mercoledì 17 aprile 2019

Annamaria Balossini - Una favola infinita

Nidiata di parole sui rami della betulla
cullate dal vento che a baci li dondola,
lìtigano, scarabòcchiano, tìrano in alto
il filo d’una storia su una virgola blu.

Tu ed io, due bambini, nel tempo incantato
delle favole prime, l’oro d’un sogno stregato
di rosso, sillaba d’oro su un blu ingiallito.

Tu ed io, due fratelli, che solo il cuore
ha conservato sul triciclo abbandonato
in un angolo del cortile.

Ed ora che te ne sei andato
per quella strada non voluta, per quello
strappo ineluttabile che la vita, ahimè,
ci impone, adesso che nell’assenza

il richiamo è più vicino, io con te
ancora vivo quella favola senza tempo,
senza giorni e senza ore, sulla sella
di un triciclo dove ancora pulsa il cuore.

giovedì 4 aprile 2019

Elisa Marchinetti - Quel sorriso che non ti aspetti

Tutto di lui era la spia di un malessere, quando lo conobbi.
Gli occhi, soprattutto.  Due fessure acquose di tristezza, perennemente rivolte a terra,  a marcare la distanza tra sé e il mondo, a sottolineare il disagio del momento. E quel  suo sguardo, perso e languido, di chi  è sopraffatto dagli eventi, vittima  suo malgrado  delle incomprensioni degli altri, degli adulti, di coloro che anziché preservarlo dal dolore, il  dolore glielo avevano  arrecato. I suoi genitori, per l’appunto.
L’incarnato, di un pallore  quasi niveo, il riflesso di una condizione esistenziale che si trascinava lenta e stanca, spiccava  su un viso magro ed asciutto, dai lineamenti delicatamente definiti. La bocca, un tratto di matita  che raramente sbavava in un sorriso, dava  voce, in  tonalità monocorde, ad  un bisbiglio sussurrato che si coglieva nei rari monosillabi che di tanto in tanto venivano pronunciati.
“ Pietro, hai capito?” gli  domandavo  spesso al termine di qualche spiegazione, per distoglierlo da  quell’alone di  vacuità  in cui volentieri annegava i suoi pensieri. Un sì grugnito a denti stretti,  mentre fissava il mondo fuori dalla finestra , era  la barriera che erigeva a sua difesa e che fungeva da  freno a  qualsiasi mio desiderio di indagare.  Quello spazio oltre, oltre  le mura della scuola, oltre il “qui ed ora“, nel vuoto  di certezze e valori,  quel buio liquido di sensazioni ed emozioni il rifugio ai suoi tormenti interiori.
Ma era il suo incedere che dava la misura del suo straniamento. Camminava, o meglio, scivolava lungo i corridoi e fra i banchi con passo leggero e a spalle basse e ricurve, il cappuccio della felpa calato  sul capo chino e leggermente reclinato a destra e le mani sprofondate nelle tasche. Con  quell’atteggiamento tipicamente adolescenziale  a metà fra il  fastidio e il  disinteresse  verso  un tutto indifferenziato, persone e cose, in egual misura. E con  il senso del disincanto  cucito addosso e la precarietà marchiata a  fuoco sulla pelle.
“Si sta come  d’autunno sugli alberi le foglie ” pensavo, parafrasando la sua condizione. Sulla carta il primo incontro con lui:  un tu per tu con le descrizioni degli assistenti sociali e degli educatori e  coi  freddi rapporti  compilati dagli psicologi di turno, da coloro che in un qualche modo erano entrati nella sua vita e ne avevano preso le redini. 
Estranei che si erano intromessi nel suo mondo di relazioni parentali violandone l’intimità  e che avevano scompigliato le carte della sua  partita con la vita da poco iniziata. Pagine di dossiers  a decretare  la sua condizione di disadattato sociale, vittima innocente  di tensioni familiari sfociate in  sentenze e appelli, carte bollate e ricorsi. Pagine e pagine  di sterili  tecnicismi e aride conclusioni. Sui sentimenti, i suoi in quel frangente e le emozioni, le sue, da ascoltare, niente di più che qualche riga.
 Aveva 15 anni quando iniziò la prima superiore, un anno in più dei suoi compagni,  ma la stessa  fragilità e apatia  di molti di loro. Il pit stop in seconda media. All’epoca viveva con la madre, di cui portava il cognome,  e tre fratellastri  insieme ad un’orda di cani  in un piccolo appartamento  non lontano dal centro.  La cura di quest‘ultimi  un must in quella famiglia, al primo posto dopo gli umani. 
 Il padre, che non l’aveva riconosciuto alla nascita,  si era qualche anno prima  riscoperto in quel ruolo e  ne richiedeva la custodia, vista la situazione di degrado in cui il figlio vegetava.  Nella giungla delle accuse  tra i grandi, il ragazzo lasciato  allo sbando, vivacchiava e  consumava  i giorni  seduto sul divano di casa  trastullandosi coi videogiochi, tra  pigrizia e indolenza,  tra uno sbadiglio e l’altro, tra una carezza ai cani  e un film alla tv.  Ma soprattutto  sordo al richiamo del dovere scolastico, un po’ per indole, un po’ perché  in parte indotto.  Già perché il controllargli i compiti richiedeva fatica e presenza  tanto quanto il controllargli lo zaino che vuoto rimaneva per giorni e giorni. La leggerezza della cartella, di libri, di quaderni e di merende,  la misura del vuoto  attorno a lui; l’assenza  di  cura e amore  la cifra del suo disagio.
 Così  Pietro  era cresciuto,  insensibile ai suoi doveri verso la scuola per colpa  di chi aveva l’obbligo di seguirlo nella sua crescita  e  che preferiva tacitare la sveglia  ogni mattina piuttosto che  assecondarne il richiamo, lasciando il figlio al caldo delle coperte. Perché essere madri richiede impegno e sacrificio e una buona dose di responsabilità. Delle proprie azioni, così come del proprio ruolo. Non fu difficile capire che  una resa scolastica inadeguata, un impegno insufficiente unitamente ad una  marea di assenze  furono le motivazioni  che decretarono la sua  bocciatura. 
Doveva ancora compiere 15 anni  quando lo portarono via. Una tiepida giornata   di fine Estate, accarezzata da un malizioso venticello,  accompagnò il suo ingresso in una comunità  per ragazzi  sulle colline, a parecchi kilometri di distanza da casa. L’allontanamento dal suo nucleo  si consumò in fretta e senza spargimento di lacrime da parte di nessuno;  a testa china e con i nervi tesi, Pietro racchiuse  i  suoi indumenti in pochi borsoni  sportivi,  salutò con gli occhi la madre e i fratelli  e senza proferire parola seguì  gli assistenti sociali verso il suo nuovo domicilio.  Verso l’ignoto, di  persone e luoghi, che accettò con tacita  rassegnazione.  Nel silenzio del proprio dolore, però, non un cenno di stizza,  né di odio  fu mai pronunciato.  Nel silenzio sulla propria condizione, invece,  tanti gli  interrogativi che  presero a macerare.
 L’allontanamento dalla madre, decretato dal Tribunale, e l’inserimento in una comunità  il primo passo verso la sua rieducazione ed il recupero della sua personalità.  Con lei solo  un colloquio telefonico alla settimana,  in modalità protetta, con gli educatori ad ascoltare  aride telefonate inframmezzate da lunghe, lunghissime pause. Puri soliloqui a mezze voci.
“Ciao. Come stai? gli chiedeva freddamente e puntualmente.
“Bene”, le mentiva spudoratamente, a tacitare  il suo apparente interesse. Poi  il gelo del silenzio a rimarcare le distanze. Sulla  nuova scuola, sui docenti, i nuovi compagni  in  classe   e in  comunità,  sul nuovo mondo che roteava attorno al figlio,  non una domanda le uscì  mai dalla bocca, tantomeno dal cuore. 
Nel contempo, lentamente Pietro andava recuperando  il rapporto col padre che, assuntosi finalmente le sue colpe e responsabilità, aveva intrapreso un percorso impegnativo di riavvicinamento al figlio, imparando  a gestire quel ruolo ex novo con tutta l’insicurezza e l’improvvisazione dei novizi, ma con l’energia e la determinazione dei  vincenti. E soprattutto  con amore. Con l’obiettivo  della  piena tutela del ragazzo e la conquista della sua fiducia.
 Il tempo per entrambi  e la perseveranza di ambedue le chiavi per la riuscita in  un percorso lungo ed impervio, fatto di  regole, orari e doveri  da rispettare e  incontri settimanali con gli assistenti sociali. Una strada in salita, dove tutto era nuovo, o quasi, ed aveva il sapore del sacrificio, soprattutto per il ragazzo. A partire  dalla mattina quando  si alzava prestissimo, cambiava due pullman per andare  a scuola, assisteva alle lezioni  e  ritornava in comunità  verso le tre del pomeriggio. Poi la vita di gruppo e la condivisione delle attività. Spazio per la libertà individuale quasi nullo. 
 L’aveva scelta lui la scuola, attratto dall’informatica  in cui riusciva senza problemi. Nelle altre discipline, invece, aveva lacune come i buchi della groviera. E poca simpatia per le lingue straniere, l’Inglese in special modo. 
 “Sei nato l’11 Settembre  nell’anno dell’attacco alle Torri Gemelle”, buttai lì  uno dei primi giorni  per stimolare la conversazione. 
“Prof, l’anno prima”, mi corresse con  voce flebile ed un impercettibile sorriso , senza indirizzare  il suo  sguardo verso il mio. Poi lasciò che l’orizzonte al di là dei vetri catturasse i suoi umori. Capii che  sarebbe stato un percorso di luci ed ombre e che le sfumature  ci avrebbero dato il senso degli ostacoli  in parte superati.  A lui in primis, poi a me. Ritroso com’era  schivava le discussioni come le pozzanghere e per non caderci dentro si trincerava dietro un aspetto del suo carattere.
“Sono timido, prof, lo sa!”, mi ripeteva  con un certo imbarazzo quando lo spronavo ad esprimersi.
“ Come on!”,  replicavo, aspettando il suo intervento. Imparai a dare tempo al suo tempo, a  metter da parte rigorosi  schemi di valutazione  e ad apprezzare i  minimi risultati da parte sua, quei  piccoli passi verso le tappe intermedie.
Ci mise qualche  mese a sfoderare  una fila di denti bianchissimi e ben allineati  e a liberare un cenno di  sorriso nel rispondermi. E  un  guizzo  compiacente negli occhi. Mi bastavano quei segnali per dare sostanza al mio lavoro e  giustificare gli sforzi fatti e quelli, ancora tanti, dietro l’angolo a venire.
Gli diedi spazio e tanto quell’anno, e fiducia da riporre  nelle sue capacità. Sorvolai sui contenuti, scarsi, che apprese, sulla  sua pronuncia  non  certo di Oxford, ma molto maccheronica, sulla sua proverbiale lentezza e puntai sulle sue conoscenze dei fatti  del mondo derivate dalle  frequentazioni sul web  e sulla sua capacità di cogliere il nesso nelle relazioni. Intuizione e logica non gli mancavano, mentre  pigrizia e apatia abbondavano. 
Continuò a raccontare di sé e delle sue relazioni interpersonali  agli assistenti sociali e agli educatori, obbedendo ai dettati del giudice. Continuò a frequentare la scuola sino alla fine, senza mai assentarsi un giorno, ma sbuffando quotidianamente. Quando entrava e quando usciva.
Superò il primo anno non senza qualche difficoltà, con alcune  insufficienze che colmò agli esami di fine Agosto.
Aveva 16 anni quando, finalmente, fu assegnato al padre. L’inizio della seconda superiore coincise  anche con una nuova vita a due e  un rapporto da ricostruire nel segno della continuità e della condivisione di un progetto di vita. Con una certa serenità nell’animo Pietro proseguì gli studi,  sempre in bilico, però, tra apatia e apparente disinteresse e sempre in altalena col profitto.
Lo persi due anni dopo, all’inizio della quarta,  quando fui assegnata ad altre classi. Ci incontrammo nel corridoio della scuola  a metà Settembre, nel caos dell’intervallo. Ebbi la netta sensazione  che mi stesse aspettando, appoggiato allo stipite della porta, con il capo, libero dal cappuccio,  reclinato sulla spalla  e  le mani sempre nascoste nelle tasche. 
Gli occhi, sgranati in una malinconica  espressione,  parlarono prima di lui.
“Prof, perché ci ha abbandonato?, liberò con un tono lamentoso quando ci trovammo uno di fronte all’altro. 
“Ci manca”, continuò  sostenendo  per la prima volta  il suo sguardo nel mio, regalandomi, poi,  un sorriso di riconoscenza.  Nel gelo che seguì  a quella rivelazione inaspettata  ebbi il tempo di osservare  meglio quel mio studente:  avevo di fronte non più un ragazzino imberbe ed impacciato, ma un giovane uomo, distinto nei  modi  e ben curato, dall’incarnato un po’ più roseo e dalla capigliatura  definita con cura. Un giovane cresciuto in fretta  che con la vita aveva già fatto a pugni diverse volte e che messo alle sbarre aveva sfoderato  colpi prodigiosi. E vincenti.
Balbettai, trattenendo a stento  l’emozione, una  risposta  che non lo convinse più di tanto. E  quella volta fui io a tenere gli occhi rivolti a terra.
“Impegnati e comportati bene anche quest’anno ”, riuscii  a  dirgli nel congedarmi da lui. Ma prima che mi dileguassi con il cuore gonfio e le gambe deboli, lo sentii urlare:
 “Prof, aspetti. Facciamoci un selfie!”
Mi girai e mi avvicinai a passo deciso verso di  lui  che tra le mani già  racchiudeva il telefonino. Le varie  foto che scattò  ritraevano  due volti ravvicinati e sorridenti , due identità accomunate da un lungo e delicato percorso, due anime finalmente appagate.

“Fai attenzione alle piccole cose, perché un giorno ti volterai e capirai che erano grandi” ( Jim Morrison)

giovedì 28 marzo 2019

Patrizia Martini - Ho sempre un pensiero per te

La notte mi capita spesso di sentirmi protetta e serena mentre galleggio nel liquido amniotico dei sogni, svegliarsi, invece, è sempre un trauma. Chissà come mai, di prima mattina, sono sempre assediata dai pensieri tristi! Quando il sonno mi abbandona, affiorano alla mia mente tutte le cose che non vorrei ricordare. Certe volte ho talmente tanti dubbi che non sono più sicura di niente, tu lo sai questo vero, amore?
Domanda retorica, tanto, fino a stasera, non ti rivedrò.
Sto facendo colazione con la testa confusa, ma ho fame, ho sempre tanta fame di te, sarà buon segno? Il cibo è sempre stato qualcosa che mi serve per sentirmi piena, soddisfatta, anche quando non lo sono.
Proprio come ora.
Indosso la solita corazza, quella che mi serve per entrare nel mondo reale, e mi precipito fuori casa per andare al lavoro. L’ultima neve sporca soffoca il verde stinto del prato, è ancora inverno, il tempo passa e io con te sono sempre in attesa che arrivi la bella stagione.
La giornata trascorre più lentamente che mai e il mio pensiero è sempre fisso, non ho detto niente a nessuno di come stia andando fra noi. Visto che a te tengo molto, preferisco non svelare, né condividere il pronostico.
Di sicuro c’è che ‘sto lavoro che faccio è uno schifo.
A volte un pensiero mi sfreccia come un lampo in testa e il sorriso mi svanisce dalle labbra: avrei potuto continuare a studiare, prendere tempo, occuparmi meglio della mia vita e concentrarmi sul mio futuro, ma il bisogno di indipendenza economica mi ha portato a decidere diversamente; tanto, errore più errore meno, che differenza farà mai? Ora però non sono per niente sicura di aver compiuto la scelta migliore perché, così facendo, ho perso di vista me stessa e, anche volendo riprendere l’Università, la cosa non mi riuscirebbe facile. Il peso delle decisioni che dovrei prendere mi svuota completamente.
Quasi quasi chiamo la mia migliore amica per informarla sullo stato dell’arte, posto che ciò che vorrei raccontare possa mai interessarla e voglia suggerirmi qualcosa per riempire il buco nero che ho dentro. Ci conosciamo da quando eravamo bambine, siamo cresciute insieme. E’una delle poche persone che riesco a sopportare quando sono giù di morale come ora. Funziona così tra noi, non c'è bisogno di tante parole.
Studia da tre anni da un'altra parte d’Italia e mi manca. In certi giorni la vorrei accanto a me e il saperla irraggiungibile mi fa star male, ma, ancora una volta, ho dovuto accettare la situazione e andare avanti.
Poi è entrato lui nella mia vita. Forse è meglio così: avere nostalgia di un’amica lontana è meglio che accapigliarsi perché ci piace lo stesso uomo, non è forse vero?
Al secondo squillo risponde.
- Ciao, come stai? - mi chiede subito, come fosse una domanda obbligata, di quelle che si pongono a chi ha sempre troppa dimestichezza con i guai.
- Come pensi possa stare? Devo proprio spiegartelo, non riesci a capirlo da sola? - è vero, certe volte sono un poco dura, ma altrettante volte ho i miei buoni motivi…
- Nessuna novità, vero? - mi chiede con rassegnazione.
- Tu che dici?
- Mi spiace, cocca!
- Comunque ci ho provato, sto lottando per quello in cui ho creduto, nessuno mi potrà rinfacciare di non voler vivere i miei desideri, e, qualsiasi sia la fine di questa storia, sarà solo un incidente di percorso, un altro, insomma… - che inutili melensaggini!
- Davvero quando fai ‘sti discorsi sembra che tu abbia sessant'anni – dice, sbuffando.
- E tu, quando finirai di bistrattarmi? - Non la sopporto quando fa queste semplificazioni, ognuno parli per quello che ha vissuto. Io ho avuto un’infanzia e un’adolescenza difficili, ho dovuto imparare ad arrangiarmi da sola, in fretta, e non ho avuto altra scelta che quella di ragionare troppo presto come un’adulta. Certe volte lo rimpiango, ma poi, quando mi trovo davanti a storie complicate come questa con …, beh, ma che lo scrivo a fare ormai il suo nome?, sono più che felice di sapermi arrangiare, poiché vuol dire che so prendere una decisione per me stessa, nonostante tutto, e lei, se davvero è convinta di conoscermi bene, dovrebbe sapere che non è il caso di menarmela così!
- Si scusa, non fraintendermi, è che tu affermi sempre di avere le idee così chiare, di sapere sempre cosa vuoi dalla vita, dovrò mica insegnarti qualcosa io? E a che titolo poi? Spero che tu ce la faccia a non lasciartelo scappare, poiché sei una persona determinata che non si arrende tanto facilmente, o no?
- Qualsiasi decisione prenda, sarà mia, che sia sbagliata oppure no, non avrà importanza - ma perché abbasso così tanto il volume della voce? Non voglio essere ascoltata neppure da me stessa? - Ho imparato che ci sono delle conseguenze per qualsiasi scelta io metta in campo, dovrò solo decidere se ne valga la pena… Altrimenti c'è sempre una soluzione a tutto, sempre, anche quella di restare ancora sola. E poi non è l’ultimo ragazzo di questo mondo… - finisco un po’ in leggerezza, per tranquillizzarmi, ma ho il cuore gonfio di tristezza.
- Ci si vede nel fine settimana, così mi racconti meglio, ok? – fa lei sbrigativa, forse adesso ha altro di meglio da fare che stare a sentirmi.
- Sì, mah, non lo so… – e, senza aspettare una sua risposta, oggi butta così, chiudo la comunicazione.
Che gusto ci sarebbe adesso nel sapere il finale della nostra love story?
Se rimanessimo insieme, ammetto che sarebbe un bel successo, se lui se ne andasse un brutto epilogo, ma io comunque non voglio che questa relazione abbia un esito prevedibile, scontato.
Sono divenuta molto prudente, questa cosa almeno l'ho imparata dalle mie esperienze sentimentali sconclusionate: non c'è mai fretta di cacciarsi nei guai col primo che capita... L'amore è davvero un bel casino: ho collezionato tante storie, spesso finite appena sul nascere, e quest’ultima, durata più di tutte le precedenti, sono certa che mi lascerà il segno.
Mi tocca sempre di vivere quelle situazioni in mezzo a un guado, in cui non riesco mai ad arrivare dall'altra parte, sulla sponda della felicità, della realizzazione di me, della serenità, sempre lì, quasi a portata di mano, ma, in realtà, off limits.
Forse mi ha dato troppo poco anche la mia stessa città, egoista e arida come sanno esserlo soltanto i posti senza storia, senza reti di salvataggio, dove ognuno pensa soltanto ai comodacci propri. Né grande, né piccola, che d'estate diviene un acquitrino soffocante, buono soltanto per farci ingrassare le zanzare, e d'inverno un freddo deserto.
E tu che stasera non mi chiami, chissà perché poi, che mai starai facendo? Hai davvero paura delle mie reazioni da donna abbandonata o sei già a caccia di altre prede?
Ricordati che io sempre un pensiero per te, ogni giorno, dolcemente, e il distacco subdolo che adesso sta nascendo tra noi non fa parte di un automatismo naturale. Perché deve andare a finire così? Ti sei già stufato del giocattolo nuovo?
No, non rispondere, ascoltami soltanto un poco, ti ruberò un frammento del tuo tempo, null’altro, tanto tutti e due sappiamo che hai già deciso…
Lo so che i lupi sono animali liberi, mi affascinano proprio per questo, che non si controllano per natura, e per istinto trovano spesso riparo in molte tane.
Tu sei un individualista, uno che ha delle idee molto particolari sul suo stile di vita.
Forse i tuoi rapporti con le donne sono sempre stati accessori, li vivi fino a un certo punto e ti va bene così, alla mordi e fuggi, insomma, in questo senso non sei né unico, né raro, purtroppo.
Vedi, amore mio, c'è una cosa che devo dirti: hai sempre cercato di imporre all'interno del nostro rapporto, con una certa supponenza, un distacco, una netta cesura tra me e te che mi hanno lasciata perplessa, un po’ come se tu già sapessi il come e il quando sarebbe andata a finire tra noi e che comunque sarebbe finita …
Io sono diversa, contraddittoria, ma sognatrice, ti potrei assecondare, ma non ci porterebbe da nessuna parte. Da idealista quale sono, non vorrei perderti, ma non te ne farò una colpa...
Nel bene o nel male si cresce e si matura confrontandosi con persone di estrema qualità; la staticità, la regressione è dovuta a confronti scontati, rassicuranti, quelli che non ti lasciano nulla. Insomma, ci dev’essere complicità tra due amanti.
Ma allora come puoi dire che ti piaccio e poi prendere le distanze da me, manifestare apertamente disinteresse e freddezza nei miei confronti, farmi sentire così tanto sola?
Con l’esperienza ho capito che è difficile che le persone possono cambiare, i rapporti amorosi o di amicizia duraturi tra un uomo e una donna sono essenzialmente accettazione dei limiti e indulgenza per i difetti dell'altro.
Forse per te è più importante sempre e comunque affermare la tua tanto decantata intelligenza, la tua invasiva supremazia maschile, il tuo volerla vinta a ogni costo, va bene, questa volta la sconfitta sono io.
Troppe volte ho pensato di non essere all’altezza, troppe volte mi sono incolpata dei miei fallimenti amorosi, succederà così anche questa volta? Non lo so. Troppe volte i tuoi “ma” mi sono pesati come macigni sul cuore, che è forte, ma, forse, non abbastanza per ritrovarsi e ricominciare.
In questi ultimi due anni, la mia vita è cambiata, io sono cambiata stando con te. O forse, in verità, la mia vita è rimasta sempre uguale, ma il mio modo di sentirmi viva, invece, era diverso: era in funzione tua.
A questo punto però non ho più paura nel dire di no, non mi spaventa che qualcuno ci rimanga male se non sono fragile, non mi dispiace più essere egoista. Inizierò a pensare a me, a quello che mi fa stare bene.
Alcuni mi ripetono che mi sottovaluto, che sono troppo cattiva con me stessa e che non noto tutte le buone qualità che potrei mettere in risalto, ma io non riesco a non bacchettarmi, accidenti! Quando conosco una persona nuova, quando un ragazzo mi piace, diventa normale per me metterlo in guardia sul fatto che sono una tipa difficile, che non si deve sentire in imbarazzo e non deve preoccuparsi se questo non gli va, perché tanto io capisco, ci sono abituata. Con te è successo così, lo ricordi?
Voglio essere sincera: anche se adesso mi sento svuotata dì ogni energia, anche se ci sono state tante persone che mi hanno ferita, e non mi riferisco soltanto a te, anche se stare da soli non è il massimo, non mi batterò il petto, non inizierò a piangere sulla tua spalla. Se non mi vuoi, allora è altamente probabile che non mi meriti, da domani ognuno andrà per la sua strada, senza rimpianti, o almeno così spero per me…
Mi hai resa felice standomi vicino, lo devo ammettere, ma ho provato anche paura, ansia, inquietudine, poiché ti amavo talmente tanto che lasciarti, farti del male, pensare di tradirti o non vederti ogni sera mi sconvolgeva.
Strana cosa la vita: ora tutto questo sta accadendo a me. E sembra che a te non importi particolarmente, ma non te ne serberò rancore. Si gioca ad armi pari.
Tu, l’uomo della vita, quello cui avrei potuto appoggiarmi, che mi avrebbe accolto e capito, ma anche colui che, inutile nasconderlo ormai, mi lascerà, sussurrandomi:
- Ho bisogno di riavere la mia libertà, riuscirai a non farmene una colpa?
Ti risponderò con un sorriso: - Non dire altro, non rovinare tutto, la nostra è stata una bella storia…

lunedì 2 luglio 2018

Marco Gagliani - L'ultima notte sulla terra

Il buio non sarebbe durato a lungo, ma a lui andava bene così. Alla fine era arrivato su quella panchina del belvedere di Castelletto, aveva respirato lasciando uscire un ultimo sbuffo di vapore bianco dal naso e si era lasciato scivolare dolcemente su quella stessa panchina. La vista da lì era stupenda, di giorno si poteva ammirare la città in tutto il suo splendore, con le macchine e le persone, tutti in movimento, tutti indaffarati, senza che l'idea che qualcuno li stesse osservando potesse sfiorarli; anche se il suo sguardo veniva attratto più che da tutto il resto dal manovrare delle navi in porto. Giganti di metallo che si muovevano entrando in città con lentezza e discrezione, quasi a chiedere il permesso, trasportando al loro interno meraviglie di mondi lontani ed allora ancora irraggiugibili, o genti che si apprestavano a rendere omaggio alla superba perdendosi nelle sue meraviglie. Ora, nel silenzio delle ultime ore della notte, sotto ai suoi occhi si spiegava uno spettacolo quantomeno inusuale, il silenzio di tutta la città era interrotto solo dallo spirare del vento gelido, per il resto nulla, nessun movimento, nessun rumore molesto, solo la pace di qualche migliaio di anime che riposavano nell'attesa dell'alba. Quello era senza di dubbio il suo posto nel mondo, quella panchina per lui c'era sempre stata, ogni volta che nella sua vita si era trovato dinnanzi ad un bivio piuttosto che a una svolta il buon Giacomo era andato lì, su quella panchina a guardare il suo mondo e a pensare. Gli piaceva pensare, gli piaceva davvero tanto, non che credesse fosse utile, non sempre quanto meno, anzi, a volte il pensiero lo portava ad affacciarsi su abissi spaventosi, ma proprio quest'esercitarsi in una pratica che tutti ritenevano ormai inutile, una perdita di tempo, specialmente in un'epoca che si apprestava a superare la modernità e che avrebbe trasformato il tempo stesso in denaro, gettare al vento un paio di banconote di tanto in tanto assumeva per lui un valore catartico. Andava a saziare perfettamente quella sua necessità di viaggiare in direzione contraria rispetto al mondo, di non avere paura di alzare una voce capace di distinguersi da quella della massa, e ripeto, non che gli avesse portato qualche beneficio materiale, ma la sua anima in quell'esercizio tornava a vedere la luce.
Su quella terrazza era giunto per la prima volta un'ottantina di anni prima, in un giorno di inizio giugno, per essere precisi l'ultimo della quinta elementare. Uscito da scuola era stato colto da uno stato di profondo turbamento, come se ogni certezza fosse crollata, come se si fosse trovato esposto per la prima volta a un mondo tanto difficile da comprendere, sentì in cuor suo di avere la necessità di mettere un freno a questo disfarsi delle cose. Dopotutto la classe, il signor maestro, tutto ciò che lo aveva più o meno dolcemente cullato in quegli interminabili cinque anni si era dissolto al suono dell'ultima campana. Così passo dopo passo, nella strada verso casa, quando era giunto di fronte a quella panchina, per la prima volta aveva distolto gli occhi dalle sue scarpe blu e in quel momento aveva sentito un'attrazione quasi magnetica, nulla gli avrebbe impedito di sedersi lì, anche solo per un paio di minuti. E infatti andò così, curiosamente la visione di quell'immensità non lo spaventò e nemmeno lo meravigliò, generò semplicemente un senso di pace; se quello era solo un puntino sul mappamondo, e già era così grande, figuriamoci cosa doveva essere la fine delle scuole elementari per il mondo intero, un nulla. Sentirsi insignificante lo fece stare bene, si sentì leggero, quasi felice, tanto da scordarsi del passare del tempo, e poco importava degli schiaffi presi per essere rincasato con il buio, quella sensazione avrebbe reso sopportabile qualsiasi cosa.
Su quella stessa panchina si era concluso il primo appuntamento con la sua Maria, si erano salutati, timidamente senza baci, solo un sorriso, non aveva avuto il coraggio di andare oltre, dopotutto era ancora un ragazzino e quella cosa che gli si agitava dentro, fino a tenerlo sveglio la notte e a contorcergli le viscere non sapeva bene come gestirla. Non avrebbe mai potuto dirle esplicitamente quello che provava, troppo difficile, troppo distaccato, e poi non era una cosa da uomini, alla fine se avevano passato quel pomeriggio a parlare e camminare, da soli, voleva dire che lei sapeva, insomma era una donna, come avrebbe potuto non saperlo? Erano passati mesi, mesi e kilometri di strada fatta insieme senza che succedesse nulla, alle volte un brivdo gli correva lungo la schiena quando le mani che ciondolavano a ritmo di marcia si sfioravano, poi erano tornati lì, sul belvedere ed erano rimasti a guardare il tramonto calare sulla città. Infranta la regola di tornare prima di sera Luca pensò che avrebbe potuto anche infrangerne un'altra, e così, guardandola negli occhi, con il cuore che cavalcava all'impazzata spargendo per tutto il corpo un miscuglio di emozioni indecifrabili e il fiato cortissimo come se avesse corso una maratona, non che in quel momento respirare sarebbe servito a qualcosa, ne avrebbe potuto fare benissimo a meno, con un tremolio delle labbra che tradiva il pandemonio che lo stava travolgendo, la baciò. In quell'istante sperò ardentemente che quelle sarebbero state le uniche labbra che avrebbe baciato nella sua vita e di non dover mai smettere di baciarle. E in effetti con il passare del tempo si convinse che un dio benevolo lo avesse ascoltato quel giorno, e quando la portò all'altare pensò di aver stretto un vero e proprio patto con lui "non osi l'uomo dividere ciò che dio ha unito" tutto era perfetto, al di là delle difficoltà, dei possibili litigi, di tutto ciò che il destino gli avrebbe messo davanti, la vita insieme sarebbe stata meravigliosa.
Sarebbe stata, se una sera, al ritorno dal turno non avesse trovato un bigliettino sul tavolo della cucina, una sola parola strisciante "scusami", nulla era rimasto di lei in casa, non un oggetto, non una foto e nemmeno il suo profumo. Se n'era andata da quella casa ma non da lui, Luca non l'aveva mai dimenticata, e come si fa a dimenticare il motivo per cui si vive, nel suo mondo fiabesco la loro storia non era finita, sperava che in qualche modo si sarebbero ritrovati, anche dopo "cinquantun anni, nove mesi e quattro giorni" come in quella meraviglia del Gabo Marquez, che tanto l'aveva consolato e aveva fatto ardere il fuoco della speranza. Peccato che alla fine non fosse andata così, e anzi, il buon Luca pensava che il fatto di non sognarla nemmeno più da così tanto tempo fosse indicativo del fatto che la sua storia stesse finendo, erano ben trentun giorni che non gli appariva, non gli era mai successo.
Ora la notte si tingeva di rosa e gli uccellini sugli alberi ai fianchi della panchina avevano iniziato a cantare, aveva sempre odiato quel suono che gli impediva di dormire quando distrutto dalla fatica tornava a casa dopo il turno di notte, curioso come questa volta non gli avrebbero impedito di chiudere gli occhi. Per una volta nessun potere avrebbe potuto fermarlo o impedirgli di fare ciò che voleva, anzi, forse uno sì, il solito Dio che come la vita gli aveva insegnato non era infinitamente potente e buono, esattamente come tutti i poteri esercitati dalla gente. All'inizio lui ci credeva nel potere, credeva davvero che se fosse stato ben esercitato avrebbe potuto cambiare il mondo, c'aveva creduto quella volta che aveva scritto "Antoniazzi" sulla scheda elettorale, quel suo compagno di classe un po' scalmanato ma che infondo era sempre stato un buono, credeva che non si sarebbe scordato del suo paese, delle sue origini, che non sarebbe stato fagocitato dal sistema. Al secondo mandato venne arrestato per tangenti, su qualche articolo di giornale la solita scusa "lo fanno tutti" e forse era anche vero. Aveva creduto nel potere anche quella volta che quel suo collega, ragazzino di diciannove anni, era morto, orribilmente schiacciato in cantiere, e quando i sindacati avevano alzato la voce per guidare una protesta affinchè non ci fossero più morti bianche, affinchè nessuno dovesse più sottostare a turni massacranti, affinchè nessuno fosse più sfruttato lui c'aveva creduto. Aveva pertecipato alle assemblee, all'occupazione del cantiere, aveva sfilato per la città, fin sotto la sede del comune, dove quel potere con cui pensava di poter parlare si era arroccato e sentendosi minacciato aveva delegato il dialogo ai reparti della celere; ma lui credeva in quell'utopia ed era rimasto a testa alta, in prima fila. Peccato solo che quando il potere dei manganelli fece zampillare sangue anche dalla sua testa, con lui non ci fosse nessuno dei sindacalisti che megafono in mano avevano aizzato la folla, esattamente come quando un paio di giorni dopo gli fu consegnata la lettera di licenziamento "Vede, noi vorremmo aiutarla, ma credo che lei si sia spinto davvero troppo in là". Anche quel giorno si era seduto sulla panchina a piangere con il volto tra le mani, un'altra picconata aveva fatto crollare il mondo che tanto faticosamente aveva costruito, dentro e fuori di sè, in tutti quegli anni.
Ora, con il sole che faticosamente emergeva dal mare, dopo aver fatto i conti con la propria vita, una vita che malgrado tutto non riusciva a definire amara, Giacomo pensò che la fine fosse veramente arrivata, chiuse gli occhi e sorrise. Certo non era andato tutto come aveva previsto, anzi quasi niente, ma il fatto che le cose fossero andate diversamente non doveva significare per forza che si fosse trovato male, lui alla vita aveva dato tutto, non avrebbe cambiato nulla del suo percorso, nè di ciò che era, lei non gli aveva dato poi molto ma pazienza, la vita è anche questo e forse la cosa migliore che potesse fare era lasciarla senza rimpianti.
E poi chissà, forse dall'altra parte avrebbe rincontrato quelle labbra.

Tiziana Delsale - Mandrea

Isola, terra brumale
 micro bulbo stanziale

dalle radici tue vagabonde
le idee fervono errabonde

prudono le ore gioconde
starnutisce il tempo gioviale

gocciola il cuore di bellezza
 in quel fazzoletto di gaiezza

gira nudo il cielo, il canto sale

di chiacchiera si spumeggiano le onde
sul suo cuore, stesa, la rena risponde

con l’affettato tono nasale

la voce del granello
raspa di notte l’avello.

Di Mandrea, il segreto
tesor di bosco, sul dir faceto

tace la luna, dormono le rondini
in volo, sulla verità di frassineto
              che ancora si nasconde.

Tiziana Delsale - Alan

Quello che non ho una canzoncina
qui dentro, da cantare,
nel freddo e calmo mare.

Più in basso, e ancor più giù
guizzando
balene e Pinocchi,
migranti
verso le sorgenti di fiabe
eterne,
trasportano i singhiozzi
di stelle
su minuscole barche
di luce
e la croce d’amore
con braccia
di bambino esangue
solleva
il corpicino mio, or che
s’ammuta
la taccia di clandestino.

Quello che non ho sono le paroline
del fratellino, il destino da fronteggiare
e il nostro freddo e calmo mare.

Barbara Stangalini - La casa nel viale alberato

E' quasi un bel giorno di festa, ed ancora immagino di aprire quella finestra e poter vedere davanti a me i colori e le sfumature del cielo sul far della sera, mentre ogni luce si accende dando atto a quel pittoresco paesaggio un po' surreale e un po' incantato.Era bello soffermarsi a lungo ad ascoltare il gracidare delle rane ed il vocio dei grilli mentre la sera lenta scendeva, e noi si chiacchierava animatamente perché ogni piccolo oggetto ed ogni particella del creato diventava poesia...e allora avrei voluto rimanere lì ogni giorno della mia vita e poter gioire nella sera di un luogo splendente e fatato. A volte, quando a tarda notte si alzava un filo di brezza, si udiva solo il rumore delle frasche, e l'ombra degli alberi ondeggiava un po' creando disegni più scuri, e pareva che danzassero davanti a noi,che nottambuli proseguivamo con il nostro chiacchierio a bassa voce per non spezzare l'incantesimo.
Quando il sole si destava inondando le stanze il mattino seguente, tutto appariva differente e la poesia si fermava momentaneamente, perché di giorno tutto tornava alla normalità, il tintinnio delle tazze della colazione trasmetteva buonumore, disegnando un sorriso sul volto mentre gli occhi ancora un po' stropicciati dal sonno iniziavano lentamente a svegliarsi, sereni e lieti in quella stanza dalle bianche e trasparenti tende.                       
Le ore mattutine trascorrevano così velocemente, e mentre la disco music di quegli anni suonava, io giravo impaziente e contenta canticchiando,perché tutto era così perfetto in quel luogo,e quando l'orologio scandiva quasi il mezzodì scendevo le scale correndo e lesta me ne andavo per quella strada che continuai a percorrere anche in seguito senza mai stancarmi. Entrando nel negozio di gastronomia si sentiva il profumo del pane appena sfornato, ed ogni giorno ne uscivo con un piccolo cartoncino triangolare di crema alla vaniglia, dolce come la freschezza dei sapori di quelle terre.
E' quasi un giorno di festa, e immagino di udire quel passo veloce che gira l'angolo della strada ed il campanello che suona trillante mentre sto preparando una frugale cena a base di focaccia calda con patè di olive e frutta di stagione; come sempre mi sono attardata un po' a giocare con i piedi nell'acqua ed a chiacchierare con due amici che mi portano le albicocche appena colte dalla pianta ed ho ancora la sabbia nelle ciabatte, ma la sera è lunga e quando si accendono le prime luci penso che si potrebbe andare a vedere un film in paese o a fare una passeggiata ed incontrare un po' di gente.
Era una casa all'ultimo piano, bella e splendente, e quando entravo nell'ascensore sentivo un tipico ed inconfondibile profumo, che a risentirlo oggi mi riporta sempre là mentre il cuore si stringe un poco con nostalgia, e l'allora fabbrica di detersivi in quella strada che scendeva dritta verso il centro non esiste più, e al suo posto sento così l'odore delle fronde degli alberi che si ergono ad ombreggiare il cammino.A volte mi ritrovo a passare di lì e mentre ancora non mi stanco di ammirare il dolce paesaggio, mi rivedo piccola e tenera, magrolina e poco agile, mentre siedo sul balcone soleggiato ad attendere il pranzo o la cena, e mi domando sempre perché ho dovuto andar via, mentre la brezza scuote lievemente i rami e si odono le onde miti tra gli scogli.
Penso che sarebbe così favoloso potersi svegliare al mattino con l'aria salmastra che entra dalla finestra mentre in cucina qualcuno prepara un caffè fumante da consumare a tavola prima di uscire a  sbrigare le proprie faccende. Non è diverso questo cielo dal mio e non è neppure sgombro da nubi, ma è un cielo di città, pallidamente azzurro e anche un po' afoso, e non si sente il canto dei gabbiani o la salsedine sulle braccia, ma mi è stato dipinto un po' così, e non è che si senta meno il peso di questi giorni, ma quando tutto diventa più difficile e l'animo si rattrista, penso alla casa lungo il viale ed alla felicità degli anni lontani, come se fossi ancora là, come se non me ne fossi mai andata.
Non è detto che si possa vivere una vita come vorremmo, non è detto che si possa essere felici, non è scritto da nessuna parte che staremo sempre con le persone che amiamo e neppure che staremo con loro,ma ci sono persone che segneranno la nostra esistenza, persone che hanno determinato momenti importanti e persone che abbiamo incontrato sul nostro cammino anche solo per poco tempo e che ricorderemo sempre, persone a cui abbiamo voluto bene e che non ci sono già più,e persone che preferiremo scordare perché ci hanno fatto male, ma è comunque la nostra vita, quel passaggio sulla terra di ognuno di noi che, bene o male, lascia un segno; in realtà, quando qualcuno se ne va in punta di piedi senza far rumore,è solo per non rattristarci ulteriormente e non vederci soffrire, ma sicuramente è conscio di quanto grande sarà il vuoto che lascia dentro dentro di noi.
E'un cielo di giugno, diverso dallo scorso anno, i raggi del sole non scaldano poi così tanto e non c'è chi si siede ogni tanto a quel tavolo a mangiare qualcosa e a chiacchierare un po', è tutto così vuoto e il ricordo torna ad una piccola stanzetta ed i passi sotto il caldo rovente, le frasi buttate lì ed i sorrisi tirati per non farsi vedere affranti, andarsene un'ultima volta senza più voltarsi perché anche quel tempo era finito...un attimo solo e poi più niente, e allora conto i battiti del cuore ed i giorni sul calendario, e me ne andrò un po' contenta e un po' impaziente, e ogni tanto tornerò su quel viale alberato, che contiene ancora oggi la spensieratezza di quei teneri anni.
Era una casa piena di luce, e tra tutte mi pareva la più bella forse perché era la più bella, perché in ogni luogo che amiamo c'è una parte del nostro cuore, e negli anni che seguirono non riuscii mai a scordare quel profumo che sentivo ogniqualvolta aprissi la porta d'ingresso del palazzo, un particolare che mi rimase impresso come qualcosa di indelebile ed inconfondibile.
E' quasi un giorno di festa, ma non sento quel passo veloce arrivare e la voce squillante, è quasi luglio e la città fatica a mettersi l'abito estivo, ogni tanto le vie del centro si popolano di gente ma non c'è lo spirito vacanziero di chi ha voglia di riposarsi un po' dopo tanto tempo, la sera scende senza che il tramonto sia così poetico e soave da volersi soffermare un po' ad ammirarlo, ma soprattutto non c'è chi rientra lieto dopo una lunga giornata, e allora penso alla casa nel viale alberato, che dopo tanti anni è ancora là, intatta nella sua bellezza, perché non esiste solo nei miei sogni o nei romanzi d'amore, bensì c' è sempre stata nella realtà, ed è quella che ancora oggi tutti denominerebbero “la casa della felicità”.
Quando le raccontai la vicenda, Rose mi sorrise tendendomi la mano e mi indicò un punto vicino da cui si poteva vedere la casa, cosicchè mi rasserenai un poco perché realmente significava tanto, e anche se sapevo che quei giorni non sarebbero più tornati, forse in questo modo sarei riuscita a sentirne meno la mancanza.
Nelle sere di fine estate, quando tutti se ne andavano a dormire, ci attardavamo a discorrere sui fatti del giorno, e Rose col tempo ebbe un posto importante nella mia vita, tanto che non passava giorno che non pensassi un po' a lei, ed il favoloso paesaggio lo guardavo assieme a lei da una grande terrazza, respirando l'aria a volte calda a volte più fresca, specie quando soffiava il vento di tramontana, e quando non si udiva più un suono che non fosse il gracchiare delle rane, allora ci si ritirava ognuna nella propria stanza a leggere due righe prima di dormire.
Era un giorno ancor tiepido quando, voltandomi a guardare la stanza prima di chiudere la porta dietro di me, sentii una morsa stringermi il cuore, come uno strano presagio, scesi le scale e diedi un  bacio a Rose con la promessa di sentirci al più presto, ma non appena salita sull'auto fui pervasa da un'immensa tristezza, diversa dal solito, con la netta impressione che qualcosa stesse finendo.
Non la vidi  mai più: se ne andò un giorno di primavera all'improvviso, portando con sé tutto l'entusiasmo e la tenerezza dei ricordi più belli.
Oggi guardo il suo viso che mi sorride da una foto; sento la salsedine sulla braccia e gioco un po' con la sabbia fino a quando mi va. Non ho più sentito quella voce squillante di chi con il passo deciso veniva verso di me, e non c'è il sorriso di quel volto che ogni giorno entra in casa felice e premuroso con una carezza per poter rinnovare quell'affetto, reinventando la vita ogni giorno in modo diverso per non annoiarsi mai e percorrere assieme ancora un tratto di strada, ma comunque grazie, a chi un giorno ha bussato alla porta del cuore e  con la sua amicizia ha saputo rasserenare parte della mia vita.
E' quasi un giorno di festa, c'è ancora il vento ed ho ancora tanto da fare, è un'altra volta estate e si sente nell'aria, ma ora scusate, perché l'orologio mi sta dicendo che è quasi ora di pranzo, è tardi e  devo  proprio andare, stavolta mi siedo quasi in mezzo al salone: oggi menù speciale.
- Grazie Rose, grazie di tutti quegli anni felici!