Verdi rimedi
Rovescio la barca della purezza
entrando di getto nei tuoi sogni
dono alle labbra un'innata ebrezza
morbida scheggia nei tuoi bisogni
Mentre perforo le strenue difese
e in te cerco una verde montagna
vagando in auto senza pretese
a Marcallo mi imbatto in viale Padania
Che arduo trovare la giusta poesia
un luogo appartato che possa ispirare
un verso non basta, che malinconia
meglio un diamante comprato in Tanzania.
giovedì 7 giugno 2012
Stefania Dondi - L'attrazione di fuoco
L'attrazione di fuoco
Risuona nella notte profonda una fiamma perpetua.
È l’anima della ciminiera, visibile da cotanta distanza
come dal fiume nella quale si specchia fiera.
Polvere nera. Sulle finestre
sul mobile antico della nonna
nei polmoni che si dilatano fino allo spasmo.
Rumore e indignazione sembrano spegnerla, smorzarne la
fiamma
ma quando la nebbia dai prati silenziosamente sale
le strade si animano a festa e nulla sembra essere cambiato.
Polvere bianca. Dove il denaro canta
la musica tace e una voce compiacente
ricorda il regalo ai bambini della scuola.
mercoledì 30 maggio 2012
Isabella Carlone - Metal detector
Metal detector
Prima di farmi scappare via per sempre,
dammi ancora un ultimo bacio
davanti al metal detector.
Creiamo invidia in quegli aridi che sanno portare un bagaglio,
ma non il cuore in mano.
I loro sguardi accusatori da Medusa verranno respinti dal nostro scudo d'indifferenza.
Non ci sarà alcuna interferenza che scalfirà il nostro
primo,
unico
e
ultimo
addio;
nessuno potrà rovinarlo, perché ce lo
MERITIAMO.
Prima di farmi varcare il confine per sempre,
dammi ancora un ultimo bacio
davanti al metal detector.
Così sarei sicura di oltrepassare la porta a prova di terrorista,
con un muscolo
PULSANTE
e non con un
freddo
oggetto di metallo
incastonato
nel mediastino.
Eviterei l'imbarazzo di suonare.
Le promesse da marinaio cosa diventano all'aeroporto?
Da aviatore?
Il risultato è sempre lo stesso:
un vuoto interiore che provo a colmare col calore dei primi raggi solari,
ma sono già ustionata dalla tua assenza.
Meglio non infierire, per evitare la lungodegenza.
Non mi rimane che dormire
e
SPERARE
che tu voglia tornare a danzare
nella mia dimensione onirica,
per poi baciarmi
davanti al metal detector.
A differenza della realtà,
non m'imbarcherei e prolungherei quest'istante.
Peccato che non abbia il sonno pesante.
Giuseppe Montaquila - Bacio
Bacio
Schiocco di labbra
che lentamente si sfiorano,
e si scambian festose
gli intensi sapori
dell’umana passione
sulle note sublimi
di questo suono labiale
che proviene dal cuore.
Quante parole, quanti
progetti,
quante intese
racchiusi in quest’unico gesto
di chi, innamorato,
fissa lo sguardo negli occhi,
scruta l’anima
in cerca di risposte
ai dubbi affannosi
che l’Amor produce
ad ogni palpito.
venerdì 25 maggio 2012
Yuri Astolfi - Miracolo raffinato
Miracolo raffinato
C'è una
cattedrale d'acciaio
incastrata
tra i campi allagati
che
l'abbracciano di specchi,
dove ogni
giorno avviene un miracolo chimicosociale:
tonnellate
di grezzo capitalismo
mutano in
raffinata democrazia statale.
Liquido
vitale quanto il sangue
per chi
solo sulla sua auto
gusta la
virile libertà.
Trapassato
sogno americano.
L'atto è
compiuto ed ancora si compirà.
Non
importa per l'ambiente stuprato
o per la
polvere nera dentro ad ogni fiato,
chi fa
profitti chi incassa gli interessi
non nutre
la sua famiglia all'ombra delle ciminiere,
e dai
camini può anche piovere veleno
ciò che
importa sono le tasche piene
e starne
ben lontano.
Yuri Astolfi - R...esiste
R...esiste
Esiste
una non vita che eppure appare attiva
ed
accostata allo stile sobrio inculcato alla massa,
mai
lontano dallo schermo d'ogni salotto.
Esistono
non vite occasionali per i frutti acerbi
che per
decenni marciranno nello spirito,
inseguendo
la logica dignità alla quale sono stati educati.
Esiste un
futuro rubato al pensionato
che solo
a settant'anni ha diritto e si riposa,
ed un
futuro dannato per chi invece ancora deve mettersi alla prova.
Esistono
mammoni,cervelli fugaci ed occupati giornalieri
ad armi
impari ma sempre contrapposti
ai
papponi,ai furbetti rapaci e agli eletti leccaculo.
Esistono
contratti che non guardano lontano
e
conseguenti le banche attente
fan le orecchie,più
che mai,da mercante.
Esistono
decine di modelli d'assunzione
ben lungi
da servire al dipendente,
ma bene
attenti alle esigenze del padrone.
Non
esiste l'appetitoso piatto delle certezze,
che dopo
breve e gustoso assaggio
è stato
tolto con scherno alla generazione entrante.
Esiste la
paura,ma non nell'universo
di chi è
stato amputato dell'avvenire:
in questi
non ha più ragione d'essere.
La
paura,ora,deve appartenere solo a chi permette questo.
Alessandro Ubaldi - Una goccia di speranza in un oceano di disperazione
Il cielo era completamente
coperto di nubi, un tuono squarciò quel manto scuro e insieme alla sua eco si
espanse una luce accecante, presto quelle nubi minacciose lasceranno al loro
seguito una pioggia battente.
Cadono le prime gocce, eccomi,
parto per il mio viaggio annuale, senza una meta precisa, posso vedere,
curiosare ed osservare; quanti bei ricordi porterò con me!
Sono limpida, emozionata dalla
mia trasparenza, elegante, scintillante, dai mille volti, dalle tante
trasformazioni. Scivolo sui vetri, mi addormento dentro un fiore, cado sui
sassi, scendo a valle, disseto prati, dove mandrie di animali verranno a
pascolare e uomini a raccogliere bacche.
Quante volte, a furia di
evaporare e di ripiovere, sono nevicata in cima a un monte, al disgelo sono
penetrata nella fessura di una roccia e a volte sfociata in mare aperto, ogni
volta la meta è diversa e una leggera brezza o una tormenta implacabile possono
alterare il mio tragitto.
Ma fra tanta euforia, dove sono
finita? Intravedo delle case, dei viottoli alberati, attorno campi coltivati e …
sento in lontananza schiamazzi, risa di bambini che si rincorrono, si rotolano,
giocano con un aquilone che volteggia inseguendo l’arcobaleno, tutt’intorno
sembra tranquillo, pacato, sarà di certo una piccola isola felice.
Seguo i rumori, e le voci si
fanno sempre più forti, infondono allegria, quei bambini hanno le guance rosse,
non rammento che giorno fosse, provo a vedere dove mi trovo, sulla carta
geografica questo paesello di campagna è contrassegnato con un insignificante
pallino grigio, penso che forse non avrò niente di così interessante né di curioso
da vedere.
Il caldo sole di primavera mi
invita a tuffarmi nel laghetto, dove un susseguirsi di caprette vengono ad
abbeverarsi, non resisto, la vista di quell’acqua mi attira, mi butto … ma ahimè!
che brividi! sembra non esserci più vita, ci sono pesci morti che galleggiano,
cosa sarà successo? Guardo intorno e vedo i larici coprirsi di teneri germogli
dai quali spuntano fiori, è uno spettacolo perché la brina ha ricamato la
ragnatela sospesa tra i rami.
Alice, Thomas, Federico, Ingrid
raccolgono le margherite e ci fanno corone di fiori, che posano sul capo e si
fingono fate e regine. Erano ancora capaci di sorridere al mondo, alla vita,
forse perché ancora troppo ingenui, forse perché ignari di quel mostro dai
sudici capelli color giallastro, sbiaditi e maleodoranti, che finisce qui la
sua corsa.
Nel cuore della notte, proprio
quando tutto è ovattato, avverto dei rumori, lentamente viene aperto il cancello
divorato dalla ruggine, chiuso con una catena, anch’essa logorata dalle
intemperie del tempo e che ad ogni capriccio del vento emette un rumore sordo
che echeggia nell’aria.
Due carovane in fila indiana lo
attraversano, vedo delle ombre vicino al laghetto che si agitano, che
inabissano nelle viscere della terra liquidi neri e un odore acre pervade il
paese e gli occhi pizzicano. Rimango perplessa, al mattino tutti si chiedono
cos’era, ma senza una risposta, nell’aria rimane solo la nausea di quel gusto
nauseabondo e dal sapore amaro.
Non tarda molto e l’estate arriva
impetuosa, il sole è là fuori, alto nel cielo , imponente, ma sembra che i
raggi non arrivino ad accarezzare le chiome; è abbagliante, soffocante.
Sconfinati campi di grano maturo
colorano d’oro il paesaggio, ma al calar della sera non si vedono le lucciole,
dove saranno? Questo è proprio uno strano paese!
E’ tardi e quei piccoli
continuano a giocare, in circolo seduti con le gambe incrociate come gli indiani
raccontano storie, hanno con loro i propri cuccioli. Alice porta con se la sua
capretta, è nata da poco e vuole farla conoscere ai suoi amici, ma non è una
solita capretta, è nata senza gli arti posteriori, fa difficoltà a muoversi,
non può correre, camminare come le altre, ma Alice l’accarezza, gli sussurra
parole incoraggianti, la carica sulle spalle e corre, anche gli altri bambini
la prendono in braccio e ci giocano, povera bestiola!
Tra me e me, penso che la natura
è capricciosa e imprevedibile, alterna sonno e veglia, follia e sofferenza, non
conosce mezze misure e quando sembra aver trovato un equilibrio ti sorprende.
Ancora rumori, sono le quattro di
notte, si apre di nuovo il cancello, un uomo bianco e tanti altri mostri con
delle maschere al volto scaricano liquidi neri, inabissandoli nella terra.
Al mattino le voci si fanno più
dure, denunciano il fatto, ma sono respinti come pezzenti.
Quando pian piano l’estate lascia
il posto all’autunno, i colori sono forti, gli uccelli volano leggiadri nel
cielo, l’odore ha il sapore forte del vino nuovo che riposa tranquillo, ma pian
piano diventa amaro come il caffè, la piccola capretta di Alice muore, viene
sepolta vicino al laghetto perché possa ancora sentire le voci dei piccoli che
giocano.
Ancora una notte insonne, ancora una
volta qualcuno apre quel cancello, ancora uomini bianchi come angeli versano
liquido, fiumi impetuosi che bagnano
quella terra, facendo raggrinzire quei ciuffi d’erba incolta che piegandosi su
se stessi, finiscono al suolo, poi le loro sagome si nascondono velocemente tra
la foschia.
Ecco che l’urlo collettivo fa
eco, ma svanisce come nell’occhio di un uragano.
Il tempo sembra volgere
inesorabile, l’inverno si è presentato con prepotenza, è in bianco e nero, la
luce del giorno è breve e le notti senza stelle.
Corre veloce la notizia che è
nato il piccolo fratellino di Alice, Lorenzo, un nuovo amico di giochi, ma non
ha il sapore della gioia, i volti scuri, adombrati, anche l’aquilone cade al
suolo, il piccolo Lorenzo è nato con l’arto destro incompleto, bisogna
intervenire subito, amputargli la gamba e sostituirla con una protesi. Inizia
la corsa, ospedali, medici, cliniche specializzate, viaggi, sofferenze, i
genitori hanno il dolore scolpito in quella faccia di cera, c’è tanta tristezza
negli occhi della gente, sono mesi lunghissimi, difficili, tra speranze e
delusione, ma ecco che finalmente Lorenzo ritorna a casa nel suo paese.
Povero piccolo, lo stesso destino
della sua capretta!
Ora comincio a capire chi sono i
tanti fantasmi che si muovono indisturbati per questo paese. Quegli angeli
bianchi, infernali, come assassini, hanno preso la vita di questa gente. Io
sono solo un misero frammento di questo patrimonio e mentre mi ritrovo qui a
vegetare, osservo e penso che dentro quelle tute non c’è un cuore, ma solo una
marionetta insensibile. Pensavo che i fantasmi non esistessero, invece sono
proprio qui, tra noi, come un vecchio che viene da un mondo antico, che cammina
indifferente sotto il suo cappello, con i lineamenti non ben definiti, che
vende la nostra terra per denaro e la uccide senza ripensamenti.
In un istante sono passati anni
si sono alternate stagioni, in un batter di ciglio passerà la mia vita e la mia
anima tornerà dal niente, da dove sono venuta, ma porterò con me solo i tristi
ricordi, solo i volti di questa gente tradita, non sarò più trasparente, ma
opaca e mi dico: «non essere triste
gocciolina, non sei giunta alla fine, potrai ritornare cristallo di ghiaccio
sulla cima di una montagna e riprendere il tuo viaggio».
Un tuono rimbombò dando inizio
alle danze, un bagliore quasi accecante penetrò debolmente e mi mostrò una
scala di fasci di luce. Risalii con fatica fino a raggiungere il soffice manto
delle nuvole, dall’alto scorgevo quel
cimitero senza croci. Non ho mai capito cosa fossero quelle piccole goccioline
nere che, troppo pesanti per volare, se ne stavano laggiù, accatastate,
inconsapevoli del loro destino.
Di nuovo respiro a pieni polmoni,
cercando di gustarmi ogni piccola particella di quest’aria così vellutata, che
sotto forma di scie di vento descrive un tragitto confuso. Scivolo via come la
prima volta e precipito quasi danzando su una pagina di giornale un po’
sbiadita, che aspettava di essere gettata, perché del giorno precedente.
Notai subito un particolare che
richiamò alla mente la mia avventura, in quello stralcio di giornale dominava, su
tutte le scritte sbiadite, quella foto ancora così chiara di Lorenzo, dietro le
sue spalle si vedevano quelle montagne minacciose, piene di liquami velenosi e
si leggeva: “quando decine di camion scaricavano tonnellate di rifiuti ogni
giorno, noi protestavamo ma nessuno ci ascoltava, nessuno controllava. Ora i
Noe hanno sequestrato quella cava, ma nessuno è intervenuto per la bonifica, siamo stati abbandonati”.
Il dramma di Lorenzo non è
finito, tutti sono stati assolti, tranne lui, che per tutta la vita dovrà
continuare a scontare la pena della sua malformazione.
E così pian piano anche
l’immagine di Lorenzo svanisce, ma questo inchiostro che lentamente scivola dalle
pagine, si espande; ma la sua immagine rimane presente, anche se in una diversa
disposizione.
E’ più il male che porta una
scura goccia che scivola al suolo da quei camion, che la purezza che ripristina
una limpida goccia d’acqua.
Caro piccolo, vedo la tua
innocenza, la voglia di afferrare l’inafferrabile, ti osservo quando zoppicando
corri avanti e indietro. Al vento i tuoi riccioli neri svolazzano come
libellule, sento la tua voce gioire, intravedo dentro i tuoi occhioni neri la
gioia di vivere e l’amaro della vita.
Sarà proprio con questi occhi che
ti vedrai crescere, farti grande, diventare alto, le tue braccia forti e
invecchiare.
Guarderai in faccia il mondo, non
odiarlo, irati contro le ingiustizie, sopporta con pazienza il dolore,
ricordati di non frenare la voglia di cambiarlo.
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