venerdì 13 maggio 2016

Antonio Bicchierri – Vastità d’acque

Distese al crepuscolo

traboccanti di preziosi diamanti
raccontano ancora vite vissute
attraverso oceani e mari:
storie passate di conquiste e scoperte
con galeoni e velieri
fantasmi rapiti dall’oblio del tempo.

In vastità d’acque
indolenti volatili incorniciano navi
solcanti scie schiumanti
e olezzanti odori
lasciando in abissi profondi 
celati da immemore tempo
misfatti e segreti
sepolti da acque specchianti
cieli di storia
custodi d’antica memoria.

Nel tempo
marcato il passaggio
in limacciose acque
che invadono la riva
dondolando rifiuti
e umani lasciti.

Lontano… dal porto
di una fumosa taverna
la voce esiliata si ode
del marinaio che canta
bramando il ritorno
nella sua terra amata.

giovedì 12 maggio 2016

Nicola Giordano - L'attacco del Kraken

Legami di mostro -dalle otto dita-
che giunge a far giustizia
di corsari sconvolti:

si aggrappano a insegne, si prostrano a terra
la costa aggredita fu preda di guerra.

Non basta a fermare l'assurda violenza
sì fine dettaglio di umane venture,
nell'orfana pupilla balugina coscienza
e si perde d'un tratto tra le schiume scure.

mercoledì 11 maggio 2016

Alessia Fortina - Con niente sotto

Brrr…
Lungo la schiena mi è appena sceso un brivido, uno di quelli strani, freddi, pungenti, uno di quelli che ha un magnitudo 8 scala Richter. Dietro casa mia c’è un sentierino tutto coperto da foglie secche ed erbacce che conduce al mare.
Stasera, appena suonate le 19, il cielo si è annerito e un manto di nuvole grigie ha preso il sopravvento creando un ostacolo tra i miei occhi e le stelle. Non avendo fame, ho deciso di andare a fare una passeggiata e mi sono ritrovata qui, davanti a questo litorale sabbioso che continua a scambiare calore con l’acqua del mare. Nonostante ciò, l’acqua stasera è freddissima. È bello stare stesi qui, è come sentirsi nella pancia della propria madre: nudi, coccolati, cullati e fragili. L’acqua mi avvolge e mi culla dondolandomi con quel movimento sinuoso ed elegante, benché sia troppo fredda per farci il bagno con gli amici e troppo calda per rintanarvisi da soli. Ho sopra di me strati e strati di aria, pulviscolo atmosferico e vapore acqueo che pesano e mi gravano addosso, mi premono verso il basso, verso il fondo. Ho sotto di me il niente… ho una voragine, il classico vuoto che porta solo a perdere. Perdere il senso di dominio, perdere le forze, perdere i pensieri e certamente anche il senso della profondità. Quanto è profondo il mare, mi meraviglia sempre. Vorrei essere in grado di entrare nei suoi abissi, andare a scandagliare quei fondali così scuri ma allo stesso tempo così spettacolari. Come lo posso spiegare? Come si può descrivere la bellezza dell’immensità? Sul fondale la sabbia è increspata per via delle correnti, ci sono rocce coperte di incrostazioni, conchiglie sminuzzate di tantissimi colori e delle strane piante fluttuanti che credo siano alghe o, comunque, qualche loro parente. Tutto è tranquillo, ogni tanto passano saettanti dei piccoli pesci, in fuga dal loro cacciatore o semplicemente desiderosi di fare un piccolo giro di perlustrazione del territorio. Da un ammasso di rocce spunta, a scatti, il muso di un grosso pesce, come se volesse nascondersi il timidone e, se i pesci potessero arrossire, giurerei che si sta vergognando. Ma tutto questo come lo si può raccontare? Si deve vivere. Il mare è talmente profondo che ad ogni strato vi si può incontrare qualcosa di nuovo. Sai, è un po’ come la vita: più ti fermi allo strato superficiale, più rimani ignaro e più ti fai un’idea di come possa essere. Magari questa idea è totalmente sbagliata. Come fai a giudicare un fondale marino se ti limiti a vedere la patina giallognola prodotta dall’inquinamento marittimo?  I veri coraggiosi non hanno limiti, levano l’ancora della paura e si gettano in mezzo alla corrente, pronti a prendere l’onda e pregano che sia quella giusta, quella che li possa rendere felici e li possa far sentire appagati.
Quest’onda, purtroppo, io ancora non l’ho trovata o, più semplicemente, l’ho persa. Non sono abile a cavalcare onde, al massimo ho un primato nel lasciarmi travolgere da esse. Mia madre dice che emano solo onde d’urto e dovrei smetterla di pensare al passato. Dice che così facendo mi verrà il mare dentro, non sapendo che, al massimo, dentro si può avere un lago, il mare non lo si può imbottigliare. Mio fratello, quando sente questi discorsi, passa ridendo e mugugnando “Se continui ad abbuffarti così, in comune con il mare avrai solo la profondità. Te magni pure la dorsale oceanica quasi.” E torna in camera sua con il telefono in mano.
Cosa ne può sapere lui del mare? Cosa ne può sapere lui di tutte le onde sbagliate che ho preso io nella vita? Cosa ne può sapere di quante volte il mio cuore si è lasciato trasportare dal flutti per poi infrangersi sempre contro gli scogli?
Probabilmente se tu, o cielo, mi potessi conoscere, diresti che sono una di quelle ragazze con più tristezza che ossigeno nel sangue, che sono una di quelle con il desiderio di scappare dal mondo per rintanarsi in se stessa.
Se solo mai tu pensassi questo di me, sappi che sbagli. Sono una brava ragazza, di quelle che in giro non ne trovi. Metto l’anima in ciò che faccio, soprattutto nell’amare le persone. Sono seria, buona, con un cuore immenso che quasi potresti perdertici dentro pur facendo un tour guidato. Quando, poi, si iniziano a conoscere le prime delusioni, a ricevere le pugnalate, allora si cambia ma la solitudine non è il mio rifugio. La prima pugnalata e ti rialzi, la seconda e ti rialzi, la terza e ti rialzi, la quarta inizi a sentire qualche lacerazione ma alla quinta vedi uno squarcio e non ce la fai più.
Si cambia, ma non lo si fa per gli altri: si cambia per se stessi. Ci si mette in moto e si va avanti e non si torna più indietro. Ci si dirige verso un abisso talmente profondo da sentirsi insignificanti ed inermi. Andando sempre avanti, però, prima o poi si tocca il fondo e si deve decidere se risalire o restare lì. Se si tornasse in superficie si ricomincerebbe da capo; Se, invece, si volesse restare nella profondità, ci si abitua. Ci si abitua a sentirsi estranei, a sentirsi diversi dal mondo superiore che i pesci, se potessero giudicare, definirebbero pieno di schifezze. Ci si abitua ai brividi e a sentirsi piccoli e fragili anche se in superficie si era tanto grandi e potenti. 
È da mesi, ormai, che voglio stare sola, senza nulla intorno, senza niente sotto. Io e il mio mare, a piangere e a urlare, sola in mezzo al mare; Com’è profondo il mare.
Adesso, questa sera, penso a tante cose. Forse è la sera più bella della mia vita. Ci sono le nuvole e il suono del mare. C’è la calma e il mio cuore che batte. Penso al tempo statico nella sua immensità e bellezza. Penso all’immortalità: sarebbe bello essere una stella e guardare ogni sera il mare dall’alto. Penso alle mie canzoni, storie di acque profonde e di abissi in cui è caduto il mio cuore. Penso a lui, al ragazzo che da sempre è stato il mio mare più profondo e, allo stesso tempo, il mio salvagente. Penso alla scuola, al fatto che quando sono interrogata mi sento annegare più dentro all’aria che mi circonda piuttosto che nel mare. Penso che forse mia mamma abbia ragione a dire che ho il mare dentro, ogni tanto le persone che incontro mi definiscono profonda, ma non sanno che c’è qualcosa di molto più grande di questo.
Stare in questa gelida acqua mi fa pensare troppo e il mio pensiero come l’oceano non lo puoi bloccare, non lo puoi recintare, o cielo.
Dunque, sarà meglio che ci salutiamo e che io mi congedi da te.
Sappi che ti ho scritto dal profondo del mare, nascosta dentro un giardino di coralli, al riparo dagli squali ma visibile per le sirene. Quando mi sento sola, guardo su e ti parlo, fisso il sole attraverso un milione di miliardi di metri cubi d’acqua e i miei occhi non bruciano. Quando, poi, un raggio di sole si inabissa e giunge fino a me, fino qua sotto, so che mi stai ascoltando e mi dai speranza perché nel mare profondo, la luce, anche se fievole c’è e tu, forse, sai anche il perché. 

giovedì 5 maggio 2016

Gabriele Andreani - Sogno profondo

In quel groviglio d’alghe diafane nella stiva
non aveva raggi il sole, non aveva sguardi il cielo,
ma tu avevi un sogno in fondo all’acqua.

Neppur tremar potevi o partorir paure,
i bagli eran filamenti di scarafaggi, 
scricchiolii di piombi i silenzi freddi.
                     Eppur di luci t’accendevi!

Né potevi naufragar nell’oblio dell’onda rapida,
cavallucci cavalcar di lunar splendore,
ancorar alle conchiglie i guizzi iridescenti.
                     Eppur t’immergervi negli occhi delle stelle!

Uno schianto, una forbice di cristallo,
un amalgama d’ali d’alghe, sfingi nere
che si sfilacciano mugghiando.
                     E poi, che hai visto?

Ma avevi un sogno,
che s’attorciglia alla carlinga,
che scivola sulle coscienze,
che giace in fondo al mare.

Gabriele Andreani – Quando sbarcai a Lopadusa

La stiva gloglottava.

Un marinaio m’indicò
una trattoria ancora aperta
alle undici di sera.

‹Brodetto e pesciolini fritti
le vanno bene?›
domanda aggrondata
la padrona bianca.

Annuisco con il capo,
la voce morde
il profumo della cucina.

Dormii solo
quella prima notte,
traboccante
d’alghe incipriate.

Da mattina a sera,
da sera a mattina
vegliavo su
disperati
fiocchi di schiuma
tra tempeste
di pidocchi.

Arrivavano
vivi e morti,
risorti e sfatti
con le cotenne vuote
all’isola dei famosi,
in contrada Imbricola
e alla stazione Loran,
più neri della notte.

Li contavo,
e amavo l’eco
di quei suoni,
simili a ronzii
di mosche
precarie.

Altro non potevo.


All’isola dei Conigli
ho visto le tartarughe
affondare come gamberi
e dal faro del Grecale
chino su brandelli freddi
il falco pellegrino.

Quando ripartii da Lopadusa
la stiva gloglottava.

‹Brodetto e pesciolini fritti
le vanno bene?›
domanda aggrondata
la padrona nera
prima dell’imbarco.

La guardo
e scuoto il capo,
contemplando
in solitudine
l’immensa
luna
clandestina.

mercoledì 4 maggio 2016

Laura Sergi – Chissà cosa c’è là sotto…

'Dai, Mino, spicciati!', urla Ugo al fratellino in spiaggia.
Il ragazzino si scuote, un'occhiata all'orologio, raccoglie i giornaletti sulla sabbia, l'asciugamano e la radio, e saluta l'amica che si sta incamminando verso il pontile.
'A domani, Lisa', e Mino raggiunge Ugo che si è fermato davanti alla grotta-spogliatoio di quell'angolo di spiaggia libera, e si sta accendendo una sigaretta.
'Faccio in un attimo!', dice Mino al fratello, che è passato a prenderlo con l'auto per portarlo a casa. Il posto è isolato, ma quell'angolo è gradevole, e i turisti lo disdegnano perché è in mezzo agli scogli e con un pontile abbandonato, dove si infrangono le onde.
'Ciao, Lisa!', urla ancora Mino, quando, vestito, s'incammina verso l'auto.
'Divertito, oggi?', chiede Ugo, mentre lo sospinge correndo. 'Spicciati, più tardi devo uscire...'.
'È proprio simpatica, Lisa - commenta Mino. - Peccato che abbia qualche anno più di me...'.
Ugo lo consola: 'La rivedrai domani...'.

L'indomani, invece, quell'angolo isolato è pieno di agenti. È sufficiente che qualcuno scenda il viottolo che porta all'insenatura, che subito si vede circondato da uomini in divisa, e non è possibile fare dietro-front.
Mino, che il fratello ha lasciato sulla strada, viene avvicinato come tutti. S'impappina e non sa chiarire nulla. Capisce solo che Lisa è stata ritrovata morta in acqua, dopo aver battuto la testa sugli scogli, cadendo dal pontile. Devono accompagnarlo a casa, perché sta tremando.
'Signora, ci scusi...', dicono alla donna uscita in cortile, mentre il ragazzino è corso in camera sua.
'Che ha fatto, Mino?', chiede Elma, impaurita.
Le raccontano tutto.
'Gli abbiamo fatto le solite domande di routine - dicono tranquilli - ma il ragazzo si è subito impaurito...'. Ora gli sguardi sono diventati indagatori.
La madre pensa al figliolo, innamorato di Lisa.
'Suo figlio è diversamente abile?', domanda uno dei poliziotti.
'Sì - e la povera donna allarga le braccia -. Ma i dottori dicono di aver fiducia... È solo qualche anno più indietro dei suoi coetanei: ha 14 anni, ma è come se ne avesse 9 o 10', conclude.
'Ci dia una mano, in attesa dell'autopsia', chiede l'altro poliziotto.
Elma sale le scale con loro.
'Mino, possiamo entrare?', fa la donna, spalancando l'uscio.
'Non devi aver paura... - dice. - Questi signori vogliono aiuto da te, vogliono sapere a che ora hai salutato l'ultima volta Lisa, è importante!'.
'Quando sono entrato nella grotta a cambiarmi mancavano 10 minuti alle 18!' - fa il ragazzino, ora calmo, calcando le parole -. Ho guardato l'ora'.
'Ed è stata l'ultima volta che hai salutato Lisa?', chiede uno dei due poliziotti.
'No, l'ho salutata ancora quando sono uscito, andando all'auto con Ugo', dice il ragazzino, deciso.
'C'erano altri sulla spiaggia?', si informano gli agenti.
'No, nessuno', fa Mino, sempre sicuro.
'Fra le rocce, sul pontile, poteva esserci nascosto qualcuno?', insistono.
Il bambino li guarda, non sa rispondere. Alza le spalle. 'Prima, con gli altri, c'era anche Lucio, il suo fidanzato. Ma è stato il primo ad andar via, avevano litigato'.
'Quanto puoi averci messo a cambiarti?', domandano ancora.
Di nuovo spallucce.
Elma si alza e si stupisce che i poliziotti continuino a guardare il ragazzo. Sgrana gli occhi con rimprovero: 'Solo qualche anno più indietro dei suoi coetanei...', sembra voler ripetere.

'Ugo, hai saputo di Lisa? Hanno interrogato Mino...', dice la madre al figlio ventenne.
Lui cade dalle nuvole. Si inquieta che abbiano spaventato Mino. Quella sera non uscirà, vuole trascorrere la serata con il fratello, però prima passerà in Questura. 'Ma la prossima volta che lo interrogheranno voglio esserci io...', dichiara, mentre la donna benedice il cielo che le abbia dato due figlioli così attaccati fra loro. Guai a parlare male di Ugo a Mino, guai fare dell'ironia sul ritardo mentale del fratellino con il maggiore.

'Ti porto a spiaggia?', dice Ugo il giorno dopo. In genere, il ragazzino non ha bisogno di solleciti, ma ora sta ciondolando nell'aia, davanti a casa.
'Non so se ne ho voglia...', nicchia Mino.
'Vai a prendere il costume e la sacca!', ordina il fratello più grande, mentre va a telefonare al principale, e chiede un giorno di ferie. 'Prendi anche il mio costume!', urla al fratello.
'Mino, sei pronto?', dice Ugo che ha raggiunto il ragazzo, dopo lunga attesa. Mino sta litigando con la sacca, che non si chiude. 'Non ci sta...', dice, e sembra aver voglia di piangere.
'Dai, andiamo!', dice Ugo togliendogli tutto dalle mani, e qualcosa se lo getta in spalla.
'Oggi ti sfido a nuoto...', dice Mino in auto, e Ugo ride.

Si cambiano insieme nella grotta e corrono a tuffarsi. Poi la grande gara, prima di stendersi al sole.
Il pomeriggio passa veloce, con un pensiero anche a Lisa.
'Mino si riprenderà - si consola il fratello -. Un amoretto da bambini...'.
Nessuno viene a disturbare la quiete, il luogo ora ha brutta fama, anche se la polizia è orientata a archiviare il tutto come un incidente: la ragazza è scivolata dal pontile sulle rocce, ed è caduta in acqua.
Dopo un po' si girano e s'accorgono che c'è Lucio, vestito, sul pontile, sopra gli scogli che hanno causato la morte di Lisa.
Lo raggiungono: è stravolto.
'Guardavo il mare - riesce a dire il ragazzo -. Volevo che mi suggerisse come sia stato possibile che sia scivolata!'.
'E cosa ti ha detto?', domanda Ugo, dolce.
'Forse che le persone non sono come sembrano... - dice dopo un po' -. Sono come quest'acqua: limpida in superficie, e via via che si scende nebulosa, torbida, misteriosa! E il mare è profondo, com'è profondo, chissà cosa c'è là sotto...', singhiozza Lucio.
Mino si attacca al fratello, spaventato.
'Vieni, Lucio, ti accompagniamo a casa', dice Ugo.
Entrano in grotta, Ugo è un fulmine a cambiarsi, esce e offre una sigaretta al sedicenne, che ha lo sguardo fisso al mare.
Ugo rientra in grotta, esce ancora e cerca di distrarre l'ex fidanzatino, senza successo. Ora osserva anche lui quella massa d'acqua che si infrange sugli scogli e ripensa alle parole di Lucio: profonde, com'è profondo il mare!
Ritorna in grotta e osserva il fratello. Ha appena completato la sacca da ginnastica: prima le pinne, poi gli asciugamani e i costumi, infine i giornaletti, la radio nella plastica e... no, il mucchietto non è venuto bene. Disfa tutto e ricomincia, finché il risultato non lo soddisfa. Sorride e raggiunge i due.

Nuovamente la polizia è in casa di Elma: tutti i ragazzi che frequentano il luogo hanno citato come testimone Mino, che è l'unico che può dire che si siano allontanati, in gruppo, con Lisa ancora viva. Solo Lucio se n'era andato un po' prima.
'Lei ha dichiarato di essersi recato a prendere suo fratellino e di non aver visto nessuno sulla spiaggia!', chiedono, felici dell'occasione di poter riparlare anche con Ugo, in attesa che Elma conduca loro Mino.
'E la ragazza l'ha vista? Ha visto qualcun altro?', insistono.
'No, come mio fratello non ho visto nessuno. Ho aspettato che si cambiasse, un saluto a Lisa e siamo andati via'.
'È sicuro che non potesse esserci qualcuno nascosto?'.
'E dove?', chiede, poi scuote la testa.
'Sono sicuro', dice infine.

Inverno. Il preside parla con la madre di Mino.
''È diventato meticoloso sino all'assurdo - dice -. Lo scorso anno non era così, ma ora... l'insegnante di sostegno non basta più. Prima di aprire un libro, deve svuotare la cartella, e sistemare tutto sul banco: la penna a sinistra, dritta; il temperino e la matita a destra. La gomma in mezzo: se è sporca occorre pulirla. Stiamo perdendo troppe ore...'.
La madre piange. Il preside le ha concesso un mese: o ci sono miglioramenti, o lui non può tenere il ragazzo in una classe di normodotati.

'Mino, non sprecare tempo...', consiglia dolce la madre nel pomeriggio, quando il ragazzino si accinge a fare i compiti. Non si è mai accorta di tutti i minuti che impiega ad allestire la scrivania.
'Tesoro! - dice amorevole. - Cosa cambia se la penna la metti qui, anche storta, e la gomma la lasci nell'astucc...'.
'No! No!...', fa il piccolo, occhi sgranati, irriconoscibile.
'Scusami - dice, e lo accarezza. - Metti tutto come vuoi, ho sbagliato io!'.
Il bambino recupera il sorriso e ricomincia.

La sera, Elma parla con il figlio più grande.
'Ugo, è stato un disastro l'incontro col preside!'.
Il figlio la tranquillizza: 'Chiediamo a chi ne sa più di noi, mamma - dice sereno. - Possibile che i medici non si siano accorti di un peggioramento?'.
La madre si calma, ha ragione. Magari i dottori le sapranno indicare quali parole usare con il preside.

'Signora, lei e suo figlio continuate sempre ad essere ottimisti, ed è un bene, ma la malattia di Mino può avere alti e bassi! È già molto che non sia aggressivo...', chiarisce il dottor Dosi, un luminare. Le due figure lo ascoltano attonite, poi pregano che la nuova medicina faccia miracoli, e che la relazione che il medico preparerà incida sulle decisioni del preside.

Ma il mese accordato sta terminando, e cambiamenti non ci sono. Mino, nelle poche cose che fa da solo, è sempre lento, meticoloso, ossessivo. Elma piange mentre riordina la sua cameretta.
Sistema il materasso, e spunta un giornale, con l'incidente di Lisa: Mino lo ha nascosto lì.
'Povera ragazza - pensa - tanto carina, un po' civetta. Tutti erano innamorati di lei in paese, un tempo anche Ugo le telefonava spesso. Ma quanto piangeva al funerale, Lucio, quanto si sentiva in colpa, come se la caduta fosse una conseguenza della lite con lui!'.
Però gli incidenti capitano, pensa la donna, e Mino l'aveva pur detto ai poliziotti che alla fine non era rimasto nessun altro in spiaggia, ed era stato verificato che Lucio avesse davvero preceduto gli amici al bar.
Quasi sorride, Elma, pensando alla faccia del suo ragazzino, quando gli avevano chiesto se fra le rocce potesse esserci nascosto qualcuno. Poi non sorride più. Si siede, c'è un pensiero che le martella in testa, non le dà tregua. Mino non ha visto nessuno, Mino ha saluto Lisa per ultimo, e suo figlio non c'è tutto, di testa...

'Ugo, dovrei parlarti!', gli dice la madre la sera, mentre lui è pronto per uscire, e già ha salutato il fratellino che, nell'altra stanza, guarda la televisione. Ha passato tutto il giorno a dirsi che è pazza e non gli dirà nulla, ma tant'è...
'Che c'è, mamma?', domanda.
Silenzio.
'Dai, mi stai preoccupando!'.
'È che... quando c'è stato l'incidente di Lisa, lo sai, i poliziotti hanno chiesto a Mino se fosse stato l'ultimo a salutarla, e lui ha detto di sì, e che non c'era nessun altro... Ma io ho un dubbio, un omicidio è un omicidio. Se il mio figliolo si è macchiato di un delitto... io non voglio coprirlo!'. Diventa pallida, quel che non doveva dire l'ha detto.
'Ma cosa dici? Mino è un ragazzo così buono, cosa ti viene in mente?', e non si accorge d'aver alzato la voce, perché il ragazzino ha alzato il volume del televisore.
'Tuo fratello, la scorsa estate, era già aggravato nella sua malattia? Era già così meticoloso?'.
'Non so...', risponde Ugo.
'Lo andavi a prendere a spiaggia: non lo aiutavi mica a sistemare le sue cose nella sacca, vero?'.
'Cosa cambia?', chiede Ugo, guardando preoccupato la madre, il cui colorito è rosso fuoco.
'Se Mino era già così meticoloso a mettere a posto le sue cose, qualcuno sulla spiaggia c'era! C'eri tu! E Mino non ha mai detto se Lisa abbia risposto all'ultimo saluto, quando raggiungevate l'auto. Gli agenti non ci hanno badato, ma lui non dà nulla per scontato: vuoi che gli chiediamo se Lisa ha risposto?'.
'Lisa non ha risposto perché giocava a fare il morto, con la faccia in giù. Chissà come faceva...', dice Mino, sulla soglia.
Lo guardano entrambi, occhi sbarrati, poi la madre comincia a urlare, e inutilmente Ugo tenta di abbracciarla per zittirla, mentre parla a mozziconi di un matrimonio saltato, di tante promesse, e la paura di unirsi con chi ha per fratello 'uno che non c'è tutto...'.
'Rideva, mamma, e prendeva in giro Mino... - dice Ugo - e non si accorge che davanti a lui ora non c'è più la madre ma uomini in divisa. - Le ho dato una spinta, e non ha riso più!'.

martedì 3 maggio 2016

Luca Buonaguidi – Una cartolina dal mare

Frattanto i pesci 
Dai quali discendiamo tutti 
Assistettero curiosi 
Al dramma collettivo 
Di questo mondo 
Che a loro indubbiamente 
Doveva sembrar cattivo 
E cominciarono a pensare 
Nel loro grande mare 
Com’è profondo il mare 
Nel loro grande mare 
Com’è profondo il mare
Lucio Dalla

Così cominciai a pensare nel mio grande mare…
Non ho mai incontrato l’uomo, di cui tanto ho sentito parlare.
Vivo in cima al mare, dove tutto è buio, silenzio, e siamo in pochi a restare insondati dal resto del creato che tende alla luce e al rumore dell’abisso ondoso dove finisce il mare e inizia il regno dell’aria e la luna è una palla e il cielo un biliardo.
Da qui si può sentire la densa massa delle terra respirare, fluttuando sul bordo estremo si fa largo l’eco di un canto. La crosta collimante con gli ultimi metri di mare ci separa da quel mistero che ci muove e a cui tendiamo le branchie. Al lato opposto del mare, temiamo la luce che s’insinua scendendo verso lo strato luminescente delle onde perché ci allontana dall’origine.
Ciò nonostante, non ci curiamo delle dicerie passate di pesce in pesce dall’abisso fino alla cima del mare dove viviamo grati di essere i primi a udire il respiro magmatico dell’essere al centro della terra. Ma sappiamo che oltre le onde si apre un mondo senza acqua e rumoroso, in cui un moto ondoso senza acqua chiamato vento ci uccide come le mosche che tanto ci fanno gola calate dall’abisso luminoso fin nel nostro mondo ombroso. Sappiamo anche che l’uomo è una razza sovente feroce, che rinnega di venire dal regno dell’acqua al punto di aver inventato una luce fallace in opposizione al ricordo dell’ombra perenne, che illumina senza creare per il puro gusto di affrancarsi dal buio dell’origine estrema a cui entrambi dobbiamo la vita.
La maggior parte dei pesci è andata altrove, scendendo verso la luce, ingolositi dalla speranza di strappare all’amo dell’uomo qualcosa che ci parli di un futuro oltre il nostro stadio evolutivo. Sono in molti a morire per questo.
Sentire la terra respirare e sapere della luce all’altro capo è la condizione comune al regno estremo dell’acqua, in cui tutto si fa ombra. Abitare l’immensità che le congiunge è il segno che unisce la nostra razza, oggi divisa tra coloro che sono tentati dall’uomo, l’aria e la luce e chi ama ancora quest’ombra residua nel silenzio delle cose alte che così accolgono il canto eterno della terra.  Per questo forse gli uomini ci chiamano “pesci fantasma”, dicono che siamo brutti, bizzarri e lontani: hanno dimenticato com’è profondo il mare.
Ci consideriamo sentinelle, non giudichiamo l’uomo perché non  lo conosciamo se non per sentito segnale ottico, acustico e vibratile. Solo i più dotti tra noi conoscono il linguaggio delle parole, un complicato segnale per tradurre i suoni in concetti che usano gli uomini, a cui pare generi gravi problemi di comunicazione in nome di cui si fanno anche le guerre.
Quand’ero piccolo amavo studiare, e venni iniziato a questo linguaggio. Quassù c’è plancton  per tutti, e nessuno deve lavorare. Così passo la mia vita a viaggiare e scrivere cartoline dalla cima del mare, dove nessuno vuole più venire esclusi strani esseri umani calati dalla luce con un filo e luce artificiale, di cui non riescono a fare a meno, che ci guardano e se ne vanno. Gli umani chiamano il nostro regno abisso, perché lo pensano come un luogo misterioso e che fa paura, quale noi pensiamo il loro che a nostra volta chiamiamo abisso. Ma non lo pensiamo cattivo, assistiamo curiosi e ci protegge il mare.
La nostalgia è un sentimento che spesso ci accalora, quando guardando in basso verso la luce terrestre e le onde dove finisce il mare pensiamo a cosa potremmo essere. Ma è con la forza di un ricatto che l’uomo diventò qualcuno.  Noi invece finiamo sempre per accettare ciò che siamo perché è ciò che siamo chiamati ad essere dal canto ipnotico di questo essere al centro della terra che è la terra stessa, e che ci siamo scordati di dire, consideriamo nostra madre.
Questo pensiero è come l’oceano.
Com’è profondo il mare.