Carlino o di don Giusto o di qualche altro personaggio del paese che conoscesse qualche elemento in più. Il giorno dopo ero di nuovo in piedi alle otto, una mano sulla tazzina del caffè e l’altra a sfogliare le pagine. Mi soffermai sugli ultimi 50 anni. Dopo la caduta del fascismo il castello di proprietà comunale era stato ceduto a un privato, un ricco avvocato di Torino che lì si era trasferito e aveva vissuto fino alla morte. Poi era subentrato uno svizzero che aveva abbandonato il paese di origine per stabilirsi tra quelle colline; c’era perfino la foto di un giornale d’epoca dove si vedeva una sorridente faccia da svizzerotto mostrare la famosa macchia. Dopo era arrivato un notaio da Ivrea che con moglie e quattro figli era venuto ad abitare nel castello, iniziando un vita da pendolare tra la sua nuova residenza e la città dove aveva mantenuto lo studio notarile. Poi c’era stato un piccolo imprenditore di Torino che addirittura aveva spostato la sua officina meccanica nel maniero pur di potervi risiedere; dai suoi eredi aveva comprato il mio povero padre.
Quando restituii tutto a Carlino, lo ringraziai con sincero senso di riconoscenza. Non ero però riuscito a sapere in cosa consistesse la maledizione della macchia; unica certezza, naturalmente, che l’anatema non aveva valore, perché tutti i proprietari avevano provato a cancellare la macchia, ma nessuno aveva avuto alcun tipo di problema. Anzi tutti avevano vissuto una vita agiata ed erano morti serenamente di vecchiaia nel proprio letto, escluso mio padre che però non faceva testo essendo morto prima di andare ad abitarvi. Ero spiaciuto per il dubbio non risolto, ma avevo ormai deciso di partire definitivamente la sera stessa; avrei solo più dato un’ultima occhiata all’ormai famosa macchia di sangue e magari provato ancora una volta a cancellarla. Poi tutto sarebbe stato solo un ricordo.

Questo è il passato. Se a qualcuno interessa il presente, sappia che attualmente vivo nel castello; sono ormai passati 10 anni e ci vivo da allora, non sono mai partito quella sera. Vivo insieme a mia moglie e ai miei due figli, sono anche riuscito a laurearmi e ho abbandonato le mie velleità letterarie. Ho aperto nel castello una specie di bottega dei prodotti locali; vino, frutta, formaggi tipici. Tutta roba di qualità, prodotta da gente del posto, e non posso lamentarmi del guadagno; vengono dalla città a comprare e non si lamentano dei prezzi che devo riconoscere essere elevati, ma si sa che oggi va molto di moda il prodotto del contadino. La domenica mattina vado a messa come quando ero chierichetto e con don Giusto, che è sempre un eterno giovanotto, sovente discutiamo sulla macchia e sulla sua leggenda; nessuno di noi due lo ammette, forse perché ci vergogniamo a tirare sempre fuori gli stessi ricordi come fanno i vecchi di 80 anni che pensano con rammarico all’epoca che fu, ma la leggenda della macchia ci fa amare il senso del tempo che scorre. Il grosso rammarico è non avere mai scoperto in cosa consiste la maledizione; vi prometto però che se un domani dovessi mai risolvere l'arcano, ve lo farò sapere tempestivamente.
Volevo concludere mettendovi al corrente di quanto ho fatto sei mesi fa. Stanco di vedere quella macchia e di perdere del tempo nei continui tentativi di eliminarla, perfettamente conscio dello scempio artistico che avrei commesso, ho eliminato il problema alle radici; ho chiamato un muratore locale e gli ho fatto sostituire quella ventina di antichi mattoni imbrattati con altrettanti nuovi di zecca. E' bastato un giorno di lavoro per cancellare secoli di storia e slegare una volta per tutte passato, presente e futuro.


Ah, dimenticavo di dirvi. Il giorno dopo, sui mattoni nuovi, la macchia color vinaccia è tornata identica a prima. 

Andrea Vecchio - Dieci giorni dopo lo sciogliersi della neve

16 luglio 1988
- Da ora in poi, questo sarà il nostro rifugio, la nostra base. Ci verremo ogni giorno, per rinforzarla e per starci. Non avremo più bisogno di nulla. -
Bernardo indicò il masso, un masso umido e imponente, così grosso che ci avevano, da un paio d’anni, conficcato le radici due grosse robinie. Era lì, appena al di fuori dal sentiero che portava nei campi, al limitare del paese. Gli altri due annuirono, strizzando gli occhi contro il sole che illuminava la piccola radura. Per arrivarci, il sentiero nasceva spontaneo dopo che il poco cemento che costituiva una minuscola strada che usciva dal centro abitato divenisse strada sterrata. Un veloce zig zag tra due orti e poi i prati da fieno.
- Io ci sto, di sicuro. Posso portare del cibo, a casa siamo pieni di scatolette! - rispose agitato Gerardo, gli occhi socchiusi contro il sole che cercavano una via d’uscita per far riferimento al suo interlocutore. Era il più piccolo dei tre ed era il fratello minore di Giovanni,  che dietro di lui fissava attento la stazza imponente di Bernardo.
- Anche per me va bene - finalmente aggiunse il fratello maggiore. -L’unica cosa è l’inverno. Non si può venire qui d’inverno, è tutto coperto di neve e fa freddissimo. D’inverno farei una pausa anche perché tu, Bernardo, sei giù in città, d’inverno -.
- Sì, sono giù in città, ma ciò che conta è l’estate, e sarà un posto solamente nostro. I miei hanno deciso che verremo sempre qui in vacanza, quindi non c’è problema. Però non mi devo far bocciare a scuola. -
Le montagne rivestite di boschi e pietraie, tutt’attorno, scrutavano silenziosamente i tre bambini: un severo e inalterabile pubblico che assisteva disincantato ad un attimo di vitale importanza.
Una volta sancito il patto, pensarono subito ai lavori da intraprendere. Resero più facile l’arrampicata verso la vetta del macigno tramite una corda legata al ramo più robusto di una delle due robinie; a ripulire gli anfratti e le venature della roccia da pietruzze, terra  e ragnatele;  a riparare gran parte della sommità della loro nuova fortezza con una vecchia lamiera ricavata da un pollaio abbandonato che si trovava nelle vicinanze, accuratamente pulita e lucidata. Iniziarono a passare su quel sasso, che chiamavano semplicemente “rifugio”, intere giornate. Anche quelle più umide e malinconiche, durante le quali i ragazzini della loro età si ritrovavano al bar della piazza del villaggio per qualche partita ai videogiochi o semplicemente per trascorrere del tempo insieme, il tempo delle vacanze. Loro tre, invece, non avevano bisogno di amici più grandi o nemici da combattere. Non avevano paura che il passare del tempo potesse rovinare tutto, il tempo non esisteva. Non esistevano le città, non esistevano i compiti delle vacanze, non esistevano i compagni di scuola. Si sentivano invincibili grazie a quella promessa e a quel macigno, piantato lì in mezzo ai campi da chissà quale gigante mitologico.
Sino a metà settembre divenne un luogo indispensabile, per loro. Bernardo non abitava in paese e come ogni anno, appena prima l’inizio dell’anno scolastico, avrebbe dovuto congedarsi dai suoi compagni. Non li avrebbe sentiti né rivisti sino al giugno dell’anno seguente.
Fu così anche l’anno dopo, e quello dopo ancora. Le montagne, attorno, sempre le stesse.

18 marzo 2011
Aveva sempre detestato i bar delle stazioni, soprattutto quelli delle stazioni degli autobus. Ma con quel tempo, quel tugurio era l’unico riparo capace di offrire un qualcosa che sapesse di caffè. Mancava ancora un’ora per incontrare il prossimo cliente, il suo lavoro l’aveva portato tra le montagne vicino a casa, posti che conosceva e rispettava da una vita. Era in anticipo e l’incontro col precedente cliente si era inaspettatamente concluso prima del previsto. Il giorno prima, invece, niente partite: giocava la Nazionale, il campionato era in pausa. Afferrò ugualmente la Gazzetta: calcio ce n’era sempre, pensò. Il caffè arrivò mentre fuori, oltre la vetrata lurida,scolaresche con i cappucci sulla testa, schiamazzanti ed irriverenti nei confronti dell’acquazzone che si stava abbattendo sul piazzale, si accalcavano attorno all’autobus di turno. Si annoiò ben presto di quella Gazzetta senza serie A, ed il caffè doppio che aveva ordinato era rovente. Attese due minuti e decise di dare un’occhiata  al giornale locale: soliti furti e scappatelle. Trovò finalmente il coraggio di accostare la tazza alle labbra quando fu attratto da una foto, al centro della quarta pagina. “Esce di strada a folle velocità: niente da fare per trentaquattrenne” titolava l’articolo.  E poi la foto della vittima, sotto. Non ebbe bisogno di leggere il nome dell’uomo, aveva ben impressa quella smorfia. Scostò la tazza dalle labbra ed afferrò il giornale con entrambe le mani, sudate. “Lascia una giovane moglie e un figlio di appena due anni, lo schianto nella notte tra venerdì e sabato”. Lesse due righe del misero e sgrammaticato articolo e poi tornò subito sulla foto. Giovanni, due anni più giovane di lui. Non era cambiato negli anni, il tempo per lui non si era fatto sentire più di tanto: i capelli corvini , le guance rotonde, l’aria arrogante. Faceva l’operaio e aveva una moglie ed un figlio. Era morto, pensò.  Più sotto, l’articolo, che descriveva minuziosamente la dinamica dell’incidente, terminava con il comunicare la data ed il luogo dei funerali: lunedì 9 marzo alle ore undici nella Chiesa parrocchiale del paese dove Giovanni aveva sempre vissuto, lo stesso paese dove Bernardo aveva passato le vacanze quando era ancora bambino. Quel lunedì 9 marzo, per l’esattezza. Dette un’occhiata ancora al di là della sudicia vetrata, i ragazzi erano scemati sui pullman e la pioggia continuava a battere. Finì il caffè in due sorsate e rimase ancora a contemplare la foto. Mancava ormai mezz’ora all’appuntamento con il cliente, un piccolo notaio della zona, ma non riusciva a pensare ad altro che al suo amico d’infanzia e a come fosse morto. Pensava a cosa avesse fatto in quegli anni, a come stesse crescendo suo figlio. All’ultima volta, un pomeriggio di settembre di ventun anni prima, in cui si erano parlati e salutati come avveniva ogni anno, prima di non rivedersi mai più.
Il paese dove si sarebbero tenuti i funerali era a poco più di un’ora di strada, una strada che conosceva bene anche se non l’aveva mai percorsa guidando: i suoi smisero di affittare la casa di villeggiatura quando lui aveva ancora undici anni. Decise di andare. Una veloce chiamata al suo cliente, che peraltro non sembrava dispiaciuto per il rinvio dell’appuntamento, e lasciate le monete sul tavolino si diresse verso la macchina, sotto la pioggia che iniziava a cessare. Prima di mettere in moto si strinse nel giubbotto frugando nelle tasche alla ricerca di una sigaretta. Fumare era una delle cose che preferiva fare, appena dopo aver preso una decisione importante.
La strada se la ricordava bene. Iniziava placida costeggiando il torrente per poi impennarsi in un susseguo di tornanti. Un altro pianoro, un falsopiano e poi ancora tornanti. Se non ci fossero state le nuvole avrebbe potuto già intravedere le vette delle montagne più alte, che chiudevano la vallata ad anfiteatro. 
Arrivò in paese e decise di non parcheggiare nella piazza principale, quella della chiesa dove si sarebbe tenuto il funerale. Scelse una strada che costeggiava le ultime case del centro abitato, per poi percorrere a piedi la distanza rimanente. Scendendo dalla macchina si guardò intorno. Il rumore dell’acqua invadeva gli spazi, scendendo dalle montagne fredde e umide. Mise le mani in tasca, si strinse nel cappotto e si incamminò verso le campane, che avevano già iniziato a rintoccare. Aveva il timore che qualcuno avrebbe potuto riconoscerlo: ventitré anni sono tanti, e non avrebbe saputo cosa dire. La piazza principale era gremita e tenne lo sguardo basso sul selciato mentre un sole timido cercava, facendosi largo tra i boschi che coprivano le cime più vicine al villaggio, di illuminare quello sperduto angolo di vita. Si avvicinò all’entrata della chiesa, a pochi metri dal porticato, per poter cercare di riconoscere qualcuno degli astanti, almeno Gerardo. E infatti, eccolo. Lo sguardo serio e impettito come sempre, come l’ultima volta che l’aveva incrociato, teneva per mano due bambini  che fremevano di irrequietezza e capricci. Era vestito elegante e la cosa lo fece sorridere: non avrebbe mai immaginato di poterlo vedere vestito con indumenti diversi da un paio di pantaloncini corti sgualciti, una maglietta bianca a righe gialle ed un paio di scarpe da ginnastica con la chiusura in velcro. Lasciò, stando sempre in disparte, defluire anche gli ultimi partecipanti all’interno dell’edificio sino a rimanere da solo. L’ unico rumore era diventato lo scrosciare dell’acqua di una fontanella posta al limitare della piazza, della quale non si era accorto arrivando ma che ora, immersa nel silenzio dell’attesa, vessava l’intero paesaggio.
Si chiese il perché di quella decisione, del partecipare così sommessamente al funerale di una persona che non vedeva da più di due decenni. Si rispose subito dopo. Si accese una sigaretta e, le mani in tasca, si avviò verso il limitare del centro abitato opposto a quello dove aveva lasciato la macchina, che confinava con gli orti e i prati. I passi decisi echeggiarono in vicoli maleodoranti di stallatico e mancanza di sole, sino a raggiungere il punto dove la strada che aveva imboccato diventava sterrata tutto d’un tratto. Imboccò la mulattiera che si districava tra due orti coltivati a fagioli per poi incassarsi ai piedi di un piccolo terrazzamento e riprendere placido la via dei campi da fieno. Sapeva che avrebbe già potuto, impegnandosi ed alzando lo sguardo, scorgere il masso dove tanto tempo fa lui, Gerardo e Giovanni avevano sancito il patto che lui non aveva potuto rispettare, ma aspettò a farlo. Preferì fare le cose poco alla volta, gradualmente. L’erba alta portava ancora i segni dell’inverno:  era schiacciata, pesante, umida, di un colore tra il segaligno ed il verde e si aggrovigliava su se stessa come i capelli di un’anziana, segno che la neve si era sciolta completamente da non più di dieci giorni. Ne rimase incantato: gli orti, i prati, i terrazzamenti,i  campi erano stati letteralmente strappati alla montagna. Non aveva mai fatto caso a quanto lavoro umano ci fosse stato in quel paesaggio, che aveva sempre ritenuto selvaggio ed incontaminato.
Il sasso era lì, appena a sinistra rispetto al sentiero, dopo l’ultimo muretto a secco. Umido, sporco, rozzo. Le venature di quarzo che ne spezzavano l’austerità erano ricoperte di muschio e fanghiglia. Le piante che crescevano ai suoi lati non avevano ancora indossato la livrea estiva e non lo potevano riparare completamente dalle intemperie, come succedeva nei mesi caldi. Era esposto alle angherie ed agli sguardi severi delle cime che dominavano il paesaggio, al gelo dell’inverno e all’indifferenza delle poche persone che durante i mesi più rigidi si avventuravano in direzione della boscaglia.
Tutto ad un tratto si sentì, per la prima volta in vita sua, orgoglioso di tutto quel volgare materialismo che gli stava permettendo di poter vivere quella stessa esistenza. I suoi libri, le cose che aveva studiato, i colloqui di lavoro che aveva sopportato, le macchina che aveva avuto, i commenti  volgari sulle donne, le domeniche allo stadio, il cenare al ristorante. Si strinse ancora di più nella giacca a vento.
Il masso, invece, era in uno stato di completa servitù, dalla quale mai nessuno aveva provato a liberarlo. Nemmeno lui e i suoi due amici, quando lo elessero a rifugio e punto strategico per i loro giochi.
 Non lo sentiva più pulsare, non era più corroborato dalla linfa vitale che pensava l’avrebbe invaso per l’eternità  l’ultima volta che, senza saperlo, lo lasciò prima di tornarsene in città. La morte di Giovanni, alla fine, non fu una scoperta così tanto sconvolgente, per lui.


Alfredo Bossetti – La voce del vento

Una bellissima giornata di primavera, nel tratto di mare dove le rovine medioevali di un’antica civiltà si affacciano su un promontorio meraviglioso, imponente, quasi mistico. Un’altura dalla quale lo sguardo riesce a dominare chilometri di costa caratterizzata da una vegetazione tipica delle zone del centro Italia bagnate dal mar Tirreno; un dono della natura, un regalo giunto fino ai nostri giorni dopo aver attraversato secoli di storia travagliata, dopo aver conosciuto guerre, lotte, dolori, morte; ma anche cuori innamorati, sognatori, spiriti liberi, artisti: menti ancora incontaminate dai pregiudizi del tempo, dalla confusione, dalla frenesia e che potevano essere plasmati dalla forza di quel luogo suggestivo, intriso di magia e di un alone di mistero, isolato, lontano dal tumulto e dal frastuono delle metropoli.
Tutte le volte che Raul riusciva a ritagliarsi qualche minuto dall’attività di falegname non vedeva l’ora di allontanarsi dal negozio in centro che gestiva con il fratello Lucas e raggiungere questo paradiso. Dalla sua casa gli ci volevano solo venti minuti in macchina, ma per lui, spirito indomito, impaziente, frenetico, sempre rivolto alla ricerca dell’obiettivo, sembravano ore.
Si cambiava di corsa, si lavava come un’anatra che si infila sotto l’acqua per risparmiare tempo: voleva togliersi di dosso la polvere, le schegge, ma soprattutto l’odore del legno: quell’aroma misto di fiori e muffa che lo accompagnava oramai da una vita. Prima il padre, che quando rientrava alla sera dopo una giornata in falegnameria e lo abbracciava tirandolo a se con le sue mani vigorose quasi lo soffocava, adesso lui e Lucas; nonostante l’evoluzione tecnologica dei macchinari, quello rimaneva un marchio di fabbrica che misurava l’autenticità della materia prima lavorata. Era convinto che gli fosse penetrato addosso al punto da non potersene più liberare, e nonostante si facesse un’abbondante doccia ogni giorno appena terminato il lavoro, quell’essenza non si allontanava mai da lui.
Generalmente non gli dava granché fastidio, ma quando saliva in quel luogo, ad un passo dal cielo, voleva sentirsi completamente libero: libero di sognare, di respirare a pieni polmoni l’aria frizzante ricca di profumi di paesi lontani, di chiudere gli occhi e lasciarsi trasportare dalla fantasia. Niente doveva rovinargli quell’idillio: fosse durato un solo minuto o tutta la giornata, voleva assaporarne ogni sfumatura, ogni impercettibile suono, alito, respiro.   
In quei momenti di solitudine, si metteva sdraiato sull’erba in un angolo poco distante dal parcheggio dove lasciava incustodita la sua auto; l’umidità della notte si era appena asciugata ma alcune tracce non erano ancora state cancellate dal tiepido sole che a fatica scaldava quel luogo. Solo dopo qualche minuto, in cui riusciva ad isolarsi completamente dal mondo, la sua attenzione era attratta dal lieve e fine rumore del vento che lì soffiava come Raul non aveva mai udito. Era una vibrazione quasi musicale, un insieme di voci e strumenti che all’unisono declamavano poesie, versi, liriche. Nonostante la giovane età, Raul, amava ricercare luoghi tranquilli e poco frequentati, dove fermarsi e ascoltare attentamente il mondo che lo circondava; ed in particolare il rumore del vento che vibrava tra le fronde degli alberi così come su una spiaggia deserta, sulle cime innevate delle montagne dove un soffio gelido ti taglia il viso e ti fa lacrimare gli occhi o nel deserto dove il caldo vento dell’Africa ti brucia la pelle e la sabbia ti costringe a coprirti il volto. Ma in nessun altro luogo aveva mai ascoltato la voce del vento come su quel promontorio.
Sarà stata suggestione o un particolare fenomeno acustico che ne esaltava i suoni armonici, ma nulla era paragonabile a quello che riusciva ad udire quando raggiungeva quel sito. Sembrava la voce celestiale di un cherubino che si rivolgeva a lui e di cui lui solo riusciva a capirne il senso.
A volte allegra, frizzante, innocente come il sorriso di un bambino che si schiude davanti alla sorpresa, all’estasi della novità, al mondo che gli appare per la prima volta e lo inebria con il suo fulgore. A volte malinconica, triste, sconsolata, come lo sguardo dei fedeli durante la processione del Corpus Domini la domenica pomeriggio. Sempre nuova nella sua monotonia, Raul si lasciava rapire e inebriare da quel canto: ogni volta che aveva un problema, che non sapeva quale decisione prendere e l’incertezza e il dubbio non lo lasciavano vivere; quando il consiglio degli amici non era sufficiente e non sapeva con chi sfogarsi o parlare liberamente; o anche quando voleva solamente stare con se stesso qualche minuto, sparire dalla realtà, entrare in una dimensione che fosse solamente sua. Per ritrovarsi, per riscoprire la parte migliore di sé, per esaminare il suo cuore. A volte ne sentiva il bisogno più che mai.
E il vento era sempre pronto ad accoglierlo, a riceverlo come il ritorno del figliol prodigo. Amorevole, attento, sensibile, non faceva domande, non si innalzava a ruolo di inquisitore, non gli chiedeva nulla. Raul ascoltava in silenzio, con un atteggiamento quasi religioso, di pura contemplazione. Quella voce gli parlava con un linguaggio semplice, con parole formulate appositamente per lui e che lo raggiungevano direttamente, senza artifizi o macchinazioni.
Una voce amica, che lo avvolgeva in una sorta di abbraccio protettivo e che lo cullava dolcemente: gli parlava di paesi lontani, di principesse bellissime, di terre dove magia e ricchezza confondevano la realtà in una sorta di oblio mentale, di allucinazione. E la sua fantasia correva fra castelli incantati, tesori da scoprire, damigelle da salvare. E tutto quello che aveva letto a scuola, tutte le favole che erano state tramandate da generazioni, prendevano corpo nella sua mente inspirate da quella voce guida.  
Certi giorni sembrava il richiamo di una madre premurosa, altri un coro celestiale che traccia il cammino della vita, altre ancora un orda di ragazzini che corrono dietro ad un pallone urlando il nome del compagno che è più vicino all’area avversaria per incitarlo e dargli la forza di non sbagliare.
In quel luogo il tempo passava velocemente e come sempre, nel momento di rientrare, una tristezza lo assaliva. Era forse per il dispiacere di non poter ascoltare oltre quella sinfonia, oppure per la paura di non poter ritornare il giorno dopo, o la consapevolezze che una parte di lui oramai si perdeva ogni giorno di più.
Gli anni passarono inesorabili, e le vicissitudini della vita portarono Raul a trasferirsi in un’altra città. Per quasi trent’anni non fu in grado di ritornare al suo promontorio e per tutto quel tempo un velo di tristezza e di malinconia lo accompagnò nel suo cammino ogni qualvolta la mente ritornava ad aprire il cassetto dei ricordi e a sfogliare i momenti più nostalgici della sua giovinezza.
Infine arrivò il giorno in cui riuscì a calpestare nuovamente quel suolo che aveva tanto amato. Con passo lento, appesantito dagli anni e dai dolori di una vita che non gli aveva sorriso come fantasticava quando, giovane nel cuore e nello spirito, si fermava ore ad ascoltare, si affacciò per un’ultima volta su quel promontorio. Lo sguardo perso nel vuoto, diritto davanti a sé, i pugni serrati quasi a voler trattenere fra le mani un bene dal quale non ci si vorrebbe separare mai, prese il coraggio a due mani e come un progetto preparato con cura fin nei minimi dettagli, urlò al vento con tutta la forza che aveva dentro, la sua rabbia. Una rabbia repressa per tanto, troppo tempo; un grido che gli salì dal profondo dell’animo: “Perché? Perché? Perché?”
In quella parola aveva rinchiuso anni di sconforto, di impotenza, di frustrazione. Tutti i dubbi irrisolti, le domande che non avevano trovato risposte, le ansie di una vita. Non era un semplice vocabolo urlato verso l’immensità del mare, ma era un intero processo di evoluzione umana che doveva essere completato. E in quel “Perché” vi era rinchiuso anche il suo destino.
In quel momento una corrente proveniente dal golfo sottostante lo investì improvvisamente con una tale energia che quasi perse l’equilibrio, già precario per colpa di una malattia che lo aveva colpito negli ultimi anni e che lo stava consumando, giorno dopo giorno.

Cadde in ginocchio e dai suoi occhi sgorgarono, inarrestabili, lacrime amare. Con la tristezza nel cuore, si rimise in cammino verso la sua vecchia casa. E ad ogni passo, sempre più pesante e affaticato, sentiva spegnersi sempre di più l’eco di quell’armonia che aveva tanto amato. Un riverbero che svaniva alle sue spalle; lento, silenzioso, inesorabile, come la lancetta dei secondi su un quadrante di un orologio, come il giorno che cede lo spazio alla notte, come la vita che lo stava abbandonando ai suoi rimpianti.

Alessandro Cuppini - Due bicchieri di Fundador

Punto terzo perché ho una tremenda nostalgia degli anni della giovinezza e di tutto quello che vi era associato: le canzoni, le estati al mare, le prime dolci emozioni.
   Bevo un sorso robusto di Fundador e mi schiarisco la gola al sentire il calore che si sprigiona nel petto.
Guardo fuori dalla finestra del bar: il mare è calmo, con onde troppo pigre per frangersi in spuma. Forse è più malinconia che rimpianto, ma comunque sia è un peso nel petto che il Fundador aiuta ad alleviare. Ne bevo un altro sorso.
   Punto quarto perché, al momento in cui serviva buttarsi, mi ero improvvisato farmacista.

   Benedetta stava nel mio stesso albergo con la zia. In spiaggia i nostri ombrelloni erano a dieci metri di distanza. Stavamo sempre insieme, da mattina a sera, si fa presto ad innamorarsi in questi casi.
Andavamo a nuoto al trampolino, un chilometro fuori dalla spiaggia. Non era da tutti, qualcuno ci arrivava prendendo in affitto un moscone. Prima di partire lei si dipingeva un mazzo di fiori sul petto; arrivati al trampolino si tirava via il pezzo di sopra del bikini e prendeva il sole in topless, cosicché l’abbronzatura le lasciava una pallida macchia in corrispondenza. Lei stava lì, appoggiata con la schiena ai tubi di ferro del trampolino, a occhi chiusi; io la guardavo abbagliato, mentre un rivoletto di sudore le colava tra i seni andando a sfociare nel serbatoio dell’ombelico.
   Non solo per questo, per il suo splendido seno di diciottenne di robusta costituzione, non solo per questo io di lei mi ero innamorato. Di Benedetta mi piaceva la maniera che aveva di spalancare gli occhi come una bambina quando poneva una domanda, la piccola ruga tra le sopracciglia quando ascoltava qualcosa che la interessava, il fulmineo, liquido frammentarsi di lineamenti del viso quando sorrideva.
 Mi piaceva parlare con Benedetta, anche se con lei non ci capivo nulla: parlava di teologia con voluttà e d’amore facendolo apparire come un passatempo per i bambini dell’asilo. Era allo stesso tempo una celeste strega e una santa lussuriosa.
Lei certamente capiva che il goffo cameratismo che avevamo instaurato tra noi non mi era sufficiente, ma non faceva nulla per modificare i nostri rapporti. Le andava bene così.
   Aspettavamo Ernesto, il marito della cugina, un riccastro che sarebbe venuto a giorni per portare moglie e cugina di là dal mare con la barca che teneva al porto, una crociera di quindici giorni tra le isole della Croazia. L’aspettavamo con la stessa ansia, benché di origine diversa.
   Ricordo la stupenda spossatezza che mi aveva colto dopo una giornata di mare, e il desiderio violento di una sua venuta furtiva nella mia stanza, della sua risata ovattata, delle sue ciabatte col tacco e con le piume. Ma quella notte insonne non venne, e perché avrebbe dovuto? Ma quando il giorno dopo gliel’avevo detto, lei mi aveva guardato con uno sguardo indifeso, congiungendo rammaricata le mani all’altezza delle labbra.
Quella sera andammo a passeggiare sulla spiaggia. Era piena di coppiette allacciate nel buio, sedute sui mosconi tirati in secco. Noi camminavamo sul bagnasciuga e neanche ci davamo la mano. Dal bar sul lungomare venivano le note un po’ lacrimose di una canzone in voga quell’estate.
Benedetta, arrivata sul molo, si fermò. Vedevo il suo viso illuminato dalle luci del lungomare. Si appoggiò con una mano alla mia spalla, mi sorrise e con prudenza, per non sgualcire il sorriso, mi baciò. Fu dolce e salato di brezza marina. Io le presi il viso tra le mani e le dissi ingenuo:
   Dì, come sei bella. Vuoi essere la mia ragazza?
Ci fissammo un istante, poi un’ombra veloce, qualcosa di simile ad un predatore silenzioso in una notte senza luna, una civetta o che so io, passò sul suo viso con un’espressione fuggevole e impacciata. Io pure mi sentii timidamente in imbarazzo, la presi per la vita e incamminandomi verso la fine del molo dissi:
   Sto scherzando, una frase che odio. Non farci caso, baby.
Uno può buttare lì la stronzata più colossale di questo mondo, guardare negli occhi degli altri l’effetto che fa, e, se va male, dire:
   Sto scherzando, naturalmente.
La risposta in questi casi dovrebbe essere:
   No, caro. Hai detto una stronzata. Il che non vuol dire che sei uno stronzo, ma vedi di non abusarne.
Non così disse Benedetta, ma oggi sono propenso a ritenere che lo pensò. E tutto finì lì.
Quella notte stessa salì sulla barca di Ernesto, abile skipper, e la vidi partire dal molo, per traversare l’Adriatico.
   Un solo piccolo bacio, ma io mi ritrovai più che mai stracotto di lei, e continuai ad esserlo per molto tempo dopo, senza nemmeno che ci rivedessimo.
Pensavo, e forse speravo nel macerarsi del mio amore impotente, di sognarla, qualche volta. Non mi apparve mai neanche una volta in sogno. Forse fu intercettata dalle autorità preposte al controllo dei sogni, o forse fu lei stessa ad evitare di concedersi tali visite che assomigliavano tanto, nel mio caso, a quelle carcerarie.

   L’anno successivo tornai al mare nella stessa località, ma lei non c’era. Le vacanze quell’anno aveva deciso di passarle in montagna con sua cugina, mi disse la zia.
   Il mio mese al mare, con tanti ricordi suoi, fu un piccolo supplizio. Andavo al trampolino, e poi alla spiaggia appartata dove andavamo per stare tranquilli, e mi sedevo sulla sabbia in riva al mare. Come un anno prima, arrivava un’onda, ma, non avendo nulla da riferire da parte del mare che me l’aveva rapita, si profondeva in un inchino sonoro di scusa. E guardavo la schiuma incespicare su un frammento di bottiglia di birra, il cadavere di un granchio, un coso di ferro qualunque coperto di ruggine, una canna spezzata in due. Il cuore mi marciva vivo.

   Quattordici anni dopo torno nella stessa località, nello stesso albergo. Un quinto della vita se n’è andato, non vedo Benedetta da quell’ultima sera che la vidi salire sulla barca di Ernesto. Tutto è cambiato, la gestione dell’albergo, il bagnino, che non è più quello di un tempo. Tutto diverso, ma è lei che mi viene in mente quando vado sulla spiaggia. Ed è sua zia la prima che vedo mentre mi sistemo sotto il mio ombrellone.
Ci riconosciamo, ci salutiamo con simpatia, ci scambiamo informazioni sulla reciproca vita trascorsa nel frattempo. Il cuore rintocca pensieri e ricordi lontani, e batte così forte che temo si senta. Aleggia nell’aria la domanda:
   E Benedetta?
   È qui, è andata al bar per la merenda, ma sta per arrivare.
Una ragazzina di dodici anni si avvicina di corsa, sbocconcellando un bombolone.
   Ecco Elena, la bimba di Benedetta.
Dietro la figlia la vedo avanzare. Non mi ha ancora riconosciuto. Poi sorride. Mi abbraccia e mi bacia sulle guance.
   Ma guarda un po’ chi si vede…, dice, ed è subito chiaro alla zia, alla vicina di ombrellone, alla spiaggia tutta, che tra noi c’è stata intimità, molto più di quella che c’è veramente stata.
Ci sediamo, lei sulla sedia a sdraio, io sul lettino della zia, che ha capito e ha accompagnato Elena al molo per vedere i pescatori.
Benedetta indossa il bikini più ridotto della spiaggia: il seno prorompe dalla parte superiore ridotta ad un semplice nastro, poi lo sguardo mi scende fino ad un triangolo di stoffa rossa così esiguo che è sufficiente che si metta di profilo perché il rialzo delle cosce lo celi e lei sembri nuda. È un po’ come il re della favola: è più nuda di quando è realmente nuda perché ha tutta la disinvoltura di chi si crede vestito pur non essendolo. Mi parla di sé, del suo matrimonio fallito, della nascita difficile della sua Elena, del fatto che non può più avere figli.
Ha la sicurezza raggiante delle belle donne. S’è ingrassata un po’, e noto la leggera distorsione del suo viso. Il suo aspetto e i lineamenti del viso sono stati definiti e resi più netti dal bulino degli anni. Lo sguardo è strano, come distante, nei suoi occhi grigi, quasi che quei pochi etti in più del suo corpo abbiano un effetto oppiaceo su di lei. Ma poi capisco: neanche le sue parole sono più quelle che di lei ricordavo, e mi do dello stupido: forse che poteva essere? Durante questi quattordici anni avevo pensato che tutti gli orologi della natura, lo spuntar del giorno e il tramonto, il germogliare delle foglie e il ritorno delle rondini, l’azione corrosiva del tempo sul nostro corpo, insomma, le avrebbero girellato attorno e sarebbero sprofondati in lei senza lasciar segno alcuno. E invece…

E invece ora sono qui.
   Un altro, ordino al cameriere.
E quando arriva il bicchiere di Fundador, ne bevo metà in un sorso, avidamente. Perché?
   Punto primo perché Benedetta è ancor più bella di come me la ricordavo.

   Punto secondo perché quando incontri la donna che ti piace, ti devi buttare, senza pudori e senza imbarazzi. Non fare calcoli, getta dalla finestra il bilancino. E chiudi la farmacia.