sabato 28 maggio 2016

Elena Forni – Primo filo

Notte insonne.
Dio porti via l’uomo
con un ricatto.
Scaraventato solo,
tra mosche annegate.
Mare di alba.
Il fastidio protegge
da noi poveri.
Mantenere i ruoli
non innalza i pesci.

Sandra Gonnella - Come è profondo il mare

Ed eccoci qui, in un gelido mattino d'inverno, passato a bere un thè caldo al limone e ad inzuppare biscotti, insieme ad Andrè, seduti al tavolino in legno del salotto di casa mia. Non esisteva panorama più bello di quello che destava davanti ai miei occhi color nocciola alla luce del sole e nero corvo al buio. Non avevano paragone i suoi occhi in confronto ai miei.
Facevano su e giù, un po' sulla tazza fumante, seguendo il movimento della mano mentre inzuppava il biscotto, ed un po' riflesso nel mio sguardo. Lo osservavo mentre, con le sue labbra carnose, nascondeva l'addentare dei biscotti mollicci e bagnati, i suoi preferiti.
Ogni sua piccola occhiata per me era un lampo azzurro di acqua salata del mare, non importava quale. Forse l'oceano Atlantico o quello Pacifico. Forse semplicemente mi ricordava il mare schiarito della Sardegna, dove ogni estate passavo le vacanze con la mia famiglia.
Un milione di goccioline azzurre schizzavano dai suoi intensi e vorticosi occhi cerulei e si dirigevano all'interno delle mie pupille. Il colore dei suoi occhioni cambiava in base al tempo, proprio come il mare. Più faceva freddo e più si ingrigivano.
<<Voglio proporti una sfida.>>
Alzai il capo dalla mia bellissima tazza color panna e lo osservai attentamente.
<<Di che si tratta?>>
Gli chiesi buttandomi in bocca il biscotto inzuppato prima che si spezzasse e cadesse dentro la bevanda bollente e dolcificata da due zollette di zucchero.
<<Voglio che mi guardi, che mi osservi attentamente negli occhi.>>
Sapeva benissimo che uno dei miei punti più sensibili erano i suoi occhi, i suoi sguardi, ma soprattutto il fatto di doverlo osservare così intensamente.
<<Affronta le tue paure.>>
Aggiunse facendosi crescere sul viso un malizioso sorrisetto, proprio come quello che faceva di solito quando voleva ottenere ciò che richiedeva.
<<Ci sto.>>
Non potevo minimamente immaginare in che luogo mi stessi cacciando: nella profondità dei suoi occhi color mare.
Contemplai per qualche secondo le sue ciglia, il bianco del suo occhio e poi dritta nella sua pupilla dilatata. Intorno ad essa risaltava l'azzurro grigiastro che ricordava una forte mareggiata invernale. Le onde del mare erano ben chiare, un po' per le ondine che formava l'iride colorato ed un po' per il nero degli abissi che risaltava nella sua pupilla. Vedevo la profondità del suo sguardo penetrare nel mio cuore.
Assurdo.
Abbassai lo sguardo diretto sul pavimento.
<<Non ce la faccio.>>
Presi fra le dita l'orlo del mio maglione blu ed iniziai a giocherellarci.
<<Ti amo!>>
La sua voce maschile mi fece saltare su me stessa al suono del pronunciare di quelle parole. Aveva sempre scherzato quando si parlava di amore, ma quella volta sembrava sincero. Come se fosse stato il suo cuore a parlare.
<<Cioè, ti voglio bene... Perdonami non volevo.>>
L'imbarazzo mi fece arrossire le guance trasformandole in un colore rosato scuro che assomigliava a quello dei coralli marini.
<<Scusami. Senti, oggi voglio portarti in un posto.>>
Un espressione interrogativa mi apparve sulla faccia. Aveva chiaramente le idee confuse e pensai che probabilmente era il cambiamento di stagione da caldo a freddo.
<<Vestiti ed andiamo>>
Il grigio del cielo che osservavo dal finestrino, seduta sulla postazione dei passeggeri, risaltava sugli occhi di Andrè concentrati sull'asfalto, a guidare la sua bellissima seicento blu, proprio come il mio maglione che fuori usciva dal bordo della giacca nera. Era lo spettacolo più bello, l'alba e il tramonto in una volta sola. Ero così fortunata ad essere l'unica donna della sua vita. Sapevo che l'avrei accompagnato fino alla fine dei nostri giorni. Dovevo solo farmi coraggio, confessargli tutto. Ormai eravamo abbastanza grandi per riuscire a prenderci le nostre responsabilità.
Lui era la mia possibilità di riuscire a poter vivere di nuovo, era la cosa più bella che mi sia mai capitata in tutta la mia vita.
Arrivammo in un porto di mare dell'Emilia Romagna, distante un'ora da casa mia. Le onde erano movimentate, ma non troppo. Il solito grigio che combaciava con il cielo, era nel mare e negli occhi di Andrè.
Camminavamo vicini l'uno all'altra sul marciapiede che divideva la sabbia, che assomigliava al colore dei suoi capelli, e il porto dalla strada. Le lunghe ed infinite ringhiere di ferro verdi percorrevano diritte il bordo della spiaggia. Il piccolo cancelletto era aperto permettendoci di entrare all'interno del magnifico e sontuoso porto. La lunga distesa di staccionate in legno che apparve davanti a noi dirigendosi in mezzo al mare, era affiancata in ogni lato, per metà dall'acqua in movimento che sbatteva contro di essa e per l'altra metà dalla fredda sabbia d'inverno.
 <<Dai!>>
Si tolse le scarpe ed iniziò a camminare velocemente sulla sabbia facendomi gesto di imitarlo e di seguirlo.
Mi tolsi le scarpe afferrandole per la parte di dietro, facendole stare tutte e due in una mano sola, ed infilai i piedi nel gelo. Era fredda e umida. Un brivido punzecchiante mi percorse la schiena raggiungendo il retro del collo.
Andrè era girato verso di me, che mi guardava attentamente e molto divertito. Allargai gli occhi e gli sorrisi. Il sorriso più sincero mi uscì senza neanche accorgermene.
Strinsi le scarpe fra le dita e iniziai ad inseguirlo. Correvo e sentivo i granellini di sabbia sbattermi sulla schiena ad ogni mio sforzo che mettevo in ogni passo di corsa che facevo. Stessa cosa accadeva a lui, che correva all'impazzata, con le scarpe una in una mano e l'altra nell'altra mano, davanti a me ridendo e gridando. Continuavo a ripetermi di non smettere di correre, perché sapevo che molto presto sarebbe finito tutto e che ci saremmo fermati, saremmo andati avanti con il tempo, con i giorni e più tempo sarebbe passato e più cose sarebbero accadute, sarebbero rimasti solamente ricordi. Avevo bisogno di crearmi tanti ricordi, indimenticabili.
Ad un tratto Andrè si fermò e si girò afferrandomi al volo ed abbracciandomi in una stretta possente. Il suo petto era appoggiato al mio e sentivo il battito del mio cuore mischiarsi con il suo.
Il forte frastuono delle onde sugli scogli riempiva il silenzio che si era creato fra noi. Una vita di ingiustizie, pregiudizi, giudizi e di tante delusioni fu dimenticata in un istante. In ogni istante che passavo con lui vedevo diverse sfumature di colori delle quali, il più intenso, era l'azzurro. Colori che non avevo mai visto prima.
Era tutto perfetto: la classica scena romantica sulla spiaggia, quella che tutti vorrebbero, il classico momento che vorresti non finisse mai ma in realtà finisce subito. Perché le cose belle sono sempre quelle che svaniscono per prime.
Avevo gli occhi chiusi e lo stringevo dai fianchi con tutta forza che avevo. Mi vennero in mente tutti i momenti meravigliosi che solo con lui passavo. Tutti i sorrisi e le lunghe risate, i gesti e le protezioni che mi dava. Quando stavo con lui riuscivo a dimenticare i problemi che avevo con le altre persone e con i miei famigliari.
Non ricordo esattamente per quanto tempo restammo abbracciati ma ricordo che era tanto. Osservavo le punte dei miei capelli marroni incastrati fra le sue braccia e le mie spalle.
<<Vorrei che tutto questo potesse non finire.>>
<<Può non finire se tu lo vuoi.>>
Distaccai la testa dal suo petto mentre lui già mi stava guardando dritto negli occhi. Presi il coraggio a due mani e non staccai il mio sguardo dal suo.
L'intero mare Adriatico mi stava assalendo. Era come se fossi riuscita ad entrarci continuando a respirare. Vedevo i raggi di luce bianca che fuori uscivano dalle nuvole, dirigersi all'interno dell'acqua grigia del mare, e poi dritta negli abissi.
I nostri volti erano troppo vicini, proprio come mi sarebbe sempre piaciuto. Osservarlo da vicino e studiare i suoi adorabili e decisi lineamenti che ormai conoscevo a memoria.
<<Io lo voglio.>>
Era la chiave che fece aprire il mio doloroso cuore e la mia incasinata mente.
<<Molte volte vorrei che il tempo passato insieme non finisse mai.>>
<<Possiamo averne tante, anzi infinite di volte che vorremmo non finissero mai. Così tante che non dovremo neanche preoccuparci della loro fine>>
Come sempre, gli sorrisi abbassando lo sguardo.
<<Sai che per me è difficile aprirmi con le persone, riuscire ad avere un dialogo ed altro. Ma con te è diverso, è sempre stato diverso...>>
Lasciai incompleto ciò che finalmente stavo per dirgli dopo tanto tempo.
<<Continua, ti prego.>>
Appoggiò l'indice sotto il mio mento spingendomi il viso verso l'altro e obbligandomi a guardarlo negli occhi.
<<Hai portato molti colori nella mia vita. Ricordi quando, alla lezione di scienze della terra, la professoressa spiegava la formazione dei mari passando a parlare della loro profondità? Io non so quanto è profondo e penso che nessuno lo sappia realmente, è un numero indefinito di chilometri, ma penso di aver visto come è profondo il mare nei tuoi occhi e nel mio amore per te. Nelle cose profonde che viviamo insieme ogni giorno.>>
Non mi diede alcuna risposta, rimase lì a guardarmi senza lasciarmi andare dalla presa delle braccia intorno a me.
<<Io ti amo Andrè, e credo di averlo sempre fatto.>>
<<Anche io ti amo, ti ho sempre amata. Il mio “ti amo”, quello di oggi, era vero. Ho capito di amarti già da quando mi avevi chiamato piangendo supplicandomi di raggiungerti perché i tuoi genitori erano scoppiati in una lite e tuo padre ubriaco aveva spaccato una bottiglia di vetro minacciandovi di morte.>>
I suoi splendidi occhi si riempirono di lacrime salate che cercavano di sgorgare ma lui non gli permetteva di farlo, proprio come il mare con le sue onde tenta di scalare la riva ma alla fine tornerà sempre indietro. Non l'avevo mai visto piangere, e vederlo con le lacrime trattenute era già un grande passo per lui.
<<Quando ti ho sentita piangere al telefono dicendomi che saresti potuta morire, beh che tuo padre avrebbe potuto farti del male, in quel momento non vedevo altro che te e sentivo solo il mio dolore lancinante nel petto e nello stomaco. Sono corso da te e ti ho vista sana e salva fra le mie braccia.>>
Era accaduto almeno quattro anni prima e già allora mi amava. Lo amavo anche io ma nessuno dei due aveva mai avuto il coraggio di confessarlo. Ci eravamo sempre dati dei segni d'affetto e a volte piccole gelosie quasi irrilevanti, ma non avevamo mai parlato di quell'argomento in quel modo.
Mi strinse dai fianchi facendomi alzare sulle punte ed appoggiò le sue labbra sulle mie. Tutta la mia intera vita mi passò davanti con un solo suo bacio. Tutte le nostre sciocchezze che solo con lui facevo.
<<Questo è per te. Lo leggerai quando un giorno io mancherò e nella mia assenza vorrai avermi ancor di più con te, più di quanto lo sarò già.>>
Mi lasciò in mano un bigliettino di carta ripiegato in quattro parti.
Era giusto così, era giusto che io mi unissi a lui che è sempre stata l'unica persone che mi era sempre rimasta affianco e l'unico essere vivente con la quale stavo veramente bene. Potevo essere me stessa senza vergognarmene, fare ciò che mi piaceva senza dover dare spiegazioni. Essere accettata per quello che ero e che sono tutt'ora.
Ma adesso sono qui, seduta allo stesso tavolino in legno che ho conservato per anni, con davanti una sola tazza di thè fumante e i suoi biscotti preferiti. Senza più il bellissimo panorama d'alba e tramonto, solamente con la certezza che solo io possa aver visto come è profondo il mare in due paio di occhi cerulei.
Sto aspettando mia figlia e le mie nipotine. Devono venirmi a prendere in macchina per portarmi al cimitero, a trovare il mio amato Andrè che mi ha lasciata con mille ricordi, i più belli e indimenticabili come volevamo, e mille mancanze confuse nelle cicatrici aperte del mio cuore.
Un giorno lo rivedrò la su, dove gli angeli custodiranno la sua anima bianca e la mia insieme.
“Che neanche la morte ci separi, che niente distrugga il nostro amore indistruttibile ed incandescente, rimarrà sempre nella nostra anima e nel cuore di chi ci ha vissuti.”
Ecco cosa c'era in quel bigliettino scritto e ripiegato dalle sue mani.

Barbara Stangalini - Il suono della brezza lontana (sussurri nel vento)

L' inverno lentamente si allontanava ed il paese iniziava ad uscire dal torpore, il gelido freddo allentava la sua morsa e, mentre i colori della natura tutt'attorno cambiavano e gli alberi rinverdivano, ogni mattina quelle finestre che per tanto tempo erano rimaste chiuse, si aprivano sul paesaggio che a lungo era stato dimenticato, e Greeshy guardava benevolmente a tutto ciò che in quei pochi mesi si era creato attorno a sé, tutto ciò che giorno dopo giorno aveva costruito con dedizione e tenacia, senza remore né pentimenti, e tutto ciò in cui aveva creduto era ora davanti a sé...e pur essendo lo stesso uomo che quel giorno di dicembre era sceso dal treno a passo deciso, ora sapeva perfettamente il motivo per cui era tornato al paese, e quella sua casa era tornata ad essere parte viva di un luogo che amava...ora sapeva che non se ne sarebbe più andato.
Seeds amava il mare, lo amava anche quando era in tempesta ed era così difficile salpare, lo amava da sempre,  amava sedersi sugli scogli ed osservare a lungo il movimento delle onde, prima da lontano, poi più vicine, finché si infrangevano sulla battigia, cullava la sua mente con il rumore della risacca, e nei giorni di burrasca  passeggiava sul lungomare fermandosi alla bianca ringhiera, perché quel mare che amava diventava di un colore scuro, scuro d'impetuosità ove era più profondo, forse un po' grigio mentre l'onda più alta lasciava nell'aria tanti spruzzi di sé e gocce di salsedine. Seeds ricordava quando con Greeshy si sedeva nelle sere d'estate a strimpellare la chitarra e cantare canzoni folk sorseggiando the'nero finché il sonno non si impadroniva di loro, la stessa chitarra che Greeshy conservava gelosamente nel salotto ed ogni tanto suonava intonando note e sinfonie, e quanto tempo era trascorso, quanti anni in cui quella chitarra era stata riposta ed inutilizzata, tutto il tempo in cui quelle finestre erano rimaste chiuse e senza uno sprazzo di luce che vi entrasse.
Il viso di Seeds era vivamente abbronzato e un po'rugoso, ed amava camminare a piedi scalzi sulla spiaggia anche in inverno perché voleva che l'acqua glieli lambisse, ed i suoi pantaloni arrotolati lo facevano sembrare un pescatore ma in realtà non lo era...Seeds amava il mare ed avrebbe voluto ancora una volta solcarlo su di una nave per raggiungere Greeshy e rivivere almeno un po' di quel tempo, perché forse era venuto anche il momento di svernare.
Quel giorno c'era il mercato in paese, e come sempre la signora Vairseen uscì di casa di buon'ora e, passando sotto casa di Greeshy, sentì il solito buon profumo di cappuccino provenire dalla sua cucina, e la musica lieve che donava armonia a tutto ciò che v'era attorno. Era bello vedere che le vie del paese si popolavano di gente, e mentre il mercato era gremito di donne che facevano la spesa ed uomini che chiacchieravano, Greeshy ora finalmente si sentiva con l'animo libero, contento,aveva saputo cambiare la propria vita in un breve lasso di tempo e le persone amavano la sua presenza, amavano parlargli perché infondeva loro un senso di fiducia, era l'amico che ognuno avrebbe voluto accanto, un carattere aperto e pur nella sua modernità, forse un po' diverso dagli altri proprio perché proveniente da una grande città.
C'era un'atmosfera gradevole nell'aria, quasi magica, che gli ricordava quella Notte di Natale in cui il paese pareva essere rinato, a volte era ancora come se vivesse in una fiaba. Camminò lentamente finché vide spuntare le barche del porticciolo....perché in quei giorni particolarmente sentiva il bisogno di un contatto con la natura, ed i tanti anni trascorsi in una grande città gli avevano insegnato quanto può essere spiacevole sentirsi un perfetto estraneo nella propria terra, seppur grande nella sua modernità e bellezza, nella varietà della razza, ed ora invece ogni cosa aveva assunto un aspetto diverso, si sentiva in una propria dimensione in cui riusciva ad essere sereno in qualsiasi parte del paese. Si sedette perché in quel momento era come se stesse attendendo qualcosa che stava per capitare, qualcosa forse di bello, era  comunque un momento da vivere e vivere appieno...e mentre le barche ancorate si muovevano quasi impercettibilmente sull'acqua calma e cheta del porto, vi immerse le mani come per giocare in quel mare immenso e scuro di profondità, forse amico e forse un po' inquietante ed incognito, ove lontanissimo le onde andavano a lambire altre terre, ed oltre ogni orizzonte determinato dalla linea mediana del cielo ancora pareva più impetuoso, e poi diventava oceano, ed i suoi colori cangiavano e si mescolavano in un paesaggio che non finiva mai. Era un giorno ameno quello, era un'ora in cui quando le tende del mercato si alzano ed i venditori fanno ritorno alle loro case, il paese si svuota ed i negozi chiudono le serrande. Anche la porta del negozio di gastronomia si chiuse ed una figura slanciata all'improvviso ne uscì, un uomo dall'aria un po'distratta ma dall'aspetto familiare che a passo lento veniva in sua direzione, quasi stesse cercando qualcosa o qualcuno. Greeshy proseguì lentamente sulla sua strada senza curarsi dell'uomo, che con uno zaino in spalla ed il volto stanco si fermò solo quando fu di fronte a lui. Greeshy udì pronunciare il suo nome una volta, poi due volte, e quando lo guardò riconobbe quel volto amico di un tempo, e fu l'impeto di un abbraccio lungo un minuto che parve una vita: Seeds, che da quella bianca ringhiera decise di partire e solcare ancora il mare su di una nave, Seeds col suo viso abbronzato ed i pantaloni arrotolati, Seeds che pareva un pescatore, Seeds che gli aveva insegnato a suonare la chitarra. Si guardarono più volte, risero a più non posso, si riabbracciarono, e poi si avviarono assieme verso il paese: quel giorno iniziato apparentemente come gli altri si tramutò in una festa, e si illuminò la casa di Greeshy ancora una volta e la musica si innalzò nell'aria mentre i bicchieri di vino tintinnanti stavano a consolidare una lunga amicizia e la contentezza di quel momento. Caro buon Seeds, tornato a trovare Greeshy nel paese che un tempo li aveva fatti conoscere, caro Seeds che con il suo modo di fare e la parlata scanzonata lo aveva sempre reso simpatico a chicchessia. Greeshy raccontava come avesse deciso di lasciare la sua città per sempre, e le parole tra i due amici scorrevano senza fine, e le risate risuonavano mentre  
dalla finestra ancora quel paesaggio su quella distesa di acqua profonda  mentre la brezza leggera sapeva ancora portare quei sapori a lungo sopiti. E quanto avevano da raccontarsi che giunse la sera e li trovò sul balcone con un piatto di carta ed un bicchiere di vino intenti ancora a festeggiare, mentre le luci illuminate si riflettevano nelle acque, e le torce dei pescherecci si accendevano una dopo l'altra, ed il faro da lontano mandava il suo fascio di luce: bello, colorato, custode di ogni nave ed imbarcazione, e rossa la luce scendeva nel mare così buio a quell'ora e misterioso anche per chi lo conosceva da una vita intera. Greeshy prese la chitarra ed intonò la loro solita vecchia canzone, e cantarono e suonarono finché il buio della notte lasciò il posto ai primi colori dell'alba, e fu la festa che riempì di gioia il paese, fu il giorno dei due amici, fu ciò che in entrambi non si sarebbe più cancellato. Tuttavia il viso di Seeds appariva malinconico e scavato, gli occhi non celavano una certa tristezza e nei pochi silenzi avrebbe voluto dire mille altre cose, ma forse non voleva così. Il giorno che seguì fu stranamente greve e Greeshy ne era consapevole: qualcosa in Seeds stava sfuggendo, forse perché si stava avvicinando il momento del commiato, o forse per un motivo ancora sconosciuto. La mano di Seeds toccò ancora una volta la chitarra per poi riporla nelle braccia del suo amico senza una sola parola, quel semplice oggetto che da sempre li aveva uniti, quella passione per il suono che li aveva accomunati fin da bambini, abbassò solo un attimo il viso e poi, sorridendo lievemente, si avviò verso la porta. Erano stati momenti felici, irripetibili, festosi, e Greeshy con fare mesto posò la mano sulla spalla del suo grande vecchio amico, un gesto d'affetto che lo avrebbe accompagnato per sempre, e mentre la porta si chiudeva sentì un gran senso  di tristezza dentro di sé, la bianca tenda della finestra svolazzò solo un attimo ed il suo sguardo lo seguì finché sparì oltre l'angolo di quella strada.
Da quel giorno non si rividero mai più: Seeds morì di cancro l'inverno seguente nel silenzio della solitudine, e Greeshy conservò gelosamente il ricordo di quel meraviglioso giorno che il suo amico aveva voluto regalargli un'ultima volta.
Il profumo di salsedine si levò nell'aria, il suo cuore parve fermarsi dal dolore e sentì dentro di sé qualcosa di lacerante, guardò  le proprie mani un po' stanche e scese le scale lentamente, mentre il dolore aumentava senza riuscire a piangere o gridare. Lassù alla parete della casa restò la vecchia chitarra, il mare scuro e profondo nel suo canto diffuse nell'aria come un lieve sussurro che Greeshy riuscì a percepire. Prese la terra tra le mani e se la portò al viso sporcandoselo con gesti lenti....poi la gettò in acqua cercando di dar sfogo al suo dolore, che forse solo il tempo avrebbe lenito: non tornò più in quel lembo di spiaggia. Sotto il cielo plumbeo di quel giorno, Greeshy se ne andò.
Da lontano risalimmo la spiaggia mentre nell'aria si libravano note libere e semplici: dietro di noi tanto tempo trascorso e tante belle storie da raccontare, davanti a noi......un mondo che ci attendeva ed ancora una fetta di vita da vivere.

giovedì 26 maggio 2016

Francesca Benzo Dellepiane - Quiete prima della tempesta

Mare calmo
Rumore dell’onda
Sciabordio delle acque

Che si insinuano lente
E si ritraggono veloci

Come i miei pensieri

Che si fanno portare dal vento
E che vanno alla deriva

Nella ricerca
Della rotta giusta
In cui indirizzare
La mia vita

Francesca Benzo Dellepiane - Guardo Lontano

Guardo lontano

Nel profondo del mare
Nell’azzurro del cielo
Nella pioggia che scende
Come un sottile velo

Guardo lontano

Nell’abisso incosciente
Sotto un raggio di sole
Persa nella mia mente
Che ormai è chissà dove

Guardo lontano
Smarrita per sempre

Guarderò lontano
Finché non vedrò niente

martedì 24 maggio 2016

Renzo Piccoli – Mistero

Se ogni cosa si fermasse
se l’ignoto prendesse forma
potrei descrivere
la costanza astratta della passione
il contegno interiore
la tempesta dell’anima
e l’immemore motto
che accompagna la solitudine
ma non basterebbe credo
una volontà virulenta
ancoraggio della natura
la sagacia più fine
a rispecchiare l’invecchiamento
di una voce compagna
causticità dei silenti incanti
per cui le forme riprenderebbero
il vigore primitivo
la concavità la ritorsione convessa
e la sapienza
un’austera padronanza
delle categorie ancestrali.

lunedì 23 maggio 2016

Antonio Giordano – Profondo come il mare

Ho sognato Chantal stanotte. Quand'ero più giovane mi succedeva di sognare cose completamente diverse da quelle che mi erano successe il giorno prima. Ma, da qualche tempo, la notte allarga i pensieri del giorno, dando loro una dimensione che li conferma poi nella sensazione o nel ricordo.
Mentre aspetto che arrivi il mio turno e mi facciano entrare ripenso ancora a Chantal. La donna in camice bianco è bruna e ha forme piene. Mi guarda un po' seccata.
Chantal non era né bruna né piena, eppure l'ho amata lo stesso.
Stanotte mi portava a un concerto. Sonavano la terza di Schumann, la "Renana". Mentre la musica ci fasciava, mi baciava e mi accarezzava i capelli. Scendevamo per una scala ed eravamo a mare felici.
Dopo tanti anni ho rivisto Chantal in sogno, liberamente, e ci siamo amati. Allora non si è spento in me quell'amore per lei che credevo che il tempo avesse diluito e disperso. Me ne è rimasta una componente, una scintilla, custodita nel mare del profondo, che nella libertà del sogno mi ha procurato l'ebbrezza di amare.
Comincio a pensare che non sono gli esseri che abbiamo amato che restano in noi ma è l'amore che assume poi le forme e le esistenze di questi esseri. Fin tanto che sarò capace di amare avrò dentro Chantal, forma di questo sentimento che, altrimenti, resterebbe un'esigenza vaga e indefinita.
Il castello sorgeva a strapiombo sul mare a testimoniare assalti moreschi, vigili e febbrili difese contro gli invasori. Ora, vecchio e malandato, era stato adibito a ostello della gioventù.
Nel mio giro estivo, reduce degli esami di maturità ero ritornato là dov'ero stato anche l'estate precedente rimanendone incantato. Prima v'ero stato con amici, adesso vi ritornavo da solo, ansioso forse di non essere legato a programmi concordati, di essere indipendente da altrui volontà.
Lerici, con i suoi vialetti verdi lambiti dal mare, con le sue barche e il suo sole. Avevo diciotto anni e mi sentivo libero come una farfalla uscita dalla crisalide.
Mady, la "mamma albergatrice", era una vecchia grinzosa, magra, simpatica e misteriosissima. Si era riservata un appartamentino nella parte più alta del castello dove abitava in mezzo a trofei, strani tamburi e chitarroni, credo africani o sudamericani, e ai ricordi che i ragazzi ch'erano passati di là le inviavano continuamente.
"Da dove vieni?", mi chiese rimestando nella pentola dove cuoceva il minestrone.
"Dalla Sicilia", risposi piuttosto intimidito.
Mi guardò, smise di rimescolare e si piantò con le mani nei fianchi, reggendo il mestolo.
"Ce l'hai la ragazza?".
Mi vergognai.
"Veramente no".
Mi scrutò severa con la sua faccia di cartapesta.
"Dimmi, Turiddu, vorresti averla?".
Deglutii.
"Beh, certo".
"Un siciliano senza ragazza è sprecato, no?''.
"In effetti, ... già", balbettai confuso.
"Non cercare scuse", sbuffò. "Se non sei capace di procurartela, ci penserò io. Sennò che mamma sarei?".
Si mise a ridere e mi diede un colpo di mestolo sulle gambe.
"Quando ti chiamo corri, va bene Turiddu?".
"Va bene signora".
"Mady", mi corresse.
"Va bene, Mady. Io mi chiamo Carlo".
"Preferisco Turiddu", tagliò corto.
Il mare era calmo e trasparente. Riuscivo persino a scorgere i pesciolini che mi guizzavano intorno quando mi fermavo dopo una lunga nuotata. E' triste, però, fare il bagno da soli. A mare è bello scherzare, rincorrersi, parlare ad alta voce; quando si è in compagnia il bagno elettrizza, dà voglia di ridere, infonde energia.
Mady, affacciata alla finestra, mi chiamava.
"Turiddu, vieni presto!".
Ero appena uscito dal mare e stavo per avviarmi alla doccia. Corsi un po' goffamente sui piedi nudi e fui presto nel suo stanzone misterioso.
"Questa è Chantal. Trattamela bene perché è una brava ragazza. E non lasciarla sola. E' belga ma parla benissimo in italiano".
I grandi occhi verdi mi fissavano, circondati da un visetto minuscolo. Aveva i capelli castani, era piccola di statura ma molto ben fatta. La guardai anch'io e le sorrisi, tremante ancora di freddo.
"Aiutala a sistemare i bagagli e falle la corte. Che razza di Turiddu sei?" Chantal mi tese una mano.
Mezz'ora dopo ero di nuovo in acqua con lei. Finalmente potevo ridere, muovermi, giocare. Facemmo la doccia e ci distendemmo al sole. E così ogni giorno. Tante volte al giorno.
C'era in Chantal qualcosa, non so, che commoveva. Il vedere il suo corpo, delicato e solido a un tempo, steso ai raggi del sole, mi dava una specie di groppo alla gola.
Rimasi per un pezzo a guardarla, accoccolato su uno scoglio, senza parlare, senza neanche pensare, tutto preso dalla sola contemplazione di lei.
Quando aprì gli occhi e si accorse del mio sguardo si mise a ridere, mi posò una mano sul braccio con aria sbarazzina e mi disse nella sua lingua:
"Pourquoi tu me contemples? Tu me fais sentir précieuse".
Mi venne allora naturale, istintivo, piegarmi su di lei e sfiorarle le labbra con un bacio; così, senza pensare, con la mente sgombra.
Chantal non disse nulla ma si accorse anche lei che c'era qualcosa che cominciava ad avvicinarci: diventò seria e mi carezzò i capelli ancora umidi.
Mai mi era capitato di fare lunghe corti o approcci complicati con le ragazze. Specialmente quando a unirci era stato l'amore, tutto era avvenuto in modo istintivo, da me non forzato. Certo Chantal doveva essere abituata alle proposte più disparate ma credo ancora che la sua pulizia facesse sì che sapesse riconoscere un sentimento vero da una costruzione falsa e strumentale.
I saloni del castello avevano volte cupe che ci sembravano coltri fresche. Ci stringemmo con dolcezza. Poi il suo odore, il suo fiato, la sua carne si centuplicarono e scesero dentro di me, turbinando carezze e onde, sentori di profondità marine misteriose e affascinanti. Anche lei scossa da quel turbinare, si aggrappò e si aprì.
Aveva l'odore di quel mare, del nostro essere mare. Fu un ritrovarsi. Come se ci aspettassimo da sempre. Una voce lontana, persa nel profondo moto dell'onda, cantava i misteri del nostro amore
Sì; per la prima volta nella mia vita amai. Chantal, il cielo che si vedeva dalla bifora, la luna, il mare, erano tutte amore. Carezze, abbracci, sussulti, ombre sui muri, sciacquìo delle acque blu,  quella  voce lontana, erano un nucleo unico, un mondo inscindibile. Ero felice.
"Che faremo, Chantal?".
"Non ci lasceremo, Turiddu. Io verrò con te e tu con me'':
"E i tuoi studi, imiei, le nostre famiglie?":
"Siamo pazzi, ti prego. Dobbiamo esserlo o ci perderemo. Abbracciami, Turiddu; non voglio aver paura di essere felice":
Avevamo fatto il bagno e ora, distesi al sole, tacevamo. Mi sembrava che gli scogli portassero in trionfo il corpo di Chantal.
"Devo tornare, Turiddu. Mi son finiti i soldi e lunedì devo ricominciare a frequentare il corso. Ci vedremo presto, promettimelo".
Mi si aprì nel cuore come un baratro e volli svenire senza riuscirei. Per chi avrei avuto un corpo, un cervello, un sentimento, senza di lei?
"Verrò a Liegi fra un mese. Troverò i soldi, vedrai".
"Teniamoci stretti, Turiddu mio".
Ci amammo là, sugli scogli facendoci una disperata promessa.

Anche se potessi non la cercherei più, oggi, Chantal. Siamo rimasti l'uno nell'altra con qualcosa che non si cancella né si disperde; una profondità che ritroviamo quando siamo senza amore e il ricordo di un bene passato riempie questo cuore ostinato che ha sempre bisogno di palpitare. Ma anche quando amiamo; come spinta inconscia, come... come uno spazio immenso che esso ha aperto e che dobbiamo sempre riempire.

"Turiddu, amore mio, hai mantenuto la promessa!". Con il cuore che mi batteva forte avevo bussato al campanello ch'era sul cancelletto. La casa, una palazzina a un piano con i tetti spioventi, era posata sul prato verde e dentro di essa c'era lei e stavo per farle una sorpresa. Sapeva che sarei arrivato ma non le avevo detto quando.
Quando la vidi aprire la porta e correre verso di me fu come se tutte le campane di Liegi sonassero a stormo nella mia testa e barcollai come spinto da una risacca complice.
"Maman, c'est mon ami Turiddu. Il logera chez nous. Tu veux?".
La mamma di Chantal mi squadrò da capo a piedi, poi mi tese la mano.
Cucinava molto bene e si sforzava di piacermi. Trovava che ero un italiano speciale, educato cioè. Per lei tutti gli italiani, figuriamoci poi i siciliani, erano stati fino a quel momento dei mafiosi attaccabrighe.
"C'est une chanson qui nous rassemble...", cantava Chantal mentre mi riassettava la stanza, benché le avessi detto che potevo farlo io. Era una canzone di Yves Montand molto nota allora, anche in Italia. La sera quando tutti dormivano veniva nella mia stanza e stavamo tutta la notte insieme. Quando venne lei in Sicilia era ubriaca di sole e di felicità. Ci amammo tra le rovine di Solunto, a picco sul mare di Sicilia, mentre il sole illuminava i nostri corpi, il vento ci cullava e la distesa blu ricopriva i segreti di fascini fruscianti di profondità. Chantal era bellissima e mia, su quel grandioso piedistallo emergente da una distesa di zaffiro mentre mi pareva che i millenni tacessero compiacenti, impregnati d' un amore così grande.

“Les feuilles mortes se ramassent à la pelle, les souvenirs et les regrets aussi..."
Ma il vento del nord non è riuscito a strapparle dal mio cuore queste foglie anche se sono stato un vigliacco, se sono scomparso.
I nostri abbracci sono ora un ricordo sconsolato che il mare del rimorso fa riaffiorare e sommerge lentamente con arpeggi che l'onda ripete in un rimprovero cocente.
Chantal, vorrei tenderti le braccia, far sorridere il tuo visino, ma non posso. Ho le braccia troppo pesanti; non riesco a staccarle dal mio corpo biancastro e infreddolito. E tu vai, vieni, sulla linea di un orizzonte incolore: due occhi grandi, sbarrati, il volto piccolo, bagnato dalla cupa profondità di un mare senza sole.
Addio, Chantal. Non ho neanche la forza di gridartelo, intorpidito da questa accoratezza inutile.
Uno stacco, una pausa. Chantal non c'è più, non ci sarà mai più. L'ho tradita anche adesso. E lei, ch'era tornata, percorrendo con i suoi occhi tutto quel mare, tutti quegli anni. Per me.
Il mare l'ha sommersa e adesso ride, scroscia birichino in una miriade di spruzzi, improvvisamente animato da un sole che lo rende azzurro e bianco di bave, ilare sotto la luce; un chiarore iattante che asciuga le mie lacrime e che sembra calcarmi sulla terra.
Ora il mare mi sprofonda e l'acqua diventa un muro mentre da una fenditura esce un coltello di fiamme che mi trafigge. T'ho tradita per l'ultima volta, la terza, Chantal. E si ripete l'evangelica profezia: "Prima che il gallo canti mi tradirai tre volte".

'Turiddu, vieni! Ti ho preparato una sorpresa".
"Aspetta, Chantal, non mi tirare così, sto facendo il bucato e ho le mani tutte bagnate".
"Ma va'. Corri, lascia perdere".
Lasciamo il grande spiazzo del castello, folgorato dal sole e dall'azzurro e ci facciamo inghiottire, ridendo, da una scalinata buia e fresca. Scendiamo chissà quanto.
Ora siamo nel nostro salone. Là, dove ci amiamo, alla luce fioca della luna. Dalla bifora entra un chiarore indeciso.
"E' questa la sorpresa?'.
"L'amore è sempre sorpresa, Turiddu".
La luna percorre la bifora.
"L'ho fatta venire per te", mi dice accarezzandomi la nuca.
La sua pelle è fresca e al buio trovo le sue labbra, i suoi occhi, il suo calore e mi stendo su di lei con il cuore e i sensi gonfi.
Come sei dolce Chantal!  Quando sto per emettere l'ultimo grido d'amore, sono interrotto da un vocione brusco. Il sole si oscura, sento un dolore forte all'addome. Ho la gola asciutta.
Giù, ancora giù... Mi debbo far forza, devo aprire gli occhi...
'Tutto bene. Adesso pensi a guarire". Attorno a noi la sala si illumina improvvisamente di torce, lampioncini. Centinaia di medici in càmice verde ci circondano, incombono ridendo sgangheratamente, agitando bacchette in cima alle quali ondeggiano lampioncini multicolori, faccioni ghignanti e baffuti.
Siamo scoperti e così, nudi e impudichi, siamo posseduti e immobilizzati da una vergogna cocente...
Ho aperto gli occhi. Non il mare ma il viso di mia moglie:
"Ce l'hai fatta, Carlo".
No, non ce la farò forse mai.