martedì 3 maggio 2016

Luca Buonaguidi – Una cartolina dal mare

Frattanto i pesci 
Dai quali discendiamo tutti 
Assistettero curiosi 
Al dramma collettivo 
Di questo mondo 
Che a loro indubbiamente 
Doveva sembrar cattivo 
E cominciarono a pensare 
Nel loro grande mare 
Com’è profondo il mare 
Nel loro grande mare 
Com’è profondo il mare
Lucio Dalla

Così cominciai a pensare nel mio grande mare…
Non ho mai incontrato l’uomo, di cui tanto ho sentito parlare.
Vivo in cima al mare, dove tutto è buio, silenzio, e siamo in pochi a restare insondati dal resto del creato che tende alla luce e al rumore dell’abisso ondoso dove finisce il mare e inizia il regno dell’aria e la luna è una palla e il cielo un biliardo.
Da qui si può sentire la densa massa delle terra respirare, fluttuando sul bordo estremo si fa largo l’eco di un canto. La crosta collimante con gli ultimi metri di mare ci separa da quel mistero che ci muove e a cui tendiamo le branchie. Al lato opposto del mare, temiamo la luce che s’insinua scendendo verso lo strato luminescente delle onde perché ci allontana dall’origine.
Ciò nonostante, non ci curiamo delle dicerie passate di pesce in pesce dall’abisso fino alla cima del mare dove viviamo grati di essere i primi a udire il respiro magmatico dell’essere al centro della terra. Ma sappiamo che oltre le onde si apre un mondo senza acqua e rumoroso, in cui un moto ondoso senza acqua chiamato vento ci uccide come le mosche che tanto ci fanno gola calate dall’abisso luminoso fin nel nostro mondo ombroso. Sappiamo anche che l’uomo è una razza sovente feroce, che rinnega di venire dal regno dell’acqua al punto di aver inventato una luce fallace in opposizione al ricordo dell’ombra perenne, che illumina senza creare per il puro gusto di affrancarsi dal buio dell’origine estrema a cui entrambi dobbiamo la vita.
La maggior parte dei pesci è andata altrove, scendendo verso la luce, ingolositi dalla speranza di strappare all’amo dell’uomo qualcosa che ci parli di un futuro oltre il nostro stadio evolutivo. Sono in molti a morire per questo.
Sentire la terra respirare e sapere della luce all’altro capo è la condizione comune al regno estremo dell’acqua, in cui tutto si fa ombra. Abitare l’immensità che le congiunge è il segno che unisce la nostra razza, oggi divisa tra coloro che sono tentati dall’uomo, l’aria e la luce e chi ama ancora quest’ombra residua nel silenzio delle cose alte che così accolgono il canto eterno della terra.  Per questo forse gli uomini ci chiamano “pesci fantasma”, dicono che siamo brutti, bizzarri e lontani: hanno dimenticato com’è profondo il mare.
Ci consideriamo sentinelle, non giudichiamo l’uomo perché non  lo conosciamo se non per sentito segnale ottico, acustico e vibratile. Solo i più dotti tra noi conoscono il linguaggio delle parole, un complicato segnale per tradurre i suoni in concetti che usano gli uomini, a cui pare generi gravi problemi di comunicazione in nome di cui si fanno anche le guerre.
Quand’ero piccolo amavo studiare, e venni iniziato a questo linguaggio. Quassù c’è plancton  per tutti, e nessuno deve lavorare. Così passo la mia vita a viaggiare e scrivere cartoline dalla cima del mare, dove nessuno vuole più venire esclusi strani esseri umani calati dalla luce con un filo e luce artificiale, di cui non riescono a fare a meno, che ci guardano e se ne vanno. Gli umani chiamano il nostro regno abisso, perché lo pensano come un luogo misterioso e che fa paura, quale noi pensiamo il loro che a nostra volta chiamiamo abisso. Ma non lo pensiamo cattivo, assistiamo curiosi e ci protegge il mare.
La nostalgia è un sentimento che spesso ci accalora, quando guardando in basso verso la luce terrestre e le onde dove finisce il mare pensiamo a cosa potremmo essere. Ma è con la forza di un ricatto che l’uomo diventò qualcunoNoi invece finiamo sempre per accettare ciò che siamo perché è ciò che siamo chiamati ad essere dal canto ipnotico di questo essere al centro della terra che è la terra stessa, e che ci siamo scordati di dire, consideriamo nostra madre.
Questo pensiero è come l’oceano.
Com’è profondo il mare.

martedì 26 aprile 2016

Nicolina Ros – Solo in mezzo al mare

     La prua della “Santa Cruz” fende la calma delle onde nere dell’oceano. Spira un vento lieve, senza affanni. Lo aspiro a pieni polmoni per ricavarne energia, per familiarizzare con l’odore del mare, così estraneo per me! Odore di salso, odore di pesce.  Dopo una settimana mi sta ancora appiccicato addosso. Lo percepisco tra le trame degli abiti, nei pori della pelle, tra i capelli che quest’aria appena mi scompone, tentando di portarselo via.
     Dietro la nave, sulla scia schiumosa, gioca l’argento che cade dalla luna, si confonde in essa, si dissolve piano, inghiottito in fondo al nero oceano della notte. La terra s’indovina appena dai punti luminosi sempre più piccolini, sempre più incerti.
     La nave, salpata dal porto di Genova, ha come prima tappa Dakar. Appena partito la tentazione di abbandonare l’impegno assunto, scendere e tornarmene a casa è stata violenta. Mi sono sentito in trappola ma oramai non c’era più possibilità di ovviare alla mia indecisione se non buttandomi a mare, ma neppure nuotare so fare bene.
     “Che ci vado a fare io, innamorato della terra mia, in America? Voglio tornare a casa! Indietro, indietro tutta...” ecco la realtà che mi aggredisce. Trascino i piedi lungo la scala che dal finestrone del secondo ponte porta giù al terzo.
     Il terzo ponte è il confino dei poveracci come me che ancora credono, o forse è più giusto dire che confidano nella realizzazione d’un futuro benigno dentro il proprio vivere, per far restare il presente con un palmo di naso. E perché poi non dovrebbe andare così? Intanto è chiaro che si va sotto. Al secondo ponte stanno i benestanti; al primo i ricchi e qui, è altrettanto chiaro che si va su!
     Ci sono otto cuccette nelle nostre camerate: quattro per ogni parete di legno che le separa. Un corridoio centrale tra di esse, giusto lo spazio per mettere giù le gambe. Non ci sono oblò, anche se stiamo sopra il pelo dell’acqua. Siamo gli ultimi a mangiare: prima vengono serviti i signori. Il più delle volte ci viene passato quello che essi avanzano.
     Insomma, tutto normale in terra, in mare...  confido nel cielo.  
    Le giornate sfilano lente rinchiusi come topi, insieme ai topi della stiva. Nelle sere, meravigliose musiche arrivano dai saloni del primo livello, le note solcano la nave, le inseguo. Mi è sempre piaciuta la musica, veramente tanto. Me la cavo anche con qualche passo di danza, imparato a suon di ripetizioni che la bella del paese, elargiva con grande serietà a noi giovanotti duri come i manici delle scope.  
     Di nascosto m’intrufolo nel salone delle feste. Gli addetti se ne accorgono, mi ‘accompagnano’ fuori. Sono feste private alle quali vi possono accedere solo gli invitati.     Nello spazio angusto della cuccetta non riesco a rilassarmi. Il sonno non arriva a dar tregua al mio spirito che fino ad ora nessuno è riuscito a imbrigliare, né a sciogliere gli interrogativi che lo agitano.
     Mi concedo due abbondanti sorsi di grappa, direttamente dalla bottiglia. L’alcool morde la gola, calma l’ansia di piangere e urlare, solo in mezzo al mare, desideroso solo di scivolare nel sonno per dimenticare.

     «Perché non parti anche tu con mio fratello? Avresti lavoro assicurato, pagato in dollari!» aveva detto Remigio alla partenza di fra’ Feliciano, per il collegio dei francescani di Padova, aperto da due anni a Florida in Uruguay.
    «Hanno bisogno di un giovane volonteroso e sano,  che prepari blocchi per ampliarlo e accudisca alle mucche» aveva aggiunto.
    A ventisette anni, che posso dire della mia situazione occupazionale ed economica: catastrofica? Non posso vantare un mestiere vero e proprio. Fino ad ora mi sono arrangiato a fare un po’ di tutto contentandomi di sbarcare il lunario.
     Fra’ Feliciano è convincente e la sua proposta mi stuzzica. Poi la allontano, non voglio lasciarmi coinvolgere.
Non ho un lavoro fisso, dignitoso. Questa la nuda e cruda verità, che la proposta evidenzia.
     “Parto! Al diavolo i ripensamenti!” concludo e l’attimo successivo mi coglie il panico...
     “No, non parto! Non ce la farò mai a stare senza Anna!”
     Mi sveglio in un bagno di sudore. Invano tento di riemergere dal vortice nauseante nel quale mi dibatto. A fatica butto lo sguardo intorno. Non sono il solo in tale guaio. Qualcuno vomita anche l’anima. Qualcun altro prega. C’è chi si tiene la testa stretta tra le mani a limitare il movimento che i flutti impazziti imprimono alla nave. Chi ha le dita ficcate nelle orecchie nel tentativo di allontanare lo sconquasso al quale le sottopongono. Un conato violento mi assale, rivoltando lo stomaco tra fitte più maligne di un’ulcera perforante. Con un lamento impotente ricado all’indietro.
Che mi venga un colpo a me e a chi mi ha convinto a partire! 
     In quel marasma ricerco in fondo agli occhi serrati il volto di Anna, davanti alla corriera. Lo sguardo umido di lacrime, cancellate dalla piccola mano prima che il loro rotolare per le guance, le palesasse. Finalmente il mare si placa, con esso anche l’infame malessere e seppur spossato, il cielo tornato limpido un po’ di fiducia, devo dire che me la ridona. Quando è così ci è concesso di uscire fuori coperta, stando separati dai signori del primo ponte, si capisce!
     Abbiamo superato lo stretto di Gibilterra e fatto l’unico scalo a Dakar.
    Poi l’Atlantico, l’oceano.
     È l’ultima settimana di un viaggio che mi pare eterno. Non vedo l’ora di sentire la terra salda sotto i piedi. Non avrei mai potuto campare facendo il marinaio io! Sono agitato, senza far niente tutto il giorno, la mente si lascia ingarbugliare dai pensieri, pur che cerco di nutrirli di speranza.
     Penso a cosa troverò al collegio, mi adatterò? Come farò a vivere sradicato dalle mie abitudini, dalla mia terra, dai miei amici, da Anna?...
     Ecco che già mi serpeggia uno strano malessere che seppure mi pare presto definire nostalgia, gli assomiglia molto e sporca la speranza. Per credere nelle mie potenzialità e, per tutte le intenzioni che ho nel cuore..., in fondo non è che starò via per sempre!
     Già me lo sono prefissato prima di partire, che cioè se non va, tornerò indietro.
    
     Com’è nero l’oceano di notte... è nero anche quando il cielo è un luccicar di stelle, che sembra ricamato come gli abiti da sera delle signore. Mi spaventa.
È lo spuntar del giorno, davanti al finestrone del secondo piano della Santa Cruz, aspetto...
     Aspetto che proprio laddove l’acqua si mistura al cielo rendendo l’orizzonte incerto, il sole venga su a indorarlo. Quale sorpresa mi coglie al focalizzare corpi enormi, flessuosi. Corpi lucidi e potenti che saltano a fianco della nave, come ad accompagnarla nell’andare: un branco di delfini!
     Il movimento? Danza. Il canto? Musica. Si rincorrono, si alternano in balzi poderosi e agili che sfiniscono nel riflesso del sole provocando spruzzi alti, iridescenti. Riemergono e, in una serie ininterrotta di sequenze danno vita ad un gioco suggestivo.
     Agito le mani a salutarli:
     «Siete belli!» urlo estasiato. E... ho la convinzione che lo apprezzino, che mi odano, che mi capiscano poiché mi concedono il bis. Poi s’inabissano. Ogni mattina, fino all’arrivo a destinazione, corro su per incontrarli. Pare che seguano la nave, che aspettino quell’ora incantata per esibirsi. Ed ecco che addirittura li riconosco: qualcuno per il suono che esprime nel canto, qualcun altro per il salto nel quale si produce. 
     Siamo in prossimità del porto di Montevideo, l’alba sbiadisce le stelle. Salgo, a salutarli. Voglio ringraziarli per avermi donato attimi di pace con le loro danze, le loro grida che paiono canti...
     «Basta poesie! È ora di affrontare la realtà!» mi ammonisco. Ci sono due fraticelli ad attendermi allo sbarco, avvolti in sai neri.  Sono venuti a prendermi con un camioncino sgangherato. Con gesti veloci tra lo strusciare delle lunghe vesti, caricano il mio baule. Io, le due valigie. Non ho modo di spaziare lo sguardo sul paesaggio. Loro zitti, io zitto.
     Arriviamo al collegio, che è buio pesto.
     Il Superiore mi riceve. Mi assegna una cameretta provvisoria, mi mette in mano un crocifisso:  «Che il Signore ti benedica, ne avrai bisogno! Da domani puoi cominciare a fare il tuo lavoro» dice. Eppure non so perché, nella sua voce c’è una vena come dire? Sibillina!  Forse sono solo stanco, nonché deluso e affamato. 
     “Che ti aspettavi?” mi chiedo d’istinto: “Che ti ricevessero con una tavola imbandita? Sarai l’uomo di fatica per il collegio è giusto che da subito tu ti metta in riga, che capisca bene quale sarà il tuo ruolo.
     Nel silenzio tiro fuori dalla tasca, la foto della nave comprata a memoria della traversata oceanica.  Seduto sul letto scrivo un po’ davanti e un po’ dietro: 
     “27 Agosto 1950. La ‘Santa Cruz’, questa nave vecchia mi ha portato in Uruguay. Un mese di viaggio. W DIO”.
     Così cominciò la mia storia di bastonate, catene e dolore, prima riconquistare, dopo 57 anni, la gioia di tornare al mio paese!     

martedì 19 aprile 2016

Stefano Ficagna - Melanoceto

Guardando le luci del quadro comandi N. pensava all’albero di Natale. Non ad uno qualsiasi, bensì quello specifico della casa dei suoi genitori, coi festoni e le piccole luci multicolori a candela, un ricordo d’infanzia sbiadito come una foto ingiallita e che sembrava ben più distante nel tempo di quei vent’anni che erano passati da quando s’era impresso nella sua memoria. Pensava ai regali, al fuoco nel caminetto, ai dissapori fra parenti seppelliti per un pranzo od una cena ma che, come le braci scoppiettanti sotto le ceneri alla fine di una serata invernale, ardevano nascosti sottintendendo ogni gesto di quei rancori illusoriamente accantonati. Illusioni, come quelle con cui N. cercava di riempirsi la testa guardando fuori dalle vetrate e chiedendosi senza uno scopo preciso, a meno che non fosse non averne uno lo scopo, quanto fosse profondo il mare, solo per celare a sé stesso gli abissi della propria inquietudine. Le luci, quelle all’interno e quelle dei fari che scandagliavano le volute di oscurità del fondale marino, erano fonti di distrazione ambigue, capaci di portare la sua mente altrove ed allo stesso tempo focus delle preoccupazioni laceranti del presente, quelle che altri sensi esclusa la vista cercavano di inculcare in un cervello che chiedeva, per pietà, di poter dimenticare.
Ma poteva durare quell’effimera pace, turbata dagli scricchiolii che N. sentiva provenire dallo scafo attorno a sé, sempre più forti man mano che il tempo passava? Gli occhi potevano far finta di non vedere, ma l’olfatto acuto portava intatto e nauseante l’olezzo di sudore ed urina che emanava dal grosso compagno di bordo (Oscar? Miguel? Non ricordava), riportandogli alla mente la sua postura scomposta, rattrappito e con la frangia nerissima ed ingellata che gli copriva maldestramente un occhio, posa con la quale aveva posto fine alla macabra danza di morte che il cuore, cedendo, lo aveva costretto a rappresentare per quello sparuto pubblico di una sola persona.
Perlomeno questo odore non farà in tempo a peggiorare, pensò N. in un fugace momento di lucidità. La putrefazione, quando arriverà alle sue espressioni peggiori, non mi troverà più testimone del disfacimento. Asfissia e pressione, ecco i due fantasmi che aleggiavano sull’unico occupante ancora in vita del piccolo scafo adagiato nelle profondità dei mari del sud, privo di un tesoro leggendario al suo interno tale da giustificarne la presenza imperitura nella memoria collettiva, se non per i secoli a venire almeno per qualche mese o settimana. N. si era fatto tentare, in un impeto di spirito avventuroso a lui così poco congeniale, dalla proposta di un tour operator locale riguardante l’esplorazione dei fondali marini in acque già famose per battaglie piratesche, tesori perduti e sparizioni misteriose. Troppo timido per lasciarsi andare alle tentazioni del turismo sessuale, troppo vecchio (o almeno, poco oltre la soglia dei trenta, così si sentiva) per sprecare le sue giornate con un cocktail in mano avviluppato dal ritmo della musica caraibica, troppo delicato d’epidermide per fidarsi ad affrontare il sole impietoso sulle bianche spiagge affollate di turisti, il richiamo delle profondità marine era suonato come un ultimo appello per quel lato inquieto del suo carattere che lo aveva spinto, solitario, a partire per la sua prima, vera vacanza. L’esplorazione dei fondali era un’ancora salda a cui poteva aggrapparsi per giustificare almeno momentaneamente quella meta scelta d’impulso ed allontanare i rimorsi, un ormeggio privo, nonostante la scalcinata aria di pressapochismo ispirata dai componenti della “società” a cui si stava affidando, di quell’aura di destino manifesto che, come una vera ancora, aveva finito invece per trascinarlo a fondo.
Erano partiti intorno a metà mattina, lui ed Oscar o Miguel, adagiati in mare a bordo di una capsula obsoleta a forma di pesce da un argano arrugginito, anch’esso memore di tempi migliori. Mentre la sua guida, ciarliera ed affabile nel suo inglese comunque stentato, gli mostrava pesci e coralli che mal giustificavano l’esborso, la capsula si inabissava sempre più, spinta a velocità risibili  da motori la cui scarsa potenza non lasciava presagire esplorazioni troppo approfondite. Fu mentre adocchiava annoiato e deluso fuori da un oblò, masticando amaro la pillola al sapore di fregatura che i tre ispanici gli avevano somministrato, che avvenne l’incidente. N. udì uno schianto, poi un fioco lamento che giungeva dall’esterno, ben presto coperto dalle urla in spagnolo della sua guida. Mentre, dimentico dei comandi, Oscar (o Miguel) si faceva incessantemente il segno della croce con una mano e teneva con l’altra la catenina d’oro che gli pendeva dal collo baciandone, con minime soste per farfugliare le parole di una preghiera, l’effigie seminascosta lì attaccata, il suo corpo ingombrante fu scosso improvvisamente da movimenti convulsi, un braccio ora intento solamente ad artigliarsi il petto, fino a terminare sul pavimento, immobile ma ancora in grado, forse, di chiedersi prima di spirare a cosa fossero valse quelle incessanti preghiere e tutta quella oceanica fede. E mentre questo caotico succedersi di eventi si compiva N. rimaneva immobile a fissare l’ispanico sacramentare, danzare ed infine spegnersi, muovendosi per accertarsi dell’inevitabile conclusione solo a giochi fatti, come uno spettatore esterno a cui era mancata la prontezza di rendersi protagonista ed a cui era stata negata, oltretutto, la soddisfazione di vedere la mistriosa causa di tutto quel frenetico e mortale agitarsi.
Tanto non fu subitanea la presa di coscienza di ciò che si stava svolgendo di fronte ai suoi occhi quanto non lo fu, inevitabilmente, l’accettazione dell’accaduto. Steso a terra, ancora in cerca dell’alito vitale che naso e bocca del cadaverico compagno sembravano ostinarsi a nascondere, N. pensò irrazionalmente di essere al centro di una candid camera di dubbio gusto. Mentre la capsula proseguiva il suo viaggio senza guida lungo il solo asse verticale, i motori morti per avaria od errore umano, lui continuava a mostrare un insistito diniego verso quanto la realtà si ostinava a propinare ai suoi sensi scombussolati, trincerandosi dietro fantasiose speranze e pensieri distanti. Era un atteggiamento studiato, pianificato ed elaborato sempre meglio con gli anni, fin da quando un amico in cerca di aiuto non lo aveva fatto sprofondare, testimone diretto e partecipe, nei meandri della dipendenza da alcool: ne erano usciti vincitori, lui soccorritore e l’altro soccorso, ma per tutto quel problematico periodo N. aveva sempre sperato di esser vittima di uno scherzo, di potersi fare una risata di quelle pene improvvisamente esorcizzate anche se a scapito dell’amor proprio, così incline a non farci accettare beffe alle nostre spalle. Il traumatico adagiarsi della capsula abbandonata a sé stessa sul fondale coincise con l’ultimo sussulto che la sua mente ebbe riguardo la propria sorte, ovvero un affannoso esame del quadro comandi alla ricerca di un modo per mandare un SOS, per risparmiare energia, per avere più tempo ed ossigeno: ma scervellarsi invano fra bottoni e levette, terrorizzato all’idea di fare la mossa sbagliata in una partita a scacchi che metteva in palio la sua sopravivenza, non lo portò ad altro che all’estraniazione da quanto lo circondava.
Ritornato conscio grazie al suo naso ed alle tutt’altro che piacevoli elucubrazioni riguardanti la putrefazione, N. non poteva comunque far altro che piangersi addosso od agire, ed una vita intera passata a sfuggire ad ogni responsabilità lo avevano addestrato solo alla prima opzione. Si ricordò di un libro, letto anni prima, in cui uno dei protagonisti veniva paragonato a quei pesci abissali che, abituati a pressioni fortissime e costanti, non potevano ormai vivere prive di esse. Cosa ci faccio io qui, si chiese tristemente, così lontano dal mio habitat naturale, senza poter fuggire o chiedere aiuto? La possibilità di accorciare una vita comunque segnata da un destino apparentemente ineluttabile era un’eventualità capace di bloccarlo, e la vergogna per questa sua mancanza d’iniziativa  spegneva sul nascere ogni speranza di una salvezza esterna, che fosse per miracolo divino od intervento umano, quasi che la sua mente girasse in loop attorno alla frase “non meriti di vivere”. Solo un pensiero, pian piano, riuscì a rasserenarlo: la consapevolezza che, una volta morto, avrebbe trovato quella pace che anelava, giacché non credeva all’inferno, men che meno ad uno che puniva oltremodo gli accidiosi come lui. Aggrappandosi a quel pensiero, come prima si era affidato ad immagini e ricordi lontani da quell’abisso per estraniarsi, riuscì a trovare una parvenza di serenità, ad accettare mollemente il suo destino arrivando persino a giustificare le proprie mancanze in virtù di una predestinazione, un movente superiore che lo aveva portato lì, in quel momento, a morire solo. Tanto anelava ormai la pace dei sensi che si spinse ad invidiare il cadavere lì vicino, che lo aveva lasciato indietro arrivando prima di lui alla meta come tanti altri avevano fatto in tutti quegli ambiti dove N. si era ritrovato a lottare per un po’ di considerazione: amore, sport, lavoro, hobby, non aveva fatto altro che arrendersi alla sua inadeguatezza in ogni campo...ora, perlomeno, non sarebbe più stato costretto a competere, a giocare il proprio ruolo in una battaglia eterna con l’ego che vive in ognuno di noi.
Fu proprio in quel momento, mentre un sorriso stanco si faceva strada sulle sue labbra, che si avvide di alcune luci in movimento.
Non era forse normale attendersi, anche da operatori così palesemente improvvisati, un minimo di sicurezza? Una spia rossa, lampeggiante alla sinistra del quadro comandi, era un segno che N. non era riuscito a decifrare e che indicava come qualcuno lassù, se non proprio lo amava, perlomeno aveva interesse a portarlo a casa sano e salvo e ad evitare beghe legali. Con gli occhi sgranati vide un uomo con una pesante tuta da palombaro fissare un grosso cavo alla sua capsula e, dopo interminabili minuti, sentì questa muoversi nuovamente, trascinata verso la vita ora che di quella vita non sapeva più che farsene. Si accorse di aver voluto farla finita da anni ma senza il coraggio necessario ad agire, ed ora che poteva abbandonarsi alla morte senza dover fare niente lo trascinavano a forza fuori dal baratro.

Ora che la pressione calava si sentiva veramente schiacciare; poteva di nuovo respirare a pieni polmoni, eppure si sentiva soffocare; non era più prigioniero, e sentiva invece stringerglisi attorno le strette sbarre della sua supposta libertà: poiché sapeva che si sarebbe invischiato nuovamente in mille cose da fare proprio ora che s’era votato anima e corpo al semplice aspettare, all’immobilità che era insita nella sua natura. Guardò da un oblò le oscurità marine che scomparivano, invidiando al mare la profondità che lui non aveva. 

sabato 16 aprile 2016

Sergio Manzo – Stelle del mare

Urla pescatore
Urla la tua paura al tuo dio
Quando poche lampare sparse
In quel mare sempre più scuro
Sembrano stelle cadute
A vegliare la tua facile ira
Urla in quel vento d’autunno
Le gelide frasi della sorte
Avvolta in quel mantello nero
Come il buio che ti circonda
Urla a quel mare avido
La tua disperazione
Mostragli i segni della tua sofferenza
Chiedigli misericordia
Chiedigli di non affondare
Quelle stelle fino all’alba
Urla in quel gelido mare
Che non t’ascolta.

Sergio Manzo – Lo schermo del cielo

Il mare biancheggia 
Sull’infinito tramonto
E ascolta l’eco spietato
Del tuo silenzio
Sullo schermo del cielo
La lentezza dei gabbiani
Appare eterna
Urla il vento
Sulla spiaggia deserta
L’alba nei suoi deboli frammenti
Calpesta il silenzio della notte
Sarà inutile
Verrà un altro giorno
Tutto sarà uguale
Anche l’indifferenza

Sergio Manzo – Il paradiso del vagabondo

Sei l’eroe della notte
Che è sorta dal mare
Respiri la luce diafana
D’una ciondolante cometa
Che s’avvampa al tuo passare
Di vagabondo
Stanotte il mare sarà un gigante
Tu solo combatterai, sarà un’offerta
Che nessuno raccoglie
Il vento canterà la tua canzone
Poveri ritornelli che nessuno ascolta
La tua anima è triste
Come i tuoi occhi
La notte ti regalerà
Il nero abbraccio della solitudine.

lunedì 11 aprile 2016

Stefania Signorelli - La colazione di Mida

Se questo è un uomo non penso altrimenti non sarebbe un cadavere in fondo al mare o un senza terra che ogni terra sputa. Se questo è un uomo non avrebbe per casa il suo solo corpo.
Cosa hai detto Mida? Dalla cucina non sento bene.
Niente amore niente, non rompere almeno tu. Finisco la barba e arrivo.
Proprio non capiscono che qui non c'è posto. Non possiamo mica mantenerli tutti. Fanno un sacco di figli. Finirà che lo prenderanno tutti loro il bonus bebè, ecco come finirà. Che gente.
Si accontenterebbe di mangiare tutti i giorni. Tanto paghiamo noi.  Quanti morti. Il fondo del Mediterraneo a contenerli. Le ombre dei defunti a lambire il flusso delle nostre acque.  Sulla spiaggia il mare invece di conchiglie a depositare cadaveri.
Certo che spiace quando vedi quelli piccoli, non siamo mica bestie, ma te li devo mantenere io i figli?
Ma loro neanche ci pensano a quanto costano.
Dovrebbe esserci una legge. Rimpatrio. O hai un lavoro o te ne torni da dove sei venuto.
In albergo,
in albergo li mettono e fumano le sigarette e
giocano  al pallone
col telefonino. Villaggio vacanza a spese degli italiani.

Sono forse io responsabile di te?
È colpa mia se te sei nato
in Africa o in Siria o Dovetipareva a te?
Al limite li aiutiamo a casa loro. E intanto vengono tutti qua. Ci invadono senza nemmeno la fatica di un esercito.
Poi vanno persino a recuperare i corpi in fondo al Mar e tu paga somaro lombardo. Paga il conto. Ma quanto costerà il becchino?
Sugli scogli il frangersi dei flutti è violentissimo. Naufragio. Stamattina. Di nuovo. Non è di buon auspicio questa colazione coi morti. Una tragedia senza finestre per loro ma a noi ce ne verrebbe che danno.
 Tutta colpa di quelli che creano speranze.
Quando guardo le facce dei migranti sembrano sempre le stesse. Le madri velate con i bambini in braccio e quell’espressione dolente che hanno certe Madonne degli altari . Sembra sempre lo stesso sbarco della stessa persona. Quella persona o quelle persone non possono esistere. Non qui. Qui non c’è posto. Non siamo attrezzati. Non ora.

Mida tiene stretto il portafoglio e si lamenta di quanto il portafoglio lo tenga stretto. In pugno. Stritolato. Un tritacarne da cui è passato anni fa.
Guarda amore è semplice o cambi canale o fai colazione da sola. Io alle otto sono in ufficio e non è che mangio guardando sacchi di plastica coi cadaveri dentro. Non sono mica un animale, mi si rovescia lo stomaco.
Ma lo sai che la colazione è il pasto più importante? Guarda che io devo tirare fino alle due e poi, se va bene, un panino io. Stasera finirò tardi. La promozione non ti arriva per anzianità di servizio.
E dopo che mi devo sbattere tutto il santo giorno, mi tocca cominciarlo e terminarlo con notizie deprimenti, oh Signur, liberaci dallo sbarco quotidiano. Liberaci.

- Mida sei nervoso -
- Sono in ritardo amore che è molto peggio che esser nervoso-
- Amore guarda che stai dimenticando il cellulare -
Mida afferra il cellulare, bacia la moglie e corre elettrico verso l'ufficio. La promozione. La fine del mutuo.  La corsa all’oro è faticosa neppure così fruttuosa.

Però la notte
 aveva portato un sogno alla moglie di Mida. Stamattina aprendo gli occhi si era trovata suo malgrado con uno strano sguardo sconnesso di un’iride sconosciuta.
 La stanchezza degli sbarcati. Il suono delle campane. Noi che usciamo di casa per dare loro il benvenuto e spezzare il pane. Cibo e coperte. Acqua dolce. Non posso abbandonarlo alla sua sorte solo perché non sarà mai la mia. Ha attraversato il deserto, ha fronteggiato le spume del mare su una barchetta. Sconfitto i demoni del vento, non si è abbandonato alla palude dello sconforto. Affamato e vivo un guerriero è mio fratello. Dei bicchieri e il vino. Una lunga tavola piena di caraffe e sedie. Perché calpesto un prato non posso pretendere di non sapere del mare.
Il vino migliore Mida prendi il migliore io prendo i bicchieri in cristallo di quando ci siamo sposati perché dobbiamo brindare di essere scampati. Acqua nera e quieta. Acqua stagnante che opprime i cuori. Tutto sbagliato, difficile, feroce eppure è fatta.
Sembra normale che Mida offra vino ai nuovi venuti. Il pericolo è scampato. I nodi sciolti. Qua e là stelle che non si vedono ma solo perché è giorno. Una fontana d’acqua che scorre. Viole sfatte color cremisi.
Il sogno attraversa da capo a piedi la moglie di Mida che si toglie il pigiama. Balena una cosa nell’iride che si stacca. Adesso glielo chiedo. Voglio proprio vedere che faccia fa. Pensi davvero di poter fermare la Storia con le leggi? Mida rispondi.
No, non glielo chiedo. Non posso. Già è di cattivo umore. Si fa la barba. Brontola. Colazione in fretta. Deve correre in ufficio. La promozione, la fine del mutuo. Glielo chiederò quando sarà più tranquillo, è un brutto periodo questo per lui. Povero lui e i suoi pensieri. Povera me e i miei.

Un giorno Mida è più tranquillo, si sveglia senza fretta e fa colazione a casa con calma perché è in pensione. Meritato riposo. La moglie prepara marmellate squisite. La migliore tra tutte quella alle arance amare che vince ad un concorso.
 Uno ad uno gli anni passano . Poi un giorno arriva il becchino che aspetta Mida a fauci spalancate da un po' ma sorridendogli. La moglie si rannicchia nel suo letto di vedova. Non fatemi pensare a niente.
Mida, appena muore, tutti che dicono: "era tanto una brava persona. Lavorava quattordici ore al giorno"
Sua moglie pensa
Povero Mida mio, che cattivo non è mai stato, ma poi non ha mai avuto tempo di essere una brava persona che lavorava quattordici ore al giorno. Povera anche me, che ora a dettar legge saranno i figli, che cattivi non son mai stati, ma ti impiccano per una palanca.
I figli di Mida hanno voluto bene al padre, ma lo seppellirebbero volentieri in una cassetta della frutta se solo lui facesse la cortesia di starci dentro e, ancor più, nessuno sapesse. Così si devono rassegnare alla bara più economica. Ditta Abbraccio dell’Angelo. Dead service all inclusive. Se uno potesse avere per casa solo il suo corpo, quanto si risparmierebbe.
I figli e le beghe ereditarie. Il gruzzoletto di tutto rispetto, ma va diviso per cinque. Non potevo essere figlio unico? Come? Quando? Ma dove li avete spesi in tutti questi anni i soldi? La madre accenna ad una speculazione non andata a buon fine, timido riferimento ai loro studi all’estero, alla fine tocca parlare di dentisti, medici e medicine, riabilitazione, farmaci, osteopatia, palestra. Certo che ora, anche doversi giustificare del crimine di dover campare, povera me che mi hai lasciata sola. Non sono neanche più buona a far la marmellata. I figli di Mida si trovano d’accordo nell’accompagnare la madre in casa di riposo e vendere la villa.
La quadratura del cerchio: mamma è al sicuro, protetta e curata. La casa troppo grande trova presto un acquirente. Le mogli dei figli di Mida sono più morbide, disponibili al sesso e gentili. Una seconda luna di miele. Finalmente ci si addormenta in pace, mutuo estinto. Il momento giusto di fare un piccolo investimento.
La mattina i figli di Mida si svegliano e fanno colazione. Di fretta perché alle otto devono essere in agenzia. È importante non eccedere con biscotti pieni zuppi di olio di palma perché ormai pensano solo al profitto e non alla salute delle persone che poi muoiono e integrare con omega tre di buona qualità perché le acque sono inquinate e il pesce di allevamento è come mangiar pollo, ricco di omega sei ma meno ricco di omega tre. Una volta le mele sapevano di mele.

 Devo correre amore che faccio tardi e occhio perché fai tardi anche tu
Stamattina
Corri caro corri che fai tardi, occhio che ti dimentichi il
Cellulare
Non sia mai- rispondono i figli di Mida alle mogli dei figli di Mida.
Che sorridono del tutto sagge e senza i sogni sconnessi delle iridi di altri.