mercoledì 23 maggio 2012

Gianni Martinetti - La farfallina triste


Nelle campagne di Cavallirio c’era una farfallina.
Non particolarmente bella nè grande nè fornita di colori sgargianti che la rendessero immediatamente attraente agli occhi di tutti, diciamo che era una cavolaia, una di quelle farfalle che si vedono (o quanto meno si dovrebbero vedere) spesso e volentieri nei nostri campi come parte fissa del panorama in tutte le stagioni non appena un briciolo di sole riesce a perforare la tristezza delle nubi gravide di pioggia.
Questa farfallina, così comune a tutte le altre, aveva una particolarità: era la regina-guardiana di tutte le farfalle del mondo. Ed era particolarmente triste: ogni tanto piangeva, di nascosto, perchè non poteva farsi vedere dalle altre e il suo pianto nascondeva la sua amarezza nel vedere che le farfalle, tutte le farfalle, stavano morendo, come soldatini mandati allo sbaraglio da un generale incosciente.
La colpa di tutto era l’inquinamento, ma quello era, chiamiamolo così, l’arma assassina; il condottiero invece era l’uomo, con il suo progresso pazzo e incontrollato e il suo egoismo. La farfallina piangeva vedendo le sorelle morenti, intossicate dai fumi dei gas di scarico delle autovetture oppure soffocate dalla massa dei rifiuti che l’uomo gettava in ogni dove, avvelenando le acque di ogni fontana e le erbe di ogni prato.
Piangeva e non sapeva cosa fare.
Dopo tanti pianti la farfallina si decise e telefonò alla Dea delle Farfalle che abitava lassù nel cielo dove andavano tutte le farfalle buone dopo la loro breve stagione in terra tra i fiori e i colori dell’estate.
“Che cosa devo fare, oh Dea, aiutami tu; tutte le farfalle stanno morendo: la poesia è soffocata dai rifiuti, l’erba è uccisa dal cemento, la plastica si attacca alle zampe, alle antenne. Oh Dea, tu che puoi tutto aiutaci”.
“farfallina triste, anch’io nel mio regno di velluto, dove le nubi sono fiocchi di cotone, vi vedo soffrire e morire a centinaia, a migliaia e  non posso farci niente. L’uomo ha un suo dio, un dio potente ed egoista che non ascolta la voce, la piccola voce della Dea Farfalla. Non posso combatterlo, cercherò ancora una volta di impietosirlo”
E così fece. Caso strano, quella volta il dio dell’uomo presto orecchio alla Dea Farfalla.
Forse perchè era nel suo periodo verde, quello della speranza. Dovete sapere che il dio dell’Uomo era un personaggio mutevole che cambiava colore in base all’umore del momento. Rosso di fuoco, quando la sua ira costringeva gli uomini a farsi guerra, distruggendo ogni cosa. Grigio-acciaio quando voleva che i gas di scarico avvelenassero l’ambiente. E così via. Il verde era l’unico colore tranquillo, quello della speranza e (forse) del rimorso.
Così lo trovò la Dea Farfalla quando gli raccontò delle preghiere e dei pianti della farfallina triste. “Uhm, uhm” disse scuotendo il capo e riflettendo tra sè e sè il dio dell’Uomo “È ora di porre rimedio. Mandami domani la tua farfallina e vedrò cosa fare”.
Così detto, si ritirò nella sua officina e cominciò a trafficare. Il giorno dopo la farfallina, un poco intimorita, si presentò alla corte del dio dell’Uomo.
“Bene, bene, eccoti arrivata. Ho giusto qualcosa per te: prendi questo barattolo di polvere. Basta che tu ne metta un pizzico su ogni fiore e ogni uomo che l’annuserà ne morirà. Non avrà invece nessun effetto su tutti gli altri animali”.
Lì per lì la farfallina fu molto contenta e ritornò nelle campagne di Cavallirio col suo barattolo di polvere. Ma non appena giunta a casa, cominciò a riflettere: “Se io metto questa polvere sui fiori, gli uomini che l’annuseranno moriranno, ma gli uomini che annusano i fiori sono quelli che hanno nel cuore ancora un po’ di poesia. Forse sono quelli che amano le farfalle”.
E la farfallina ritornò di corsa dal dio dell’Uomo: “Grazie per il tuo dono, ma non posso accettarlo, è troppo crudele. Preferisco che muoiano le piccole farfalle; ognuno di loro è un piccolo pezzo di poesia che rimarrà come rimorso nel cuore di un uomo sensibile e sarà viva nei colori della sua fantasia. Il tuo dono invece farebbe morire tutti coloro che hanno ancora sentimenti. Grazie, ma non posso”.
E la farfallina ritornò triste laggiù nelle campagne di Cavallirio, tra un sacchetto di plastica dimenticato e una ruota di gomma abbandonata.

Emanuela Bosisio - Il circolo della catenella (libere esercitazioni sul periodo ipotetico)


A rimanere a casa lo scorso fine settimana avremmo evitato di girovagare sulle sponde del Lago Maggiore sotto la pioggia; rinunciando a una gita in camper con le previsioni avverse ci saremmo risparmiati di inzupparci le scarpe e i piedi e avremmo scampato un quasi sicuro raffreddore.
Ma questo non sarebbe accaduto se a Capodanno di 11 anni fa mio marito e il suo amico non si fossero seduti a un tavolo, ancora ebbri per i postumi del brindisi di mezzanotte, a disquisire del rispettivo desiderio di guadagnarsi la libertà di trascorrere le vacanze in movimento, dando il via ad una stagione di vagabondaggi estivi e incursioni invernali su e giù per lo stivale italico e oltre, via via campeggiando.
...A non aver acquistato una casa su ruote sarei probabilmente ancora qui a vagheggiare di poter visitare le due città più belle del mondo: Roma e Venezia, che a quarant'anni ormai scoccati ancora non conoscevo a causa di una decisione cruciale. Erano i primi mesi del 1983 e la mia condizione di studentessa si trovava ad un trivio: la classe era divisa tra chi voleva andare in gita sul Tevere e chi sul Canal Grande; oltre alla difficoltà di dover scegliere con quali amici stare e quali tradire, avevo un altro cruccio: il mio fidanzato stava svolgendo il servizio militare ed ero SI-CU-RA che, semmai fossi partita per la gita, avrebbe ottenuto una delle sue rarissime licenze proprio in quei giorni. Così comunicai salomonicamente ai miei compagni che non mi sarei unita all'una né all'altra parte e rimasi stoicamente a casa a immaginare i due gruppi di amici girovagare per calli e vie consolari, consolata peraltro ampiamente dal fatto che, effettivamente, il mio ragazzo ebbe un permesso proprio in quei giorni!
Non prendendo quella decisione, non avrei dovuto attendere 20 anni e oltre per colmare i miei incredibili buchi di cultura; ma di quella scelta vado fiera ancora oggi, per essermi “sacrificata” pur di non dover preferire alcuni amici agli altri. Dell'aver taciuto loro della licenza del mio boy-friend, spero di poter essere perdonata...
...Solo un'altra volta ero stata vicina alla città lagunare e l'avrei potuta visitare casomai l'auto sportiva degli zii che mi avevano accompagnato in vacanza sulla costa veneta quando avevo appena dieci anni avesse imboccato, passandogli accanto, il ponte della Libertà, che invece lasciammo alle nostre spalle, insieme alla mia opportunità di sbarcare a Venezia...
...A non essere fanatica di Renato Zero non sarei invece probabilmente rimasta ammaliata in modo tanto coinvolgente dalla Capitale che, raggiunto finalmente il capolinea della via Aurelia, percorsi in lungo e in largo diverse volte, come a voler recuperare il tempo perduto e “assorbire” ogni monumento, anche il più disdegnato dalla massa, per sentirlo mio fino in fondo. L'adorata Città Eterna... come sarei oggi semmai non fossi salita sul Cupolone, se non avessi acquistato quel piccolo rosario sul tetto della basilica michelangiolesca, ancorché non avessi pregato davanti alla tomba di quel Papa, che già una volta nella vita mi era stato tanto vicino e non avevo colto l'occasione unica di strappargli un sorriso, uno sguardo sfuggevole...
...Bisogna tornare agli anni '80; ero una liceale un po' irrequieta, agitata e polemica in quanto, per via della mia origine operaia, ero decisamente svantaggiata sui miei compagni appartenenti a famiglie facoltose; se penso a perché decisi di ignorare l'eccezionale visita di Wojtyla alla mia remota valle e al suo prezioso Sacro Monte, realizzo che magari sarei andata nel caso in cui mio padre non avesse deciso di recarvisi a sua volta; fu un moto di anticonformismo o di giovanile disobbedienza ai genitori a tenermi lontana da quel Papa che, negli anni successivi, avrei profondamente amato; sebbene il mio sia stato un normale gesto di ribellione alle convenzioni e al volere genitoriale, l'aver rinunciato alla benedizione di Giovanni Paolo II, quello sì, lo rimpiango ancor oggi.
Non posso dire come sarebbe cambiata la mia vita qualora quell'incontro fosse avvenuto, ma so di aver pregato con grande angoscia nel momento della sua scomparsa. Pregai con fervore anche quel giorno, davanti alla sua semplice lapide in San Pietro, che sapevo contenere quell'altrettanto sobria bara di legno chiaro e liscio che tutti abbiamo visto sui gradini della piazza vaticana, col Vangelo aperto e sfogliato dal vento d'aprile.
In quei momenti mi sentii pervadere da una grande pace: nonostante mi ritenessi inadeguata in tante situazioni, per una volta intuivo di custodire nella mia mente un pensiero appropriato: voler concludere la mia esistenza terrena nel modo più essenziale possibile è quello che ho sempre affermato con forza; e poiché anche il Beato Karol aveva voluto così per sé, allora – perdinci - mi sentivo un po' “beata” anch'io! E, rafforzata da questa mia modestissima presunzione, ringrazio il mio Papa, per avermi dato la sua benedizione e un po' di fiducia in me stessa...
...A non essere così insicura, forse, nelle mie vacanze romane avrei osato qualcosa in più: dopo anni e anni di passione sfrenata per il “mio” Renato, avendo conosciuto e interagito per via postale prima, nella “rete” poi, con decine e decine di sorcini e zerofolli, essendo abilmente riuscita a carpire loro ogni tipo di informazione sulla vita del personaggio (puro interesse professionale, sia chiaro...), ero finalmente approdata nella via dove sapevo egli abitava; ma davanti al suo portone non ebbi il coraggio di fermarmi in attesa di una sua comparsa. Vergogna: questo il sentimento che provavo mentre calpestavo col mio piede profano ogni sanpietrino su cui LUI posava ogni giorno il suo amatissimo (da me) plantare! Quante volte sarà entrato nel negozio di marca situato proprio davanti al suo portone...”Ehi, ma quel marchio... quell'azienda si trova a pochissimi chilometri da casa mia!”, pensavo nella mia sconclusionata esagitazione. “Devo farglielo sapere! Lo fermo e gli dico: tu fai acquisti qui, vero?”. E lui: “Sì, perché?”. “Perché io abito a pochi passi da lì, da dove provengono le tue impalpabili sciarpe, i tuoi morbidissimi maglioni di cachemire, i pregiatissimi cappotti che io posso solo permettermi di ammirare in vetrina e su di te!”...
Si fosse veramente svolto questo dialogo, lui si sarebbe certamente fatto una bella risata, e io sarei stata felice... per poi sprofondare nelle catacombe per l'imbarazzo.
Da quando vidi quel negozio nel centro di Roma, ogni volta che un camion dell'azienda passa davanti a casa mia immagino che porti i suoi capi proprio lì, e che lui entri, li guardi, li tocchi con le sue mani d'artista e li scelga; e io vorrei balzare sul mezzo in corsa e camuffarmi tra la lana pregiata che trasporta, semmai servisse a incontrarlo!
Esagero se dico che le coincidenze più impensabili possono condizionare indelebilmente la nostra vita?
...A essere meno diffidente nei confronti del fato e meno timorosa dell'influenza del caso nelle vicende umane, forse non sarei rimasta alzata fino a notte fonda il 3 marzo 1990, per scoprire chi avrebbe vinto il Festival di Sanremo... Non ci sarebbe stato nulla di strano se non fosse stata la vigilia del mio matrimonio, e proprio quella sera non  fosse stato sul punto di concretizzarsi il successo annunciato dei Pooh. In quel periodo avevo cambiato preferenze musicali per ripicca: poiché Renato Zero si era reso colpevole di aver interpretato un brano in inglese senza preavviso, tradendo il mio - musicalmente parlando - patriottico cuore, avevo trovato conforto nell'affascinante cantante dagli straordinari occhi azzurri Roby Facchinetti. Non potevo perdermi il momento della proclamazione del vincitore del Festival: data la straordinaria concomitanza di date, mi tormentava un dubbio: come si sarebbe evoluto il mio ménage matrimoniale nel caso in cui non avessi assistito a quel trionfo?!...
...Ma quanti episodi tornano alla memoria, lasciando vagare la mente in un pomeriggio di sole; apparentemente slegati, sconnessi, disgiunti; in realtà, sono convinta che ogni singolo giorno della nostra vita sia intrecciato agli altri come in una più o meno lunga catenella all'uncinetto...
...L'uncinetto lo preferisco decisamente ai ferri da maglia; rivangando nel passato alla ricerca del perché intravvedo una possibile spiegazione in un ben preciso periodo della seconda media.
Ora di applicazioni tecniche: i ragazzi lavorano di traforo e noi ragazze alle prese con aghi da calza e gomitoli. Detestavo questa distinzione sessista: scuola mista ma nelle ore di tecnica due insegnanti diversi, maschio per i maschi, femmina per le femmine, aule separate, attività differenti: mi veniva l'orticaria a dover svolgere certi lavori da brava futura donna di casa.
“Ah si? Se proprio devo confezionare una sciarpa ai ferri, ti farò vedere io di cosa sono capace!”, cospiravo all'indirizzo della professoressa. Io, che non amavo vestire in modo appariscente, acquistai gomitoli rossi, gialli, rosa e azzurri e realizzai una sciarpina a larghe strisce multicolori che, se le attuali norme di sicurezza stradale fossero state applicate allora, avrebbe potuto essere utilizzata al posto dei giubbotti fluorescenti in autostrada...
“Non sembra neanche una cosa fatta da te”: poiché questo fu il commento dell'insegnante, esultai per aver raggiunto il mio obiettivo e ottenuto soddisfazione: la sciarpa colorata fece bella mostra di sé al mio collo per il resto della scuola media poi, cambiate le mode e non dovendo più dimostrare nulla a un sistema scolastico maschilista, la sua calda lana divenne parte di una voluminosa coperta fatta a mano, che ancora oggi viaggia con noi, stipata in uno degli angusti armadietti del nostro camper.
...Già, lo stesso camper col quale lo scorso fine settimana abbiamo preso l'acqua al lago; il teporoso manufatto è sempre pronto a rendersi utile quando, caricati figli e bagagli si parte ignorando le previsioni avverse, rischiando di infradiciarci le scarpe e i piedi e di procurarci quasi sicuri raffreddori...
...Ma non ho già parlato di altre piogge e altre infreddature? Temo che questo giro di catenella si stia chiudendo; occorrerà iniziare un altro circolo...
...Potrei raccontare di quando il mio ragazzo ebbe una licenza dal servizio militare proprio nei giorni in cui i miei compagni di classe erano in gita chi a Roma, chi a Venezia...ma forse mi vergognerei, come quando non osai attendere che si aprisse un certo portone in una via del centro della Capitale; o forse proverei un po' di rimpianto per il tempo fuggito, come quando non volli incontrare il Papa che si trovava a pochi chilometri da me; oppure mi ribellerei, se qualcuno mi facesse un appunto maschilista per il fatto di aver rinunciato alla gita per stare col mio fidanzato; e magari nel frattempo si metterebbe a piovere, scapperei al riparo, nella foga mi bagnerei i piedi e comincerei a starnutire...

Lorenzo Bianco - Ho sonno


Una volta fu un rumore, una specie di sibilo attraverso il muro della camera da letto. Sembrava il motore in folle di un’auto nel garage del condominio, o una lavatrice che centrifugava in piena notte. Mi vestii e scesi nel sotterraneo, una luce filtrava dalla porta socchiusa di una cantina. Mi decisi ad entrare, la causa della mia insonnia era un freezer lasciato aperto che tuonava come il reattore di un aereo. Quando mi avvicinai mi accorsi di una figura umana al suo interno, o meglio si trattava di due braccia e due gambe divelte dal corpo con colpi talmente precisi da farle sembrare entità separate da sempre. Cominciai ad urlare ma non avevo bocca, volevo correre e non avevo gambe, il mio corpo era lì, diviso, all’interno del freezer a surgelare. In quel momento mi accorsi che stavo sognando. L’immagine era perfetta per descrivere la mia vita, la condanna di un corpo che si spegne quando meno te lo aspetti, la confusione di prospettive e di percezioni, la lotta quotidiana tra il meravigliosamente vero e il veramente meraviglioso senza poter scegliere in quale illusione vivere.
La narcolessia mi è stata diagnosticata quando avevo 17 anni. All’epoca non capii bene la condanna che era nascosta in quella parola, il destino di sentirmi inutile come un minuto di silenzio sui campi di calcio. Entro pochi mesi molti miei compagni di scuola avrebbero preso la patente, io avrei continuato a farmi scarrozzare dai miei genitori, poi non mi avrebbero ammesso agli esami di maturità per scarsa attenzione alle lezioni e avrei scoperto il pericolo di un bacio. Marco era timido e biondo, il labbro imbronciato e lo sguardo ceruleo lo rendevano agli occhi di tutte un angelo dannato. Forse per gioco o per scommessa s’interessò a me, per amore no, lo credevo impossibile. Ma in effetti ero bellina, con tutto a posto a parte il cervello. Venne a prendermi sotto casa e mi portò al lago. Parcheggio, gelato, passeggiata sul molo, tutto andò bene fino a che non decise di avvicinare le sue labbra alle mie. Dio punì quell’atto di superbia e scagliò un fulmine al mio ego che si ergeva come torre di Babele fino al cielo. Mi piegò la schiena vertebra per vertebra fino al cedere del collo e poi il crollo inevitabile delle gambe. Giacevo in macerie, sparsa come le lingue per il mondo con la mente scollegata dal corpo. Sognavo.
L’unico modo per sconfiggere la cataplessia è rinunciare alle emozioni. Ognuna di loro può causare la perdita del tono muscolare fino alla caduta o allo svenimento. Ma cos’è una vita senza coinvolgimenti? I medici mi volevano come una mummia senza bende: la freddezza sarebbe stata la conferma della mia volontà di essere presente a me stessa. Non sarei mai stata così determinata, tanto più che era molto più interessante ciò che trovavo al di là, in quel mondo onirico in cui venivo catapultata ogni volta che mi addormentavo. Ci fu un’occasione in particolare che cambiò il mio modo di intendermi malata.
Ero sul balcone di casa a fumare una sigaretta e mi sono ritrovata in un bosco. Vidi uno strano edificio nascosto dagli arbusti. Sembrava una torta di cemento a più piani, un sottomarino, o forse un veliero ancorato alla selva pronto per salpare. Sulla facciata c’erano due grossi cervi di cartone come le insegne di Camden Town, che reggevano la scritta “LIDO DEI CERBIATTI”. Su un grande albero di fianco all’ingresso pendevano scarpe di ogni genere e un cartello spiegava “ALBERO DELLE SCARPE, libera i piedi prima di entrare”, mi tolsi le sneakers legai i lacci tra loro e le lanciai su un ramo. In quel momento esatto tornai in me.
Quell’episodio mi aveva incuriosito così decisi di allenarmi per prolungare il più possibile la durata dei viaggi. Per facilitare lo scopo dissi ai miei genitori che volevo diplomarmi e proseguire gli studi umanistici. Chiusa in camera la lettura dei classici mi emozionava a tal punto da aprire le porte all’abisso. Pagine di Proust e di Cervantes mi rimanevano tatuate sulle guance che appoggiavo ai libri durante il sonno.
Il Lido dei Cerbiatti era uno strano posto, varcato l’ingresso l’edificio sembrava sparire e si apriva un grande spazio aperto. Decine di tavoli scendevano fino al fiume, la gente beveva cocktail fluorescenti decorati con ciliegie e ombrellini di carta, statue in plastica di fenicotteri e cervi spuntavano un po’ ovunque illuminate da lucine di Natale. Ma ciò che rendeva il locale particolare era la musica: sul palco una band suonava insoliti strumenti elettronici che sembravano rami contorti, cuori di tronchi, il suono che ne usciva era un mix di bip, ciottolame e tintinni. Mi sentivo attratta. Ai miei piedi erano apparse frecce d’oro ad indicarmi la direzione, le seguii, si dirigevano verso il palco, un attimo dopo ne fui vicina e le frecce mi indicarono gli scalini per salire. Non avevo intenzione di fermarmi e salii, ora ero vicino ai musicisti che mi invitavano a proseguire, le frecce d’oro indicavano il centro del palco dove era sistemato un microfono. Ne fui intimidita e feci un passo indietro. La gente ai tavoli si era accorta della mia presenza e cominciò a urlare “AIDORU! AIDORU!”, decisi sorridendo che sarebbe diventato il mio nome d’arte. Mi avvicinai al microfono. I musicisti annuirono con gli sguardi e cominciai a cantare. Non conoscevo il pezzo e non sapevo cosa dire, ma decisi di farmi trasportare. Cominciai a cantare di me, del mio vivere divisa, di ciò che di magico abbiamo dentro:
“Questo mondo
non comprende
quel che vive in me.
E se il mondo
non comprende
il segreto
è dentro me”

Il pubblico mi guardava ammutolito e stupito. Fu allora che mi accorsi di non possedere un corpo. Ero un ologramma, pura immagine, luce liquida in movimento. Quello che cantavo acquisiva ancora più senso: ero trasparente, niente di me era celato, il segreto era nascosto in un recipiente di vetro, quindi esposto, dichiarato. Tutto mi attraversava senza trafiggermi.

La vita reale proseguiva tranquillamente. Il quotidiano non mi interessava, ma paradossalmente proprio questa noia mi aiutò moltissimo a vivere un’esistenza normale. Riuscivo a rimanere calma e a programmare i momenti in cui perdere il controllo. Con l’allenamento potevo dormire fino a sette ore per notte, così ho trovato un impiego pubblico e un piccolo appartamento in affitto. Non avrei mai barattato quell’indipendenza  faticosamente conquistata per vivere con un uomo. Decisi di rimanere sola.

Le mie esibizioni al Lido divennero di volta in volta più elaborate. Apparivo direttamente sul palco. A volte ad accompagnare il mio ingresso era un lontano schioccare di nacchere sempre più intenso e veloce, oppure comparivo in volo sulla schiena di una balena gigante che avevo chiamato Giona. Avevo appreso in un documentario che una balenottera azzurra può pesare fino a 180 tonnellate. Per poter nuotare l’acqua scorre sul suo ventre, comprime ogni punto del suo corpo enorme, la forza di galleggiamento ne riduce il peso apparente e la solleva, leggera. Giona andava oltre questo prodigio naturale, addirittura volava e così anch’io sopra di lei. Mi sembrava una bella metafora della mia resurrezione. Giona interveniva durante le canzoni con suoni gutturali e fischi, a fine concerto, come un incantesimo che si spezza, mi inghiottiva facendomi sparire tra le sue fauci. Il problema delle illusioni è che in esse niente è definitivo. Il gioco prima o poi deve finire.
          Quella volta fu un fracasso. Una pioggia battente di latte dalla luna cadde picchiettando sui tetti e ingorgando grondaie. Era come se una manciata di milioni di perle fosse stata lanciata dall’alto e rimbalzasse su tegole e comignoli inondando le strade. Io festeggiavo il plenilunio allungata nella vasca da bagno. Delle speciali ventose posizionate all’altezza delle natiche, su schiena e spalle evitavano che io rischiassi l’annegamento nel caso avessi perso conoscenza. Mi è sempre piaciuto fare il bagno immersa in un mare di schiuma. Anche quella sera cumuli di nuvole bianche mi nascondevano, erano così dense da sembrare montagne di ghiaccio dove s’arrampicava il mio sguardo. A valle le braccia e le gambe affioravano, come se non mi appartenessero ma fossero parte del paesaggio. Ero di nuovo lì con il corpo macellato senza spargimenti di sangue. Una piccola balena di gomma galleggiava sull’acqua sfiorando le nubi. Di fianco alla vasca una radio vintage con i manopoloni cantava a voce spiegata. D’un tratto da uno degli infiniti universi paralleli che nascono e muoiono in ogni momento non troppo distanti da noi, tramite impalpabili radiazioni elettromagnetiche venne trasmessa la mia canzone. Il gigantesco segreto incompreso in fondo al mio cuore si rivelava al mondo attraverso onde sonore. Ma a chi poteva importare? Aidoru in giapponese significa idolo e io finora ero stata l’apparizione della mia immaginazione in uno degli infiniti mondi possibili. Per tutta una vita avevo sognato di me. Ma se davvero esisteva quella canzone doveva esistere anche il corpo che la cantava. L’unico modo per provarlo era dare carne all’illusione.
Diedi un calcio alla radio lasciandola cadere nell’acqua. Milioni di scosse e bagliori illuminavano nuvole bianche in cui sfrecciava una balena volante pronta a prendermi. La melodia mi penetrava nelle ossa, quella voce si insidiava sotto pelle, l’ologramma diventava a poco a poco creatura vivente durante il suo ultimo concerto. Non provavo dolore e nemmeno nostalgia. Era un improvviso appisolamento come mi era già successo un miliardo di volte. La realtà era stata la matrigna indigente a cui vantavo crediti da sempre. Ma in quel lento rilassamento non mi importava più. Avevo solo molto sonno, un sonno arretrato, vecchio di secoli. Tutto era diventato semplice e chiaro.
Morire, dormire. Cantavo. Niente ha più realtà del sogno.
                                

Pippo Monteleone - Giovani bolle di sapone


Giovani bolle di sapone
  
Bolle di sapone si librano nell’aria,
luccicanti,  riflettono  d’arcobaleno.
Piccoli  satelliti leggeri salgono a
torme come a fermare il tempo,
rigenerandosi all’infinito.

Bolle di sapone giovane vite distaccate,
forzate dalla facciata d’immagine;
pressate, calcate, proiettate in perenne
attesa, di qualche vento sibillino.

Bolle di sapone, baratto della vita.
Droghe, alcool, velocità, morte, cortei  
e raggiri,  proposte politiche trafelate,         
corsi e concorsi favolose bugie
pinocchiesche .  Pubblicità acuta
indecenza psicologica.

Bolle di sapone, stress,batticuori,città,
bambocciòni,  pianti,  teneri amori,
eccessi di ritmi. Eterno vagar…

Mattina mal di testa tremendo,
caffè cornetto, via duro lunedì.
Bolle di sapone, adulta responsabilità.



                            



Viviana Noce - Interno Notte


Seduto in un bar fumoso, a sorseggiare il solito caffè, senza pensieri.
Cercando qualcosa di insolito, da rimirare in solitudine, nel mio silenzio affollato di suoni.
Provando a concentrarmi sulla musica in sottofondo, estraniandomi dal vociare quotidiano di incontri casuali, a cui dare, inutilmente, peso.
Il brano pareva troppo malinconico per un locale anonimo, ma perfetto per chi, come me, inseguiva “qualcosa”.

“Resti immobile guardando i vetri che si sfumano e i miei passi che si perdono. Mordi le tue labbra e puoi ti muovi in un silenzio assente. Conti le automobili che passano.”

Parole che giunsero al cuore come uno schiaffo, a svegliarmi dal torpore della nebbia che ricopre il cielo, congela i pensieri ed il caffè non riesce a diradare.
La mia attenzione venne catturata da una giovane donna, rapita da quelle parole quanto me. Poggiava il mento su di una mano, ciondolando la testa a ritmo di musica, guardando nella direzione del juke box, come se stesse attendendo una qualche risposta.
Del suo viso, scorsi solo le labbra, che sembravano sfuggire da sotto ad un cappello che nascondeva il capo quasi per intiero, e ne rimasi affascinato.
Cambiavano continuamente espressione, mutanti al timbro della musica, accoccolandosi attorno al suono.
La osservai portare a sé una tazza di caffè fumante con un garbo ed una grazia che difficilmente scorgevo nelle donne moderne ed attendere un impercettibile attimo prima di posarla di nuovo sul tavolo, quasi che ogni movimento dovesse essere posato, vissuto, sentito.
Accavallò le gambe, elegantemente fasciate di nero, accennò appena ad un sorriso, scherzò con una penna che teneva in equilibrio sulle dita e chinò il capo, intenta a trascrivere i suoi pensieri sopra un block notes.

Avrei voluto trasformarmi in parola,
lasciarmi scorrere tra le pagine che da bianche, cambiano colore.
Captare i suoni con l’orecchio della sua anima,
giungere al cuore ed udire un unico, perfetto battito.
Sussurrare alla sua mano di divenire gesto,
condurla a disegnare circoli nell’aria per dipanare il fumo e trasformarlo in luce.
Desideravo che questo sogno ad occhi aperti non avesse mai fine e mi lasciai cullare dalla musica, guardandola alzarsi per sparire nel nulla.

“Non avrei mai trovato il coraggio di seguirla. – mi dissi -
Perché mai? Per porle quale quesito?
Con quale sprezzante motivo di volgerle la parola e turbare i suoi pensieri?
E se si fosse accorta della mia presenza?
E se il mio sguardo si fosse fatto troppo insistente?
Non me lo sarei mai perdonato!”

Decisi di riprendere la via del ritorno, allungando il mio cammino, alla ricerca di un segnale.
Mi sentivo rapito, assorto e abbandonato in un mondo di cui sentivo di non appartenere, come se mancasse qualcosa di me.
Seguitando il mio cammino, la nebbia si rischiarò e mi ritrovai di fronte al mare.
Da bambino, lo raggiungevo ogni qualvolta mi mancasse qualcosa, ogni qualvolta avessi bisogno di rintanarmi nei miei pensieri.
Stavo a rimirarlo per ore e avvertivo che fosse specchio dell’inquietudine di un giovane che si ritrovava a sbattere sugli scogli come un’anima in eterna pena, alla ricerca della propria pace.

Mi ritrovai a pensare alla mia infanzia.
Non avevo tanti amici, anzi, quasi nessuno.
Prediligevo trascorrere il tempo ad osservare la natura, riconoscerne i mutamenti, amarne i colori, i contorni sfumati dal susseguirsi delle stagioni e non avendo soldi per potermi comprare la cultura, mi sentivo fortunato a poter ascoltare le storie degli adulti, con cui crebbi, schivo, al caldo del camino.
Tante furono le figure adulte attorno a me, ma non serbai ricordi che per la nonna, il calore protettivo del ventre materno, finché la terra non la strappò via e ritornò, spirito tra gli spiriti.
Sovente mi parve di rincontrarla in sogno, quando i pensieri divenivano buio e all’ombra della mia cameretta, le coperte calde la sostituivano.

Percorsi il medesimo tragitto del giorno prima ed i gesti inconsci della giovane donna mi riapparvero davanti agli occhi come se la sua presenza fosse un’apparizione: il modo di riporre dietro l’orecchio una ciocca ribelle dei suoi lunghi capelli castani, l’intrecciare le dita sotto il mento, per appoggiarvi la testa, eternamente immersa nei propri pensieri, l’allungare le gambe sotto il tavolo, stirandole leggermente di lato.
Ogni sua movenza mi era famigliare e nonostante non avessi potuto connotare i suoi lineamenti con precisione, la sua andatura leggera ed austera, mi rimandava alle giovani madri di un tempo, spesso a capo, solitarie e severe, di un’intera famiglia e maturate troppo presto, per aver fatto a tempo a conoscere i fasti della gioventù spensierata, la levità dei primi rossori, la passione del corteggiamento.
Avrei voluto incontrarla ancora, per scoprire cosa mi avesse inquietato a tal punto da voler dissipare l’alone di mistero che l’avvolgeva.
Avevo compreso che conoscere quanto celasse in sé, appartenesse al mio vissuto e avevo il dovere di scoprire, finalmente, la storia della mia vita.

Ripercorsi la mia infanzia daccapo, come se la vivessi una seconda volta e mi rividi, eternamente solitario, a rimirare i colori delle giornate che passavano, delle nuvole che giocavano a rimpiattino con il sole e lo ricoprivano, finché non trovava spazio nel cielo per ritornare alla luce.
E quando il cielo si tingeva di rosa, stavo col naso attaccato al vetro, attendendo che la luna venisse a salutarmi.
I miei amici erano la natura, il cielo, il sole, il mare ed il vento, a risvegliare la mente assopita e divenuto ormai adulto, a lenire il dolore della solitudine.
Cosicché divenne la mia unica compagna, allorquando i vecchi alimentarono in me la saggezza derivata dalla sofferenza ed essi stessi riconobbero nei giovani, col trascorrere delle stagioni della vita, la perdita di amore per le persone, per il luogo natio e per i derelitti.
Di conseguenza, decisi di allontanarmene e di condurre la mia vita alla ricerca di quanto avevo, semplicemente, riposto in un cassetto della memoria, perduto tra i pensieri della quotidiana esistenza.

Il cammino che la vita riserva ad ognuno di noi è fatto solo di ciò di cui abbiamo bisogno.
Rivela i colori che non conosciamo, l’arcobaleno con le giuste sfumature e quando sembra che rechi soltanto dolore, è perché la sofferenza deriva dalla nostra mancanza di armonia.
Quella donna, era solo uno spirito, giunto a ricordarmi chi fossi.
Quelle labbra, erano a me note, ma le avevo come cancellate, relegate in un angolo del mio cuore che avevo chiuso, credevo, per sempre.
Quelle labbra, erano il segno delle mie radici.
Quel sorriso, famigliare come il latte materno, era un luogo della mia mente che mi fu strappato via troppo presto, ma che sarebbe rimasto nei miei gesti, a rimembrarmi i passi che avrei percorso, la terra da cui nacqui, i segni del viso che si sarebbero approfonditi.
Ed ora, che ritorno al mare con più frequenza di un tempo, stranamente, lo vedo calmo, così come la serenità alberga al centro dei miei pensieri.

“Ti proteggerò restando lontano, nel silenzio”.




William Bonacina - Bagno di Mezzanotte

La signora Mezzanotte non era sopravvissuta all’estate. Già, all’estate. Tante cose finiscono d’estate: le vacanze scolastiche, gli amori o le scappatelle in villeggiatura, il calcio-mercato, la programmazione televisiva di ripiego o ancora gli orari disparati dei mezzi pubblici. Stavolta, in quella fresca notte estiva era finita la Mezzanotte e una cosa simile non accadeva tutti gli anni. Ad ucciderla non era stata la scarica elettrica dello stereo tirato nella vasca colma, stereo che la signora Mezzanotte aveva a malapena imparato ad utilizzare; faticando ancora a distinguere il tasto play dal ff. Ciò che in realtà aveva posto fine alla Mezzanotte era il suo anacronismo. I suoi ultimi istanti non potevano essere testimoni più attendibili del suo vivere fuori dal tempo: la vasca riempita d’acqua calda nell’intima atmosfera satura di candele e delle melodie dei migliori brani di Édith Piaf. Le malinconiche note de La vie en rose o di Non, je ne regrette rien dovevano aver accompagnato gli ultimi istanti della donna che, giunta alla fin della tenzone con il destino, aveva perso. Seriamente convita a dare partita vinta al suo avversario, la signora Mezzanotte si era prima tagliata i polsi e poi, forse decisa a concludere più in fretta, aveva tratto a sé lo stereo, folgorandosi nel silenzio del bagno ora sordo. Oppure, colta da un sano exploit del suo spirito di sopravvivenza, aveva annaspato per issarsi ma, nell’agitazione convulsa, doveva aver avvicinato troppo la fatale musica segnando così la sua ben più fulminea dipartita. La posizione del corpo, degna del Marat di Jacques-Louis David, se ne convinsero gli agenti, suggeriva la prima ipotesi. Le dita della mano stesa fuori dalla vasca, sfioravano una foto. Lo scatto, consumato dalle lacrime e dai baci, immortalava una giovane signora Mezzanotte in compagnia di un baldo giovane, impettito nella sua divisa. Facile immaginarsi le avide dita strette attorno al volto stampato dell’antico amore perduto, mentre il rossetto si mescolava al pianto grondante sulla liscia patina della carta fotografica. La Mezzanotte aveva così speso il suo tempo: in rimpianti e occasioni perdute, a vivere la propria morte giorno per giorno, istante per istante; sacrificando gli affetti nel nome di una croce bianca in mezzo a migliaia di gemelle. Qualcuno, poi, avrebbe parlato di omicidio. Un solo assassino: il tempo. Una sola complice: la nostalgia. Fuggito il primo, non sa far altro, e scomparsa la seconda, pronta a tormentare un’ennesima vittima in altri lidi. La cosa certa era che la signora Mezzanotte non avrebbe più potuto ammirarsi, giovane e felice, in quello specchio di bellezza antica dai bordi affilati come le lamette macchiate di sangue ai piedi della vasca.

Emanuele Valcarenghi - Dream


Dream

Primi petali nel mondo
Fiori aperti verso il mio sguardo.
Antiche perle del decoro
Soavi finestre dell'intimo
Gommose piume strazianti di ardore
di colore intenso luccicante
Ciliege in carne a primavera
respirate fragranze senza abbassare i vostri angoli
Porte di un nuovo mondo
inesplorato dalla mie caravelle
Tesori senza alcun naufragio
riempitemi di nettare
sostando in questo triste porto.